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La ricercatrice morta in Siberia e il caso di peste in Russia

La morte di una giovane ricercatrice russa che lavorava per un Istituto anti-peste in una grande città della Siberia, causata da una polmonite di origini non stabilite, ha destato preoccupazione in tutto il mondo e ha alimentato speculazioni su un possibile incidente di laboratorio legato al batterio responsabile della peste. 

Al momento, i rischi per la salute pubblica, sia in Russia che a livello internazionale, sembrano molto limitati, come ha sottolineato sempre l’OMS. Il controllo stringente delle informazioni su questa vicenda da parte delle autorità russe però non aiuta.

In qualità di membro dell’OMS, la Russia ha l’obbligo giuridico internazionale di condividere le informazioni in suo possesso con l’agenzia. Ma la sensazione è che difficilmente il governo russo sarà disposto a fornire approfondimenti su una vicenda che è ancora avvolta dal mistero. 

La memoria di ciò che accadde con la pandemia di Covid-19 - quando la Cina tardò ad ammettere la circolazione del virus sul suo territorio, causando tragici effetti a cascata su tutto il mondo - ci ricorda che senza un adeguato coinvolgimento delle autorità sanitarie internazionali in situazioni così delicate si corrono enormi rischi per la salute pubblica. Qualunque tecnologia, anche la più sofisticata, non può colmare le lacune che derivano da una comunicazione sanitaria non trasparente e tempestiva.

Essere preparati per affrontare “eventi insoliti e imprevisti” che rischiano poi di avere gravi ripercussioni sulla salute pubblica globale “è una sfida politica oltre che scientifica”, scrive sul Guardian Devi Sridhar, professoressa di Salute Pubblica Globale all’Università di Edimburgo. “Ma senza trasparenza, continueremo a fare un passo avanti e due indietro”.

https://www.valigiablu.it/morte-ricercatrice-peste-russia-cosa-sappiamo/
Valigia Blu La ricercatrice morta in Siberia e il caso di peste in Russia - Valigia Blu La morte di una giovane ricercatrice russa che lavorava per un Istituto anti-peste in una grande città della Siberia, causata da una polmonite di origini non stabilite, ha destato preoccupazione in tutto il mondo e ha alimentato speculazioni su un possibile…
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L’ennesima scommessa di Pedro Sanchez

La mossa di Pedro Sánchez di convocare elezioni anticipate dopo la bocciatura dei decreti sull'emergenza abitativa è l'ennesimo azzardo della sua parabola politica.

Con l'esecutivo paralizzato dai veti incrociati degli indipendentisti catalani, privo di una legge di bilancio dal 2023 e logorato da inchieste giudiziarie, il premier spagnolo ha scelto la rottura per riprendere in mano l'agenda politica del paese.

L'obiettivo è riattivare la base progressista portando lo scontro sui temi sociali e sul diritto all'abitare, esplosi nella protesta di piazza dopo il drammatico sfratto dell'87enne Maricarmen Abascal. Sánchez punta a trasformare l'ostruzionismo parlamentare delle opposizioni in un referendum tra tutele pubbliche e profitti della speculazione finanziaria.

Rispetto alla rimonta del 2023, la scommessa è tuttavia molto più rischiosa: la destra radicale di Vox cresce nei sondaggi portando il blocco conservatore sopra il 50 per cento, mentre il fronte progressista fatica a trovare un'intesa unitaria.

Il caso spagnolo solleva un tema cruciale per tutto il contesto europeo: gli indicatori macroeconomici positivi e la crescita del PIL non bastano a generare consenso se non si traducono in un miglioramento tangibile delle condizioni materiali dei cittadini, a partire dall'accesso alla casa e dal potere d'acquisto.

Una sconfitta del PSOE priverebbe inoltre l'Unione Europea di una delle poche voci capaci di mantenere una posizione autonoma di fronte all'avanzata delle destre sovraniste globali.
https://www.valigiablu.it/spagna-scommessa-sanchez-crisi-casa-elezioni/
Valigia Blu L'ennesima scommessa di Pedro Sanchez - Valigia Blu L'emergenza abitativa, il governo paralizzato e la minaccia dell'estrema destra: l'azzardo di Pedro Sánchez e il futuro della sinistra in Spagna e in Europa.
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Il premier UK Andy Burnham: “È chiaro che la Russia ha interferito nel voto sulla Brexit

In un intervento al podcast “The Rest is Politics”, il premier britannico Andy Burnham ha dichiarato che la Russia ha interferito sul referendum sulla Brexit, avvertendo che attività simili sono in corso in Francia e Germania.

«Penso che in realtà siamo stati troppo sulla difensiva al riguardo e non abbiamo informato a sufficienza l’opinione pubblica sulla portata dei tentativi provenienti dall’estero di destabilizzare il processo politico», ha detto Burnham.

«La Russia ha chiaramente tentato di interferire in una serie dei nostri processi democratici», ha aggiunto il ministro degli Esteri Stephen Doughty, sentito dalla BBC per un commento. «Sono impegnati in una guerra dell’informazione, stanno spendendo 1,5 miliardi di sterline solo quest’anno in disinformazione e propaganda».

Doughty ha poi negato che Burnham stesse sollevando la questione dell’ingerenza russa nel referendum sulla Brexit perché desidera rientrare nell’UE: «Si tratta di un’osservazione più ampia che egli sta facendo sui tentativi russi di destabilizzare e interferire nella nostra democrazia».

