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Come Don Chisciotte PIU' SALUTE di Valentina Bennati

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Non c’è niente di più incontrollabile di una persona sana, consapevole e felice.
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❇️ Funghi officinali, preziosa risorsa per la salute

I funghi non sono né animali, né vegetali, né minerali, appartengono a un regno di mezzo e hanno un ruolo molto importante per l’equilibrio dell’ecosistema naturale.
Alcuni di essi
, circa 200, hanno anche proprietà salutistiche ed effetti terapeutici di vario tipo e importanza, tra questi quelli meglio conosciuti e utilizzati negli ultimi anni sono una quindicina e hanno, ognuno, caratteristiche proprie che ne garantiscono un’efficacia mirata e conseguenze specifiche.

La Micoterapia si può, quindi, a tutti gli effetti considerare una giovane branca ampia e complessa della fitoterapia e il numero di studi scientifici è in costante aumento. Le conoscenze, però, affondano nel tempo. Ad esempio, la Medicina Tradizionale Cinese utilizza da millenni i funghi a scopi curativi e ha tramandato una serie di indicazioni molto precise. Anche gli Egizi li usavano come cibo (riservato ai faraoni) e geroglifici attestano che erano considerati capaci di donare l’immortalità.
Le proprietà curative di alcuni funghi erano note ai medici greci e romani, ma sono stati soprattutto i monaci taosti e buddisti a conservare vecchi saperi che, però, non sono esclusivi dell’Asia e del Mediterraneo perché, al di là dell’Oceano Atlantico, anche i nativi americani li hanno utilizzati in qualità di cibo e di medicina e pure nell’Est Europa e in Russia fin dall’antichità alcuni funghi sono stati considerati una risorsa alimentare e curativa.
Oggi, dunque, si sta riscoprendo e approfondendo qualcosa che già in passato era praticato e acquisito.

Al di là delle proprietà tipiche di ciascuna specie, in generale i funghi medicinali sono ricchissimi di molecole, principi attivi ed enzimi e sono accomunati dalla presenza, in quantità più o meno elevata, di particolari polisaccaridi: i beta-glucani. Sono come dei mini-laboratori sofisticati che trasformano le sostanze raccolte dai vegetali o dai terreni su cui crescono rendendole disponibili per molti scopi curativi e hanno un ruolo chiave nell’immunomodulazione poiché aumentano o riducono la risposta immunitaria a seconda del bisogno. È interessante, in particolare, il loro utilizzo nelle patologie cronico-degenerative.
Opportune metodiche di preparazione possono renderli maggiormente biodisponibili ed efficaci.

N.B.
E’ fondamentale rivolgersi a un professionista serio e preparato e essere consapevoli di dove e come vengono coltivati i funghi perché diversamente questi possono accumulare tossine e metalli pesanti dal terreno e dall’ambiente in cui crescono.
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VB


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‌❇️ PFAS, il “veleno perfetto” che provoca anche ipertensione

Di recente uno studio pubblicato sulla rivista Hipertension ha evidenziato che l’esposizione cumulativa a lungo termine ai PFAS (sostanze perfluoroalchiliche ampiamente usate nei processi industriali in svariati ambiti) aumenta il rischio di ipertensione.
L’uso diffuso di questi composti è legato alle loro caratteristiche: stabilità chimica e termica, impermeabilità all’acqua e ai grassi e capacità di rendere i materiali a cui sono applicati repellenti all’acqua, all’olio e resistenti alle alte temperature. Si trovano, infatti, in diversi prodotti di consumo, commerciali e industriali, ad esempio, in pentole antiaderenti, detergenti per la casa e tessuti impermeabili, ma in realtà le possibili fonti di esposizione sono innumerevoli. I PFAS sono utilizzati anche in alcuni articoli medicali (impianti/protesi mediche, teli e camici chirurgici); nelle carte e negli imballaggi (compresi quelli che sono a diretto contatto con gli alimenti); nel settore dell’aviazione, aerospaziale e di difesa (in vari componenti meccanici o come additivi); nell’elettronica; nei prodotti da costruzione (come materiali di rivestimento resistente agli incendi o agli agenti atmosferici) e nei prodotti antincendio (in schiume ed equipaggiamenti).

