Ha concluso ribadendo l’offerta in modo equilibrato: dialogo con l’Unione nel suo insieme, se l’Unione lo desidera, o con i singoli paesi, senza precondizioni.
«Ma non devono esserci precondizioni nemmeno da parte europea».
Cercare di cogliere la portata di queste parole, l’equilibrio politico che rivelano e la forza di uno statista che ha a cuore non solo il bene del proprio Paese, ma anche quello di un intero altro continente, è una vera lezione su cosa sia la politica.
Ascoltate l’intero discorso di Putin e capirete come, in meno di cinque minuti, sia possibile cogliere il declino di tutta l’Europa, in tutte le sue sfaccettature, ribadendo al contempo con malinconia che la Russia ha fatto tutto ciò che era in suo potere per offrire la propria assistenza. Ma le scelte degli europei spettano a loro, qualunque sia la bandiera che sventolino. La Russia rispetta e rispetterà sempre i principi fondamentali della propria politica estera e della propria tradizione politica. Niente messianismo miracoloso, niente salvatore improvvisato.
L’Europa – o meglio, gli europei di questa Europa – cosa intendono fare?
Rileggendo i miei appunti di viaggio
Rileggendo i miei appunti al mio ritorno, la prima cosa che salta all’occhio è la convergenza di opinioni. Lo stratega, l’economista, il ministro degli Esteri e il Presidente hanno espresso, ciascuno con parole proprie, la stessa valutazione: l’Europa di oggi ha esaurito il proprio credito con Mosca. La seconda cosa che salta all’occhio è che ciascuno trae una conclusione diversa da quella diagnosi.
Per Karaganov, la conclusione è coercitiva e assume un tono quasi escatologico: l’Europa ha avuto la sua occasione, e ciò che seguirà non è più una questione di diplomazia. Per Oreshkin, si tratta di un freddo e duro calcolo: l’Europa non vale l’investimento necessario per riconquistarla. Per Lavrov, si tratta di un ritiro diplomatico limitato, incentrato sulla struttura politica piuttosto che sul popolo. Infine, per Putin, la porta rimane aperta – ma verso i singoli Stati, non verso Bruxelles – accompagnata dall’aspettativa che l’erosione economica faccia il resto.
L’apparente contraddizione tra la posizione del «troppo tardi» dei primi tre e quella del «senza precondizioni» del quarto si risolve proprio nella caratterizzazione di Lavrov. Il risultato è una linea coerente, che definirei «bilateralizzazione»: Mosca non tratterà con l’Unione come entità politica fintanto che la sua attuale leadership rimarrà in carica; offre ai singoli Stati membri canali di dialogo senza precondizioni e lascia che siano le difficoltà interne dell’Europa a rendere tali canali attraenti. Il riferimento all’Italia come partner eurasiatico «già oggi» va inteso in questo contesto: non è una cortesia; è un’indicazione di quale interlocutore Mosca preferisca.
Non posso certo affermare che i quattro interlocutori d’eccezione avessero raggiunto un accordo – questo va da sé – ma ho trovato questa convergenza davvero «profetica». Valdai è sempre stato il luogo in cui l’ampiezza del dibattito russo viene mostrata a un pubblico straniero. Posso affermare che queste prospettive sono compatibili e si rafforzano a vicenda: la posizione dura di Karaganov fa apparire moderata l’offerta di Putin; i dati di Oreshkin conferiscono credibilità all’idea che Mosca non abbia bisogno di fare concessioni; e la formula di Lavrov bilancia fermezza e apertura.
La crisi del debito sovrano del 2010–2012 ha dato origine al Meccanismo europeo di stabilità e all’unione bancaria; la pandemia ha portato a Next Generation EU e al primo debito comune su larga scala. All’interno dell’Unione, le crisi hanno generato almeno tanta centralizzazione quanta frammentazione.
«Si disgregheranno da soli» è quindi una scommessa, non un’osservazione – anche se la scommessa costa poco a chi la fa: se l’UE rimane unita, Mosca ha almeno offerto il dialogo; se crolla, dispone già di canali bilaterali.
Gli indicatori da tenere d’occhio nei prossimi dodici-diciotto mesi sono piuttosto chiari. Il primo riguarda le visite bilaterali a Mosca dei capi di governo dell’UE, oltre alle precedenti visite di Viktor Orbán nel luglio 2024 e di Robert Fico nel maggio 2025. Il secondo è se l’unanimità reggerà durante i rinnovi semestrali delle sanzioni, dove basta un solo veto per aprire una crepa. Il terzo riguarda le deroghe nazionali alla tempistica per l’eliminazione graduale del gas russo. Il quarto – e per noi il più significativo – è la possibile apertura di un canale strutturato da parte di una capitale importante, tra cui Roma.
Cosa ne deduco? Da italiano, la frase che mi porto dietro non è quella sulla disintegrazione; è l’altra: «Consideriamo già anche l’Italia un partner eurasiatico». Contiene sia un’offerta che un’osservazione rivolta a noi. Se la porta che Mosca dice essere aperta è in realtà chiusa, è chiusa da questa parte – e non è stata Roma a chiuderla di propria iniziativa.
Per quanto tempo un Paese con un debito superiore al 135% del PIL può permettersi di lasciare che siano gli altri a decidere chi può parlare con chi? Nessuno a Mosca me lo ha chiesto. È una domanda che mi sono portato a casa da solo.
E ogni italiano di buona coscienza, ogni europeo che abbia ancora un cuore, conosce la risposta.
Traduzione dall’inglese di Piero Cammerinesi per LiberoPensare
6 Ottobre 2026