Burnham ha spiegato di aver discusso la questione dell’ingerenza russa con il cancelliere Friedrich Merz durante la sua visita in Germania all’inizio di questa settimana: «È importante ora mettere chiaramente a verbale queste cose e credo che ciò aiuti gli elettori in Germania e in Francia a comprendere che parte di questa politica è istigata dai nostri nemici, ovvero la Russia».

È la prima volta che un primo ministro britannico afferma che la Russia abbia cercato di influenzare il referendum sulla Brexit del 2016, ma da tempo circolano avvertimenti sui tentativi del Cremlino di esercitare influenza sulla politica del Regno Unito.

Nel 2020, la Commissione per l’intelligence e la sicurezza del Parlamento ha pubblicato un rapporto sugli interventi russi nelle elezioni e nei referendum del Regno Unito.

Gli addetti ai lavori, gli analisti di intelligence e chiunque studiasse i flussi di potere globali hanno sempre saputo che le cose stavano diversamente: le prove di pesanti ingerenze esterne e di manipolazione erano sul tavolo fin dal primo giorno. Oggi, però, non si tratta più di semplici speculazioni. Grazie (ma non solo) alle desecretazioni governative emerse in via definitiva tra il 2024 e il 2026 nei cosiddetti Epstein Files, l'intero quadro si è ricomposto in una forma diversa. Non stiamo più parlando di un fenomeno elettorale interno al Regno Unito, ma del "paziente zero" di una nuova guerra geopolitica ibrida, orchestrata da una convergenza di attori internazionali. Attori che, lungi dall'aver smantellato la propria infrastruttura logistica dopo il referendum britannico, stanno operando a pieno regime anche in questo 2026.

Ne parlavamo in questo articolo:
https://www.valigiablu.it/brexit-epstein-guerra-ibrida-putin-maga-europa/
Valigia Blu L’esperimento Brexit: prove generali di una manipolazione di massa durata dieci anni e che ancora non è finita - Valigia Blu Dalle desecretazioni degli Epstein Files agli arresti a Whitehall: come un'alleanza tra oligarchi russi, miliardari della Silicon Valley e ideologi dell'alt-right ha trasformato la Brexit nel laboratorio della nuova guerra ibrida contro l'Europa.
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Ex segretario militare di Netanyahu: il primo ministro israeliano era stato avvertito di possibili attacchi di Hamas

Dopo le inchieste di Haaretz e New York Times, questa volta è una fonte primaria di alto livello a parlare delle responsabilità (e dei fallimenti) del premier israeliano Benjamin Netanyahu nella gestione dell’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023.

Si tratta di Avi Gil, generale di divisione delle IDF e segretario militare del primo ministro dal 2021 al 2024. In altre parole, il principale raccordo tra il primo ministro, le IDF e l'apparato di sicurezza (Mossad, Shin Bet, ecc.) con pieno accesso alle valutazioni strategiche, alle informazioni classificate e ai verbali delle discussioni politico-militari dei vertici politici.

In un’intervista a Channel 12 [qui la traduzione di Massimo Chierici su Facebook] Gil di fatto afferma che Netanyahu era stato avvertito già mesi prima per ben quattro volte di movimenti da parte di Hamas che facevano pensare a un possibile attacco, ma che poi non erano stati presi in considerazione. Un’affermazione che fa eco alle inchieste di Haaretz e New York Times sugli avvertimenti da parte di Emirati Arabi Uniti ed Egitto su un’azione terroristica di Hamas non presi in considerazione da Netanyahu. Al riguardo, Gil ha detto di non sapere nulla.

E poi Gil aggiunge altre informazioni che, se vogliamo, aggravano ancor di più la posizione di Netanyahu. L’ex segretario militare del premier israeliano smentisce la versione propinata da Netanyahu di non essere stato svegliato dai servizi di sicurezza il 7 ottobre quando era iniziato l’attacco. È stato lo stesso Gil ad averlo chiamato due volte all’alba dicendogli: “È scoppiata una guerra”.

E ancora più grave, Gil afferma che già all’indomani del 7 ottobre l’Ufficio del Primo Ministro aveva iniziato a falsificare i verbali per avvalorare poi la versione di Netanyahu sulla catena di comando e come erano andate le cose.

Gil ha annotato tutto in 16 quaderni che consegnerà a chi di dovere quando ci sarà finalmente una commissione d’inchiesta. Alla domanda “Perché hai taciuto in questi tre anni”, Gil ha risposto:

"Pensavo fosse giusto parlare con una commissione statale d'inchiesta, quando fosse stata istituita. Avrei consegnato tutto ciò che so, i miei appunti, e avrei lasciato che fossero loro a comprendere la realtà. Le ultime settimane mi hanno indicato una strada diversa, mi hanno fatto capire che dovevo uscire allo scoperto e dire la verità".
Perché? Che cosa è successo?
"Non c'è una commissione d'inchiesta. Non c'è una commissione statale d'inchiesta.”

Qui il nostro articolo aggiornato sul 7 ottobre e le responsabilità di Netanyahu: https://www.valigiablu.it/netanyahu-7-ottobre-gaza-hamas-inchiesta-haaretz/

E qui l'articolo di Sarah Parenzo sulla cura contro la manipolazione politica della memoria del 7 ottobre:
https://www.valigiablu.it/memoria-israele-trauma-7-ottobre-elezioni/
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Gli Stati Uniti finanziano la destra europea, e lo scrivono sul sito del Dipartimento di Stato

Il 27 luglio 2026 la pagina Welcome to Favelas ha annunciato ai suoi follower di aver presentato domanda a un programma di finanziamento del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Il programma offre fino a tre milioni di dollari a progetto per rafforzare “la resilienza democratica, lo stato di diritto, la libertà di parola e di stampa” in Europa. Non è un canale coperto: è un bando federale, pubblicato, consultabile da chiunque, e dice per esteso chi vuole finanziare e che cosa si aspetta in cambio.

