L’allargamento dell’Unione Europea un “imperativo geopolitico”?
La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen lo ha definito un “imperativo geopolitico”. Il 6 ottobre, a Strasburgo, la Commissione ha presentato il pacchetto di misure per preparare l’Unione ai futuri allargamenti: istituzioni più efficienti, maggiori garanzie sullo Stato di diritto, adattamento delle politiche europee e nuove regole di bilancio. L’obiettivo è fare in modo che una UE più grande sia anche “più forte”, nelle parole di von der Leyen.
L’esperienza dei contenziosi sullo Stato di diritto con l’Ungheria pesa sulle scelte attuali: Bruxelles punta a inserire clausole di salvaguardia post-adesione capaci di congelare fondi e diritti di voto fino a 15 anni dopo l'ingresso, superando il principio per cui l’adesione sia un punto di non ritorno privo di verifiche stringenti. Dai Balcani all’Ucraina, le asimmetrie rimangono marcate: il Montenegro punta all’ingresso nel 2028, mentre l'impatto economico e agricolo di Kyiv impone una revisione radicale delle politiche comuni.
Il nodo più profondo riguarda tuttavia il valore politico dell'integrazione: l'ipotesi di un accesso graduale a singoli programmi rischia di trasformare l'adesione in un modello parziale che indebolisce il senso stesso del progetto europeo. Come dimostra il recente stop al percorso di adesione in Islanda, ottenere i vantaggi del mercato unico senza assumersi i vincoli istituzionali è un'opzione concreta che costringe Bruxelles a ripensare la propria attrattività. L'Unione deve decidere non solo chi accogliere, ma quale grado di coesione interna e sovranità condivisa intenda preservare.
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