Negli ultimi anni i PFAS e i loro derivati sono stati sotto indagine per il loro effetto negativo sull’ambiente e sulla salute perché, se non sono ben monitorati durante i processi di lavorazione industriale, hanno la capacità di filtrare nelle acque sotterranee, di accumularsi nelle piante e di entrare nella catena alimentare (nel 2013 scoppiò il caso in Veneto). Il problema è che sono inodori, insapori e incolori, rappresentano quindi un veleno perfetto che crea danni lentamente e silenziosamente. Ricerche su animali di laboratorio mostrano, infatti, che questi composti chimici ad alte concentrazioni sono in grado di danneggiare fegato, tiroide, sistema immunitario e riproduttivo e aumentare il rischio di alcune neoplasie. Purtroppo, anche se sono state già rilevate preoccupanti tracce nel sangue di persone abitanti in diverse aree del Nord Italia, manca uno studio epidemiologico prospettico completo che tratti in modo approfondito tutti gli effetti sull’organismo umano dei PFAS per cui ogni lavoro scientifico (come quello sopra citato, per quanto limitato all’aspetto della pressione alta) è da tenere in considerazione.

L’EPA, Agenzia per la Protezione Ambientale degli Stati Uniti, è attiva da tempo verso questa tematica e nel suo sito propone informazioni e consigli per ridurre il rischio di venire a contatto con queste sostanze tossiche. Qui da noi il Laboratorio di Chimica e Tossicologia dell’Ambiente dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri ha stilato un elenco delle sostanze alternative ai PFAS e, partire da questa lista, il Ministero si è posto l’obiettivo di fornire degli orientamenti precisi alle aziende che ne fanno maggiore uso. Inoltre, di recente l’Università di Ferrara si è attivata con un progetto che prevede l’utilizzo di gusci di conchiglie per decontaminare l’acqua da questi composti che sono interferenti endocrini certi e potenziali cancerogeni.
In realtà siamo ancora molto indietro: le normative nazionali e regionali attualmente prevedono limiti assolutamente insufficienti, mentre invece dovrebbero essere adottate misure per il divieto totale dell’uso di queste sostanze.
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‌❇️ Oli essenziali per migliorare i sintomi dell’allergia

C’è uno studio randomizzato e controllato in doppio cieco, condotto da ricercatori sudcoreani, che ha valutato l’effetto di una miscela di oli essenziali di ravensara, incenso e sandalo sui sintomi di rinite allergica come naso che cola o ostruito, mal di testa, lacrimazione, tosse ma anche disturbi del sonno e stanchezza. Vi hanno partecipato 62 persone dai 20 ai 60 anni con sintomi cronici di rinite allergica perenne: un gruppo è stato trattato con olio di mandorla come controllo e l’altro con la miscela di olio essenziale di legno di sandalo, incenso e ravensara a una concentrazione dello 0,2% (per volume) in olio di mandorle.
Ogni giorno alle 10:00 e alle 22:00 i pazienti dovevano versare il contenuto del flaconcino su un tampone e posizionarlo a 30 cm dal naso inalando per 5 minuti con respiro normale. Sono state fatte analisi all’inizio dello studio e all’ottavo giorno e rispetto al placebo il gruppo sperimentale ha mostrato un miglioramento significativo dei sintomi nasali, specialmente dell’ostruzione nasale, e miglioramenti ci sono stati anche per la rinocongiuntivite e il livello di affaticamento.
In conclusione, anche se lo studio ha incluso un piccolo numero di persone ed è durato solo 7 giorni, i risultati sono stati molto promettenti.

L’aromaterapia individua anche altre essenze con una particolare vocazione antiallergica come la camomilla blu (matricaria) e il cipresso. Hanno una forte azione antistaminica oltre a proprietà decongestionanti lenitive e antinfiammatorie.
La CAMOMILLA si può diffondere nell’ambiente in sinergia con la lavanda. Oppure si può applicare 1 goccia sul palmo della mano, si strofinano le mani e si uniscono a coppetta mettendole sotto al naso respirando con 4-5 respiri profondi per 2-3 volte al giorno.
Il CIPRESSO, invece, si può diffondere nell’ambiente ogni 3-4 ore per 10 minuti. O si può emulsionare 1 goccia con poco olio vegetale di argan, frizionarlo sui polsi e poi inspirarlo con 4- 5 respiri profondi per un paio di volte al giorno.

Attraverso l’uso sapiente degli oli essenziali si può intervenire quindi sia per alleviare i fastidi delle allergie stagionali che in senso preventivo.
La LAVANDA VERA, ad esempio, può aiutare a ripulire l’aria dagli allergeni.  Se ne mettono 10 gocce in un diffusore e si lascia diffondere l’aroma per 15 minuti almeno due, tre volte al giorno. E si può anche applicare una goccia di questo olio essenziale, diluito in opportuno olio vettore come olio di mandorle o di jojoba, sui polsi o sul plesso solare poiché aiuta a alleviare i sintomi della rinite allergica.