Quel bando non è l’unico. Fra luglio e agosto il Bureau of Democracy, Human Rights and Labor (DRL), l’ufficio del Dipartimento di Stato che finanzia democrazia e diritti umani all’estero, ne ha pubblicati tre, per quasi 10 milioni di dollari. Sono rivolti a organizzazioni europee che si occupino di sovranità nazionale, migrazione, censura e lawfare, cioè l’uso dei tribunali come arma politica. Reuters li definisce gruppi allineati al MAGA, il movimento di Donald Trump.

Accanto ai bandi corre un canale che non passa da nessuna gara. Secondo ProPublica, i funzionari politici dell’amministrazione hanno indicato almeno una dozzina di organizzazioni da finanziare direttamente.

Non si tratta di semplici donazioni, ma di accordi di cooperazione che impongono la supervisione diretta di Washington su testi, eventi e linee di ricerca, spingendo persino sigle ultra-conservatrici come la polacca Ordo Iuris a rifiutare i fondi per non perdere autonomia.

Mentre l'Unione Europea continua a strutturare i propri scudi democratici guardando alle sole interferenze da est, un'influenza ideologica e finanziaria senza precedenti arriva alla luce del sole da ovest, inserendosi direttamente nelle faglie politiche dell'Europa.

https://www.valigiablu.it/dipartimento-stato-usa-propaganda-maga-europa/
Valigia Blu Gli Stati Uniti finanziano la destra europea, e lo scrivono sul sito del Dipartimento di Stato - Valigia Blu Dai video sul degrado ai bandi del Dipartimento di Stato USA: l’inchiesta sui milioni di dollari destinati a finanziare la rete sovranista e conservatrice in Europa.
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Il caso della Cornell University e la cultura dello stupro

La causa civile intentata da Jane Doe contro la Cornell University e sette studenti per uno stupro di gruppo subita durante una serata in una confraternita maschile dell'ateneo è uno spaccato lucido di come opera la cultura dello stupro all'interno di società strutturalmente misogine. La violenza risale al 2024 quando era una studente ventenne dell’ateneo. Per quasi due anni, al suo racconto alle forze dell’ordine non aveva fatto seguito alcun procedimento penale, e la storia era rimasta pressoché sepolta.

La cultura dello stupro è un sistema di credenze per cui non solo la violenza è diffusa, minimizzata e normalizzata, ma lo sono anche tutte quelle pratiche che la giustificano: l’oggettivazione dei corpi femminili, il linguaggio misogino, la stigmatizzazione dei comportamenti e dei desideri sessuali delle donne, il victim blaming, ossia la colpevolizzazione di chi subisce violenza, addossandole parte della responsabilità. 

Dalle chat chiuse delle confraternite d’élite ai canali online in cui vengono diffuse immagini intime senza consenso, la vicenda dimostra come la violenza sessuale non sia l'azione di mostri isolati, ma il collante di spazi omosociali fondati sul dominio, sul silenzio di chi assiste e su una pervasiva impunità istituzionale.

L'orrore di questa vicenda è la sua ordinarietà, scrive sul Guardian la giornalista Moira Donegan. Finché le istituzioni proteggeranno la propria reputazione e la complicità maschile rimarrà la norma sociale, le nostre culture resteranno strutturalmente inclini allo stupro.

https://www.valigiablu.it/caso-cornell-jane-doe-cultura-stupro/
Valigia Blu Il caso della Cornell University e la cultura dello stupro - Valigia Blu Il caso di stupro alla Cornell University non è un’eccezione. È uno spaccato lucido di come opera la cultura dello stupro all'interno di società strutturalmente misogine.
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7 ottobre 2026: la cura contro la manipolazione politica della memoria

A tre anni dal 7 ottobre, Israele si confronta con le conseguenze di una guerra permanente che ha logorato il tessuto sociale ed economico del paese. A poche settimane dal voto, la memoria del trauma collettivo è stata riattivata dalle commemorazioni e da una nuova stagione di documentari sulle ferite dei riservisti e delle famiglie delle vittime.

Queste storie testimoniano le fratture interne di una nazione ripiegata su se stessa, ma rischiano di diventare strumenti di polarizzazione e consenso. Netanyahu continua a guidare i sondaggi attraverso una retorica improntata sulla forza militare, nonostante i procedimenti giudiziari e le responsabilità accertate per i fallimenti di sicurezza.

Questo paradosso trova spiegazione nella crisi strutturale dell’opposizione: un fronte progressista frammentato, incapace di convergere su una leadership unica, che concentrandosi unicamente sulla rimozione del premier continua a eludere i nodi sistemici dell’occupazione e a rimuovere del tutto la catastrofe umanitaria di Gaza dall’agenda pubblica.

Il compito della memoria non dovrebbe essere quello di mantenere indefinitamente una società dentro la paura, né quello di trasformare il dolore in uno strumento elettorale, ma di interrogarsi su cosa ha reso possibile quella tragedia e sulle sue conseguenze dentro e fuori il paese. Il 7 ottobre è una ferita aperta, ma il modo in cui il governo sceglierà di curarla determinerà il tipo di società che emergerà da questi anni di buio, non meno dell’esito stesso delle prossime elezioni.

