Anna Politkovskaja, vent’anni dopo. Così la Russia continua a reprimere le sue voci libere
“Anna Politkovskaja era mia amica, la chiamavo Anja. Poi vent’anni fa, nel giorno del compleanno di Vladimir Putin, è stata uccisa”. Così la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Russia, Mariana Katzarova ha ricordato in un evento al Parlamento Europeo Anna Politkovskaja, la giornalista di Novaya Gazeta uccisa 20 anni fa, nel giorno del compleanno di Putin.
Politkovskaja era conosciuta per le sue inchieste sulla seconda guerra in Cecenia: sparizioni, torture, corruzione e vittime che il potere russo raccontava con un’altra lingua. Oppure, semplicemente, non raccontava affatto.
Esecutori materiali e complici del suo omicidio sono in carcere dal 2014, condannati a oltre dieci anni di reclusione oppure all’ergastolo. Ma dei mandanti che ordinarono di mettere a tacere per sempre una voce ritenuta evidentemente scomoda per il Cremlino, nessuna traccia.
L’impunità della Russia è esattamente il punto da cui partire. Perché al di là dell’esito delle indagini, il caso Politkovskaja non è chiuso e i suoi strascichi continuano a plasmare la società dentro e fuori la Federazione. Nel 2018 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha stabilito che le autorità russe non avevano svolto un’indagine efficace sulla ricerca di chi aveva commissionato l’assassinio, violando il diritto alla vita prescritto all’inizio della Convenzione europea, nell’articolo 2. La memoria della giornalista continua a essere irrimediabilmente offesa nell’assenza di una verità piena e nel mancato riconoscimento di una responsabilità più alta, quella politica. Senza nome, senza un volto. Inesistente, al punto da continuare a esistere. E a uccidere.
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