Cosa significa vivere e resistere a Kyiv
"Dopo un breve soggiorno in Italia, ho bisogno di tornare in Ucraina. Si tratta quasi di un bisogno viscerale, di quelli inspiegabili. Questa volta però la paura si fa sentire, è palpabile sin da quando si sente vibrare il telefono senza sosta e la nuova mappa colorata degli allarmi appare sullo schermo: in giallo la minaccia di droni, in rosso la balistica.
Sono stata in Italia per qualche tempo, senza sirene e senza esplosioni. Un altro pianeta, in cui mi son sentita a tratti un pesce fuor d’acqua, scombussolata da tutta questa pace e normalità. Avrei dovuto rilassarmi, riposare, godermi quel tempo di pace, e invece quel silenzio ha solo aumentato la mia inquietudine. Non riuscivo a dormire bene: il pensiero era sempre lì, a Kyiv; e quando finalmente il sonno arrivava, arrivava lei, la mia Kyiv in fiamme, la mia Kyiv rasa al suolo, la mia Kyiv che urla per il dolore tra nuvole di fumo. È lo stesso incubo che facevo, sempre al sicuro e lontano dalla guerra, nei primi mesi dell’invasione, nel 2022. Credevo di aver sepolto il ricordo di quel periodo difficile, e invece ha fatto ritorno rivelando un’ipotesi concreta di quello che potrebbe accadere se le forze della resistenza ucraina, dopo cinque lunghi anni, dovessero venire meno.
Kyiv è la mia città da un decennio ormai, quel posto dove stare che l’amico Ludovico Gualano (volontario e presidente dell’associazione Rescue Team) descrive senza filtri nel suo omonimo libro di testimonianze; starle lontana somiglia a vivere una relazione a distanza con la persona che si ama. Ci si sveglia e si controlla il telefono prima ancora di aprire gli occhi, per sapere com’è andata la notte, un po’ come un genitore che ha il baby monitor sempre con sé. Conosco fin troppo bene il suo modo di nascondere la stanchezza, la frustrazione e la paura, e so leggere fra le righe quello che non dice o non riesce a esprimere. Con il tempo ho imparato a conoscere i suoi ritmi, come si conoscono quelli di chi si ama. Quando le scrivo, mi risponde “va tutto bene” o “sono ancora tutta intera”, come farebbe una qualsiasi persona che non vuole farti preoccupare mentre soffre. Da lontano, vivo in una sorta di limbo con le notizie flash, i racconti altrui e le fotografie dei luoghi cari al cuore. È una relazione strana, perché di solito, a distanza, si teme che l’altro cambi, che si stanchi, che se ne vada. Qui è il contrario: lei non se ne va, non chiede niente, non ti supplica mai di tornare. Eppure soffre, e tu non sei lì a tenerle la mano nel momento del bisogno. Se mi addormento in un letto tranquillo, finalmente nelle braccia di Orfeo, con un tetto sopra la testa, il senso di colpa si fa strada insieme all’impotenza, e tutto mi sembra un tradimento.
Tornare, però, non è mai stato così difficile. Leggo che i valichi di frontiera con la Moldova e la Polonia sono finiti sotto attacco, e anche se non l’ho visto con i miei occhi, il pensiero mi accompagna mentre aspetto in coda in un luogo che spero non vada incontro allo stesso destino. I treni, che per anni sono stati il modo più sicuro di muoversi nel Paese, sono diventati bersagli. Nonostante sia il metodo che prediligo per viaggiare, li evito per non finire evacuata in mezzo al nulla durante allarmi e potenziali attacchi, e scelgo l’autobus. Spostarsi, oggi, è diventata un’impresa: persino il tratto di strada che dovrebbe portarmi a casa e farmi riabituare gradualmente a queste località in guerra diventa qualcosa da attraversare in fretta, con il fiato sospeso."
La nuova “campagna russa”, iniziata a fine agosto, ha cambiato il ritmo di vita della capitale ucraina che può già, in una certa misura, essere definita una città e una regione in prima linea, anche se geograficamente lontana dalla linea del fronte. Gli ultimi giorni di settembre e i primi di ottobre sono stati particolarmente intensi, e Kyiv ha avuto a malapena il tempo di riprendere fiato.
Ripensare i percorsi, essere pronti a trovare un rifugio tra due pareti, vivere al ritmo e i silenzi delle sirene e degli allarmi: il racconto personale di Claudia Bettiol di cosa significa vivere e resistere a Kyiv sotto la "sbornia balistica" russa 👇
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