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Valigia Blu 7 ottobre 2026: la cura contro la manipolazione politica della memoria - Valigia Blu A tre anni dal 7 ottobre e alla vigilia del voto, Israele fa i conti con un trauma collettivo irrisolto, le crepe dell'opposizione e l'ombra rimossa di Gaza.
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Sono passati 20 anni dall'assassinio a Mosca della giornalista di Novaya Gazeta Anna Politkovskaya, nel giorno del compleanno di Putin. Nessuno più di lei aveva compresoo la vera natura di Putin, e il regime non è mai riuscito a cancellare la verità per cui ha dato la vita.

In questa intervista, del presidente russo Politkovskaya diceva:

«Putin semplicemente non lo capisce. Non capisce che ogni essere umano ha diritto alla vita, che non è solo un ingranaggio nel meccanismo. Capite? Ogni singola persona morta a Beslan o al teatro Dubrovka [Nord-Ost] ha un valore in sé. Ma Putin, semplicemente, non lo comprende. Ha una sua logica personale: la logica di un ufficiale del KGB di epoca sovietica. La variante peggiore. Quella psicologia stalinista è ancora verosimilmente viva in lui. Non comprende il popolo. È un autentico ufficiale sovietico del KGB, tutto qui in fondo. Un pizzico antisemita, un pizzico fascista. Non particolarmente intelligente. Davvero non molto brillante. Io questo tipo di carattere, invece, lo capisco fin troppo bene. E non capisce che l'individuo ha dei diritti. Nel profondo della sua anima, non riesce proprio a concepirlo. Abbiamo un presidente a cui non importa assolutamente nulla dei propri cittadini. Non riconosce il valore della sua stessa gente. È proprio questo il suo limite più grande. È un ufficiale del suo apparato, sì, un apparato in cui l'individuo non esiste. È portatore di tutt'altra visione: l'individuo scompare, i suoi interessi non contano.

E mi sembra che non si sia mai davvero liberato di quel suo passato… di quell'esperienza di servizio nel KGB».
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Cosa significa vivere e resistere a Kyiv

"Dopo un breve soggiorno in Italia, ho bisogno di tornare in Ucraina. Si tratta quasi di un bisogno viscerale, di quelli inspiegabili. Questa volta però la paura si fa sentire, è palpabile sin da quando si sente vibrare il telefono senza sosta e la nuova mappa colorata degli allarmi appare sullo schermo: in giallo la minaccia di droni, in rosso la balistica.

Sono stata in Italia per qualche tempo, senza sirene e senza esplosioni. Un altro pianeta, in cui mi son sentita a tratti un pesce fuor d’acqua, scombussolata da tutta questa pace e normalità. Avrei dovuto rilassarmi, riposare, godermi quel tempo di pace, e invece quel silenzio ha solo aumentato la mia inquietudine. Non riuscivo a dormire bene: il pensiero era sempre lì, a Kyiv; e quando finalmente il sonno arrivava, arrivava lei, la mia Kyiv in fiamme, la mia Kyiv rasa al suolo, la mia Kyiv che urla per il dolore tra nuvole di fumo. È lo stesso incubo che facevo, sempre al sicuro e lontano dalla guerra, nei primi mesi dell’invasione, nel 2022. Credevo di aver sepolto il ricordo di quel periodo difficile, e invece ha fatto ritorno rivelando un’ipotesi concreta di quello che potrebbe accadere se le forze della resistenza ucraina, dopo cinque lunghi anni, dovessero venire meno.

Kyiv è la mia città da un decennio ormai, quel posto dove stare che l’amico Ludovico Gualano (volontario e presidente dell’associazione Rescue Team) descrive senza filtri nel suo omonimo libro di testimonianze; starle lontana somiglia a vivere una relazione a distanza con la persona che si ama. Ci si sveglia e si controlla il telefono prima ancora di aprire gli occhi, per sapere com’è andata la notte, un po’ come un genitore che ha il baby monitor sempre con sé. Conosco fin troppo bene il suo modo di nascondere la stanchezza, la frustrazione e la paura, e so leggere fra le righe quello che non dice o non riesce a esprimere. Con il tempo ho imparato a conoscere i suoi ritmi, come si conoscono quelli di chi si ama. Quando le scrivo, mi risponde “va tutto bene” o “sono ancora tutta intera”, come farebbe una qualsiasi persona che non vuole farti preoccupare mentre soffre. Da lontano, vivo in una sorta di limbo con le notizie flash, i racconti altrui e le fotografie dei luoghi cari al cuore. È una relazione strana, perché di solito, a distanza, si teme che l’altro cambi, che si stanchi, che se ne vada. Qui è il contrario: lei non se ne va, non chiede niente, non ti supplica mai di tornare. Eppure soffre, e tu non sei lì a tenerle la mano nel momento del bisogno. Se mi addormento in un letto tranquillo, finalmente nelle braccia di Orfeo, con un tetto sopra la testa, il senso di colpa si fa strada insieme all’impotenza, e tutto mi sembra un tradimento.

