Troppo tardi per salvare l’Europa: cosa mi hanno detto Putin, Lavrov, Oreshkin e Karaganov al Vertice di Valdai
Ottobre 7, 2026
di Lorenzo Maria Pacini
Se la porta che Mosca dice essere aperta è in realtà chiusa, è chiusa da questa parte – e non è stata Roma a chiuderla di propria iniziativa.
Un summit di Valdai fuori sede
Quello che sto per condividere in questo articolo è meno tecnico e più personale del solito. Riguarda le informazioni raccolte nel corso di diversi giorni di dialogo, discussione e, a quanto pare, una domanda «scandalosa» che ha fatto scalpore nei media europei – perché ho chiesto al presidente della Federazione Russa, Vladimir Vladimirovich Putin, che ne sarà dell’Europa.
Potete trovare il video completo del discorso di Vladimir Putin al Forum di Valdai qui.
Potete trovare le mie osservazioni e le risposte di Putin qui.
Quest’anno il Forum di Valdai non si è tenuto a Sochi. Gli inviti inviati in estate indicavano ancora la città sul Mar Nero come sede, ma poi, alla fine di agosto, gli organizzatori hanno annunciato il trasferimento nella regione di Mosca. Secondo il Financial Times, il Servizio federale di protezione ha richiesto il trasferimento, preoccupato dalla minaccia dei droni ucraini a seguito di un’estate di attacchi alle raffinerie costiere. Questo dettaglio logistico ha un suo peso. La guerra – che a Valdai viene sempre discussa nel linguaggio del sistema internazionale – sta ora influenzando anche l’organizzazione pratica del forum.
La 23ª riunione annuale si è svolta dal 28 settembre al 1° ottobre con un titolo che a un europeo suona quasi come una domanda personale: «Responsabilità per il futuro: i limiti del possibile o possibilità illimitate?». L’apertura è stata caratterizzata dalla presentazione del rapporto annuale del Club, Keep Calm. Lo Stato e la responsabilità per il futuro, che gli autori presentano – con un cenno a Kubrick – come un manuale per smettere di preoccuparsi e imparare ad amare il caos. A questo sono seguite nove sessioni tematiche, una sessione speciale e, nell’ultimo giorno, la sessione plenaria con il Presidente.
Sono arrivato come italiano ed europeo, consapevole che in quelle sale le due identità hanno un peso diverso. Nel corso della settimana ho parlato, in particolare, con quattro interlocutori di alto livello: Sergey Karaganov, Maksim Oreshkin, Sergey Lavrov e, durante la sessione plenaria, Vladimir Putin. Le prime tre conversazioni si sono svolte a margine delle sessioni e le riporto attingendo dai miei appunti – in sostanza, non parola per parola. Il quarto scambio è pubblico e documentato da una trascrizione, dalla quale cito direttamente.
Presi singolarmente, i quattro dialoghi trasmettono concetti che chiunque segua il dibattito russo conosce già. Se considerati in sequenza, tuttavia, dipingono un quadro più chiaro: una valutazione condivisa dell’Europa e quattro modi diversi di trarne conclusioni. E, soprattutto, un futuro tutt’altro che roseo.
Karaganov: l’Europa come fonte del male
Sergei Karaganov è uno dei fondatori del Club Valdai, presidente onorario del Consiglio per la politica estera e di difesa, e da anni è la voce più radicale del realismo russo. Con lui, la conversazione è iniziata immediatamente dal punto più controverso. L’Europa, ha affermato, è la radice di tutti i mali. Se venisse distrutta, nessuno ne sentirebbe la mancanza. Un conflitto nucleare tattico sul suo territorio non coinvolgerebbe altri attori. Gli europei hanno avuto tutto il tempo per trovare una soluzione ai propri problemi; ora che hanno scelto di prepararsi alla guerra contro la Russia, è troppo tardi per offrire loro un’altra possibilità.
Devo essere onesto: non sono mai stato un fan di Karaganov; ho spesso trovato le sue opinioni troppo radicali e antiquate.
Ma a partire da un caffè insieme dopo pranzo – e proseguendo nel corso di una settimana di discussioni – ho scoperto che la pensiamo in modo molto simile e che le sue opinioni non sono affatto banali. Chiunque abbia letto le sue recenti dichiarazioni riconoscerà questa linea di pensiero. Nel giugno 2023, Karaganov aveva sostenuto pubblicamente che la Russia dovesse abbassare la soglia per l’uso delle armi nucleari per ripristinare la credibilità della propria deterrenza e indurre l’Occidente a ritirarsi dal conflitto in Ucraina. Parte di tale approccio è stata successivamente incorporata nei documenti ufficiali: i Fondamenti della politica di Stato della Federazione Russa nel campo della deterrenza nucleare, aggiornati nel novembre 2024, considerano un attacco da parte di uno Stato non nucleare, condotto con la partecipazione o il sostegno di una potenza nucleare, come un attacco congiunto.
Le sue parole, tuttavia, contengono tre affermazioni distinte, ed è opportuno tenerle separate. La prima è un giudizio storico e sulla civiltà: l’Europa come fonte delle grandi catastrofi della modernità, dalle guerre mondiali al colonialismo. Si tratta di una tesi che Karaganov sostiene da tempo e che può essere contestata, ma che appartiene al regno dell’interpretazione. La seconda – secondo cui nessuno piangerebbe l’Europa – è una previsione sulle reazioni altrui; da quanto ho potuto osservare in quei giorni, trova eco in una parte significativa dei partecipanti asiatici, africani e latinoamericani. La terza è un’ipotesi strategica che sta alla base di tutto il resto: un’escalation nucleare in Europa rimarrebbe confinata all’Europa.
Su questo punto, la letteratura sulla deterrenza ne discute da settant’anni e – fortunatamente – mancano prove empiriche. Il fattore che complica questa ipotesi risiede all’interno della stessa Europa. La Francia e il Regno Unito possiedono arsenali nazionali e, nel marzo 2025, Parigi ha formalmente aperto il dibattito sulla dimensione europea della propria deterrenza. Un conflitto nucleare «esclusivamente europeo» presuppone che due potenze nucleari europee restino a guardare. Questa è l’ipotesi più debole dell’intera argomentazione, indipendentemente da come si valutino le altre due.
Va inoltre osservato che Karaganov non parla a nome del governo. Al Forum di Valdai, egli rappresenta l’ala del dibattito russo che spinge il Cremlino verso posizioni più definitive, e uno dei suoi ruoli è proprio quello di spingere i limiti di ciò che si può dire. In questa ottica, il suo «troppo tardi» è indicativo di una tendenza piuttosto che di una dottrina.
Post #3887
481
- ❤ 6