Tornare, però, non è mai stato così difficile. Leggo che i valichi di frontiera con la Moldova e la Polonia sono finiti sotto attacco, e anche se non l’ho visto con i miei occhi, il pensiero mi accompagna mentre aspetto in coda in un luogo che spero non vada incontro allo stesso destino. I treni, che per anni sono stati il modo più sicuro di muoversi nel Paese, sono diventati bersagli. Nonostante sia il metodo che prediligo per viaggiare, li evito per non finire evacuata in mezzo al nulla durante allarmi e potenziali attacchi, e scelgo l’autobus. Spostarsi, oggi, è diventata un’impresa: persino il tratto di strada che dovrebbe portarmi a casa e farmi riabituare gradualmente a queste località in guerra diventa qualcosa da attraversare in fretta, con il fiato sospeso."

La nuova “campagna russa”, iniziata a fine agosto, ha cambiato il ritmo di vita della capitale ucraina che può già, in una certa misura, essere definita una città e una regione in prima linea, anche se geograficamente lontana dalla linea del fronte. Gli ultimi giorni di settembre e i primi di ottobre sono stati particolarmente intensi, e Kyiv ha avuto a malapena il tempo di riprendere fiato.

Ripensare i percorsi, essere pronti a trovare un rifugio tra due pareti, vivere al ritmo e i silenzi delle sirene e degli allarmi: il racconto personale di Claudia Bettiol di cosa significa vivere e resistere a Kyiv sotto la "sbornia balistica" russa 👇
https://www.valigiablu.it/cosa-significa-vivere-e-resistere-a-kyiv/
Valigia Blu Cosa significa vivere e resistere a Kyiv - Valigia Blu Cosa vuol dire vivere a Kyiv oggi? Il racconto personale del bisogno viscerale di tornare nella capitale ucraina, ora che la guerra non ha più orari, e della resistenza dei civili ucraini.
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L’allargamento dell’Unione Europea un “imperativo geopolitico”?

La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen lo ha definito un “imperativo geopolitico”. Il 6 ottobre, a Strasburgo, la Commissione ha presentato il pacchetto di misure per preparare l’Unione ai futuri allargamenti: istituzioni più efficienti, maggiori garanzie sullo Stato di diritto, adattamento delle politiche europee e nuove regole di bilancio. L’obiettivo è fare in modo che una UE più grande sia anche “più forte”, nelle parole di von der Leyen.

L’esperienza dei contenziosi sullo Stato di diritto con l’Ungheria pesa sulle scelte attuali: Bruxelles punta a inserire clausole di salvaguardia post-adesione capaci di congelare fondi e diritti di voto fino a 15 anni dopo l'ingresso, superando il principio per cui l’adesione sia un punto di non ritorno privo di verifiche stringenti. Dai Balcani all’Ucraina, le asimmetrie rimangono marcate: il Montenegro punta all’ingresso nel 2028, mentre l'impatto economico e agricolo di Kyiv impone una revisione radicale delle politiche comuni.

Il nodo più profondo riguarda tuttavia il valore politico dell'integrazione: l'ipotesi di un accesso graduale a singoli programmi rischia di trasformare l'adesione in un modello parziale che indebolisce il senso stesso del progetto europeo. Come dimostra il recente stop al percorso di adesione in Islanda, ottenere i vantaggi del mercato unico senza assumersi i vincoli istituzionali è un'opzione concreta che costringe Bruxelles a ripensare la propria attrattività. L'Unione deve decidere non solo chi accogliere, ma quale grado di coesione interna e sovranità condivisa intenda preservare.

https://www.valigiablu.it/allargamento-ue-piano-riforme-geopolitica/
Valigia Blu L'allargamento dell'Unione Europea un "imperativo geopolitico"? - Valigia Blu Dall’Ucraina ai Balcani occidentali, l’allargamento UE diventa un imperativo strategico: come cambiano governance, bilancio e regole di adesione.
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La nuova legge elettorale approvata in via definitiva

Come atteso, con 227 voti a favore la nuova legge elettorale è stata approvata in via definitiva. La maggioranza ha scelto di non modificare il testo sebbene nelle audizioni i costituzionalisti avessero sollevato diverse obiezioni, poi riproposte anche nelle pregiudiziali di costituzionalità respinte dalla Camera. Si è arrivati fino in fondo in nome della stabilità che la nuova legge dovrebbe assicurare. Ma si tratta di un obiettivo che - come abbiamo spiegato - non è affatto garantito.

Il confronto potrebbe ora spostarsi nelle aule giudiziarie. Sono già stati annunciati ricorsi davanti a numerosi tribunali civili, con l’obiettivo di portare alcune disposizioni della legge davanti alla Corte costituzionale. Alcuni elettori potranno chiedere ai giudici di accertare se le nuove regole incidano illegittimamente sul loro diritto di voto. Spetterà poi ai tribunali decidere se rimettere le questioni alla Consulta.

Portare a casa una legge elettorale a ogni costo non è sempre la scelta migliore, soprattutto quando i rischi sulla sua tenuta costituzionale pesano più delle possibilità che raggiunga davvero l’obiettivo per il quale è stata approvata.

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Valigia Blu La nuova legge elettorale: i dubbi dei costituzionalisti - Valigia Blu Dalle audizioni sulla nuova legge elettorale sono emersi diversi profili critici, alcuni dei quali si traducono in dubbi di costituzionalità; altri riguardano invece la capacità della riforma di raggiungere proprio l’obiettivo con cui viene giustificata,…
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«Maricarmen vive, la lotta continua». Un minuto di silenzio e poi in marcia verso il Parlamento. Così gli attivisti hanno accolto ieri sera la notizia della morte di Maricarmen Abascal, la donna di 87 anni sfrattata dalla casa a Madrid dove aveva vissuto per oltre 70 anni e diventata il volto della lotta per la casa in Spagna. L’appartamento era stato acquistato da una società di investimento che intendeva aumentare l’affitto del 230%. Dopo le proteste scatenate dallo sfratto la società le aveva comunicato che poteva tornare a casa a un affitto ridotto.

Le immagini dello sgombero, con Abascal portata via con la forza dalla sua abitazione su una barella, circondata da manifestanti e poliziotti (che hanno lanciato anche diverse raffiche di lacrimogeni per far rispettare l’ordine), hanno scatenato la rabbia e l’indignazione e si sono trasformate in proteste partecipate da decine di migliaia di persone a Madrid e in tutta la Spagna. Da nord a sud del paese, i cittadini si sono riversati nelle piazze per protestare contro il prezzo degli affitti salito dell’80%.

Dall’ospedale dove era ricoverata, Abascal aveva incoraggiato i manifestanti: «Vorrei essere lì con tutti voi», aveva detto in un video. «Ma non sono così fortunata. Quindi, da qui, chiedo a tutti voi di avere coraggio, di lottare e di difendere ciò che è vostro».

Di fronte al caso più generale del caro affitti e della crisi abitativa Sanchez aveva tentato di far approvare due decreti urgenti con blocco degli sfratti al 2030, rinnovo automatico di due anni degli affitti in scadenza nel 2028 e vincoli ai fondi. La bocciatura da parte dei partiti di opposizione di destra ha portato il premier spagnolo ad annunciare elezioni anticipate. 

Il 6 ottobre il governo aveva poi approvato due nuovi decreti che “mantenevano lo spirito” dei due bocciati in parlamento e che, con lo scioglimento della Camera dei deputati e del Senato, saranno votati dal Consiglio permanente del Congresso. La composizione del Consiglio rispecchia quella della Camera dei deputati, il che significa che Sánchez avrà probabilmente voti sufficienti per far approvare almeno uno dei decreti.

La soluzione è arrivata troppo tardi, ha affermato il sindacato degli inquilini di Madrid. “Si è trattato di una situazione del tutto evitabile, al termine di un calvario straziante. Gli eventi scatenati dall’ingiustizia del suo sfratto segnano senza dubbio una svolta nella storia di questo paese: manifestazioni di massa, accampamenti nelle piazze, elezioni anticipate e l’appello allo sciopero generale. Il dibattito sugli affitti è al centro di tutto questo, ma il costo per arrivare a questo punto è stato troppo alto”.
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Tetto agli alunni e cittadinanza: Vannacci e governo trasformano diritti in privilegio

Quando la cittadinanza diventa un criterio di prevalenza, il principio di uguaglianza smette di essere universale. L'interpretazione di Vannacci dell'articolo 3 della Costituzione e l'introduzione del limite al numero di studenti stranieri per classe da parte del governo evidenziano una tendenza politica precisa: ridefinire l'accesso allo spazio pubblico in base al passaporto.

Eppure la giurisprudenza della Corte costituzionale ha chiarito da decenni che la pari dignità sociale appartiene alla persona in quanto tale quando sono in gioco i diritti inviolabili, a partire dall'istruzione. Al di là dei nodi di diritto, la misura mostra evidenti limiti operativi: nelle aree a forte concentrazione mancano spesso plessi limitrofi per accogliere gli studenti redistribuiti, i servizi di trasporto rischiano di creare disagi alle famiglie e il potenziamento dei docenti di italiano L2 è spesso depotenziato dall'uso del personale per supplenze o incombenze amministrative.

Raramente i diritti fondamentali vengono cancellati da un giorno all'altro. Il processo è più sottile: comincia quando si insinua l'idea che qualcuno abbia più titolo di altri a esercitarli. Quando l'esercizio di una tutela dipende dallo status anagrafico e non dalla dignità della persona, il diritto cessa di essere tale e si trasforma in un privilegio.

https://www.valigiablu.it/tetto-alunni-scuola-cittadinanza-vannacci-meloni/
Valigia Blu Tetto agli alunni e cittadinanza: Vannacci e governo trasformano diritti in privilegio - Valigia Blu Dal tetto agli alunni stranieri all'articolo 3 della costituzione: quando la cittadinanza prevale sull'uguaglianza, i diritti fondamentali rischiano di diventare privilegi.
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Anna Politkovskaja, vent’anni dopo. Così la Russia continua a reprimere le sue voci libere

“Anna Politkovskaja era mia amica, la chiamavo Anja. Poi vent’anni fa, nel giorno del compleanno di Vladimir Putin, è stata uccisa”. Così la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Russia, Mariana Katzarova ha ricordato in un evento al Parlamento Europeo Anna Politkovskaja, la giornalista di Novaya Gazeta uccisa 20 anni fa, nel giorno del compleanno di Putin.

Politkovskaja era conosciuta per le sue inchieste sulla seconda guerra in Cecenia: sparizioni, torture, corruzione e vittime che il potere russo raccontava con un’altra lingua. Oppure, semplicemente, non raccontava affatto.

Esecutori materiali e complici del suo omicidio sono in carcere dal 2014, condannati a oltre dieci anni di reclusione oppure all’ergastolo. Ma dei mandanti che ordinarono di mettere a tacere per sempre una voce ritenuta evidentemente scomoda per il Cremlino, nessuna traccia.

L’impunità della Russia è esattamente il punto da cui partire. Perché al di là dell’esito delle indagini, il caso Politkovskaja non è chiuso e i suoi strascichi continuano a plasmare la società dentro e fuori la Federazione. Nel 2018 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha stabilito che le autorità russe non avevano svolto un’indagine efficace sulla ricerca di chi aveva commissionato l’assassinio, violando il diritto alla vita prescritto all’inizio della Convenzione europea, nell’articolo 2. La memoria della giornalista continua a essere irrimediabilmente offesa nell’assenza di una verità piena e nel mancato riconoscimento di una responsabilità più alta, quella politica. Senza nome, senza un volto. Inesistente, al punto da continuare a esistere. E a uccidere.

https://www.valigiablu.it/anna-politkovskaja-omicidio-russia-putin-20-anni/
Valigia Blu Anna Politkovskaja, vent’anni dopo. Così la Russia continua a reprimere le sue voci libere - Valigia Blu Dal 7 ottobre 2006 i mandanti dell’assassinio della giornalista Anna Politkovskaja non sono mai stati identificati. Nel frattempo, la repressione del dissenso a Mosca è diventata sistemica e non risparmia neppure chi è costretto all’esilio.
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Alla fine il governo ha deciso di non attivare le accise mobili sui carburanti, uno dei sistemi utilizzati da marzo per tentare di frenare l'aumento dei prezzi di gasolio e benzina in seguito alla guerra in Iran.

In base a questo sistema, lo Stato usa l’IVA che ha incassato in più rispetto alle stime (per il rincaro dei carburanti) per prevedere una riduzione proporzionale delle accise e impattare sugli aumenti di prezzo. In genere questo intervento ha un effetto più modesto ma è anche meno oneroso per lo Stato.

Il governo ha deciso di non attivare le accise mobili probabilmente in seguito al tetto sui prezzi imposto da ENI e altri marchi, preferendo tenere risorse per la prossima finanziaria.

Qui i nostri articoli sul decreto carburanti e sul tetto carburanti di ENI e Q8:

Perché il taglio delle accise e sbloccare le trivelle non funzioneranno contro lo shock energetico
https://www.valigiablu.it/taglio-accise-decreto-carburanti-governo-meloni/

Inflazione e benzina: il nodo di Hormuz e il compromesso politico del price-cap ENI
https://www.valigiablu.it/inflazione-benzina-price-cap-eni-meloni-hormuz/
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Vi avevamo avvisato. La guerra in Iraq è stata un disastro

Fa una certa impressione leggere cosa scriveva nel 2003 Joe Cirincione – analista di sicurezza nazionale e all'epoca direttore del programma di non proliferazione presso il Carnegie Endowment for International Peace a Washington – alla vigilia della guerra preventiva degli Stati Uniti in Iraq.

La guerra in Iraq è costata quasi 3.000 miliardi di dollari e la perdita diretta di oltre 550.000 vite umane, tra cui più di 4.500 militari americani. E ha lasciato in eredità un Medio Oriente più instabile, organismi internazionali indeboliti al limite della delegittimazione, il diritto piegato alla legge della forza.

"Non sono un profeta ma, purtroppo, le cose sono andate più o meno come molti di noi temevano", conclude Cirincione.

https://www.valigiablu.it/guerra-iraq-usa-previsioni-bilancio-fallimento/
Valigia Blu Vi avevamo avvisato. La guerra in Iraq è stata un disastro - Valigia Blu A 23 anni dall'invasione dell'Iraq e con il ritiro finale USA, le previsioni del 2003 sono state tragiche profezie: costi umani, instabilità e il fallimento della guerra preventiva.
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Dal Brasile all’Europa: l’ultradestra avanza e un certo populismo di sinistra le fa da sponda

Il voto in America Latina e la persistente forza della dottrina Trump non sono fenomeni isolati, ma segnali evidenti di una profonda trasformazione degli equilibri politici globali. Il vero punto di rottura risiede nel collasso di quel centro politico e moderato che nel dopoguerra ha fatto da argine alle derive estremiste.

Erano le origini del post Seconda guerra mondiale. Un centro conservatore e/o cattolico che restava ancorato all'anticomunismo e all'antifascismo. Quel ruolo si è sgretolato per più ragioni: attraverso la conquista del partito di riferimento dall'interno, vedi Trump con i repubblicani, o attirando consensi proprio in virtù del venir meno delle forze moderate, vedi Italia, Francia o Germania e contemporaneamente distruggendo i partiti storici, vedi Francia o Inghilterra o anche l'Italia.

Quel voto ora fluttua ed è permeato di istinti spesso antidemocratici.

Ci sono molte differenze con l'America latina ma tutte riconducibili a una stessa traiettoria politica. La Dottrina Trump, la ripresa volgare della Dottrina Monroe (linea guida della politica estera degli Stati Uniti, enunciata dal presidente James Monroe il 2 dicembre 1823 davanti al Congresso, secondo cui gli Stati Uniti devono considerarsi chiusi a ogni futura colonizzazione o interferenza da parte delle potenze europee), ha fatto davvero in pochi anni dell'America il suo cortile di casa. Salvo il Venezuela in attesa del primo voto libero, con il voto e il consenso aperto dei vari elettorati.

L'Europa non diventerà il cortile di casa. A Trump interessa depotenziarne ruolo economico e politico. Per farlo esiste una naturale e convergente intesa con la Russia di Putin e in parte minore con la Cina di Xi.

Una Europa debole, incapace di visione e strategie comuni, darebbe campo libero agli USA che vogliono abbandonare militarmente il continente (ora è Trump che grida fuori gli USA dalla NATO), la Russia che rioccupa parte del vecchio impero sovietico e riprende a esportare l'unico bene che ha, ovvero le materie prime, e la Cina che ci vedrà come un suo mercato privo di concorrenti. Nel mentre l'intelligenza artificiale e le nuove tecnologie in mano della nuova tecnocrazia USA guideranno la riorganizzazione produttiva.

L'avanzata delle destre estreme, sovraniste ma solo dentro l'Europa, e pronte al vassallaggio verso Usa, Russia e Cina, nelle prossime elezioni, o quella di parte della sinistra o pseudo progressista (parola che ognuno si appiccica a seconda del bisogno) nei prossimi 12 mesi, deciderà cosa farà e cosa sarà l'Unione Europea nel futuro.

Qui l'articolo completo 👇
https://www.valigiablu.it/destra-estrema-america-latina-europa-trump-putin/
Valigia Blu Dal Brasile all'Europa: l'ultradestra avanza e un certo populismo di sinistra le fa da sponda - Valigia Blu Dalle elezioni in America Latina all'avanzata delle nuove destre in Europa: tra la dottrina Trump, le ambizioni di Putin, il crollo degli argini moderati e il ritorno del sovranismo, l'Europa si trova stretta tra Trump, Russia e Cina. Perché il vero rischio…
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Come una donna di 87 anni è diventata il volto della lotta per il diritto alla casa in Spagna

Lo sfratto di Maricarmen Abascal, portata via in barella a 87 anni dalla casa in cui viveva da 70 dopo la richiesta di un rincaro del 230% da parte del fondo Urbagestión, è diventata il volto della crisi abitativa in Spagna.

Urbagestión ha poi negoziato il rientro di Abascal nel suo appartamento a un affitto ridotto, ma questo non ha placato le proteste che proseguono da circa due settimane.

Il governo di Sanchez ha tentato di far approvare due decreti urgenti con blocco degli sfratti al 2030, rinnovo automatico di due anni degli affitti in scadenza nel 2028 e vincoli ai fondi. Prima del voto, Sánchez ha supplicato coraggio per evitare che il mercato «porti alla rovina la nostra società», mentre il ministro Bustinduy ha denunciato chi difende «un’oligarchia internazionale che sottrae rendita dai salari». I provvedimenti sono stati però bocciati dall'asse tra PP, Vox e JxCat, spingendo il premier ad annunciare elezioni anticipate per il 29 novembre.

Il caso di Abascal – scrive la giornalista Maria Ramirez – riflette il modo in cui le società immobiliari, le banche e gli hedge fund traggono profitto dagli inquilini vulnerabili e dalle loro case, un tempo accessibili. È anche un promemoria del fallimento dei politici nel proteggere il diritto a un alloggio “dignitoso e adeguato”, sancito dalla Costituzione spagnola dal 1978, a causa di un reiterato rimpallo tra livelli istituzionali, governo nazionale ed enti locali.

Intanto, il Sindicato de Inquilinas ha annunciato di voler portare “la lotta in tutti i quartieri, i complessi residenziali e le case di Madrid, ovunque ogni giorno si verifichino aumenti degli affitti, sfratti e abusi” per “trasformare l’energia degli ultimi giorni in un’organizzazione permanente”.

«Ora inizia la vera politica – afferma la portavoce Valeria Racu – quella che è sempre appartenuta al popolo e che tornerà una volta per tutte nelle strade».

https://www.valigiablu.it/spagna-sfratto-maricarmen-proteste-casa-elezioni/
Valigia Blu Come una donna di 87 anni è diventata il volto della lotta per il diritto alla casa in Spagna - Valigia Blu Dallo sfratto di Maricarmen alle proteste di massa contro il caro casa: il Parlamento affonda le tutele per gli inquilini. Sanchez annuncia elezioni anticipate per il 29 novembre.
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La morsa di Putin sull’Europa

Mentre la retorica del Cremlino evoca lo spettro di un’apocalisse nucleare per terrorizzare l’opinione pubblica occidentale, la vera minaccia per l’Europa non è un’invasione convenzionale, militarmente insostenibile per Mosca, bensì un’escalation ibrida fatta di sabotaggi, droni e guerra psicologica.

Questo schema, che ricorda una moderna strategia della tensione a basso costo, punta a sfruttare la stanchezza economica dei cittadini occidentali e la scarsa solidarietà verso i Paesi Baltici, a incrinare dall'interno la deterrenza della NATO e a rompere il fronte europeo prima ancora di sparare un solo colpo convenzionale.

Di fronte al rischio che la paura alimenti populismi pronti a cedere sul terreno dei diritti e della sicurezza comune, la tenuta dell’intero continente continua a poggiare sulla resistenza sul campo delle forze ucraine, autentico scudo materiale delle nostre libertà.

https://www.valigiablu.it/putin-escalation-ibrida-morsa-europa/
Valigia Blu La morsa di Putin sull'Europa - Valigia Blu Tra minacce nucleari e fobie di un'invasione imminente, la vera offensiva di Mosca contro l’Europa non è un blitz convenzionale, ma un’escalation ibrida fatta di sabotaggi, droni e terrore psicologico. Come Putin sfrutta le nostre divisioni politiche e perché…
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