Ad ogni modo da un punto di vista naturopatico non si deve guardare solo ai sintomi ma alle cause profonde, quindi all’organismo intero. Le reazioni allergiche sono il segnale che il sistema immunitario non sta lavorando come dovrebbe e che la naturale capacità di guarigione che ogni organismo possiede ha bisogno di aiuto.
I pollini non sono “i nemici”, bisogna capire cosa è avvenuto nell’organismo per aiutarlo a ricreare tolleranza. Quindi non è il caso di operare solamente con un trattamento che sia sintomatico (anche se naturale), ma è necessario armonizzare e riequilibrare il terreno organico.

N.B.
Scegliere sempre oli essenziali puri 100%
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VB

 

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‌❇ Consumo di latticini e cancro alla prostata, nuovo studio evidenzia associazione

Secondo un nuovo studio condotto su oltre i 28.700 uomini di Stati Uniti e Canada i consumatori di grandi quantità di prodotti caseari, in particolare latte, hanno un rischio più alto di cancro alla prostata rispetto a chi invece ne fa un consumo limitato.

Lo studio è uscito su American Journal of Clinical Nutrition e nell’arco di tempo contemplato (8 anni) sono stati osservati 1.254 casi di cancro della prostata incidente di cui 190 allo stadio avanzato. Si è riscontrato che non c’è differenza tra il consumo di latte scremato o intero. È stato visto, però, che la maggior parte dell’aumento continuo del rischio si ha quando si arriva a 150 g, circa 2/3 di una tazza di latte ogni giorno.
Secondo gli autori è possibile che l’associazione dipenda dagli ormoni sessuali presenti nel latte e c’è anche uno studio precedente che ha mostrato effetti simili dei latticini sul rischio di cancro del seno delle donne per cui pare plausibile che siano coinvolti gli stessi meccanismi.

C’è da dire che il latte che si produce attualmente non è certo quello di cent’anni fa quando le mucche pascolavano prevalentemente all’aperto e si nutrivano di erbe selvatiche che contengono anche più Omega 3 precursori delle prostaglandine antinfiammatorie.
Invece gli animali di oggi, cresciuti lontano dalla natura, sono nutriti più che altro con mais che contiene più omega 6 e soprattutto acido linoleico che genera poi i precursori delle prostaglandine infiammatorie. Inoltre, negli allevamenti moderni le mucche vengono di nuovo fecondate tre mesi dopo il parto e sono munte anche durante tutta la gravidanza (mentre un tempo lo si faceva solo dopo che avevano partorito) e anche per questo motivo il latte risulta particolarmente ricco di estrogeni i quali possono stimolare la crescita dei tumori ormono-sensibili.

Si sente sempre fare riferimento a latte e latticini come fonti di approvvigionamento per il calcio utile alle ossa, in realtà fonti alternative di calcio esistono. Puoi trovare ulteriori informazioni utili in questo articolo.

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Post #345 11K
‌❇ Un nuovo inizio

“È una follia odiare tutte le rose perché una spina ti ha punto, abbandonare tutti i sogni perché uno di loro non si è realizzato, rinunciare a tutti i tentativi perché uno è fallito.

È una follia condannare tutte le amicizie perché una ti ha tradito, non credere in nessun amore solo perché uno di loro è stato infedele, buttare via tutte le possibilità di essere felici solo perché qualcosa non è andato per il verso giusto.

Ci sarà sempre un’altra opportunità, un’altra amicizia, un altro amore, una nuova forza.

Per ogni fine c’è un nuovo inizio.”

(Antoine de Saint-Exupéry)

* * *

La vita ha in serbo, per tutti, alcune dure lezioni. A volte, però, le cose capitano in maniera così inaspettata e forte da scuoterci fino in fondo. Allora, come dopo un tornado, quello che vediamo intorno a noi sembra essere solo devastazione, il nostro mondo non ci appare più lo stesso ed è difficile capire cosa proviamo, fidarsi ancora delle persone che abbiamo accanto.

La verità è che non siamo onnipotenti né perfetti, nessuno di noi lo è. Il rischio di sbagliare o rimanere delusi è sempre in agguato per tutti e ciò è valido soprattutto in quei tempi della vita in cui ci troviamo davanti a fatti che sembrano più grandi di noi.
Tuttavia, al di là di ogni amarezza o delusione, è possibile ogni volta ricominciare. E questo può avvenire sempre, anche quando si è vecchi o stanchi. Per andare avanti, però, bisogna affrontare ciò che è stato. Aver la voglia di approfondire, capire e, a volte, se necessario, mettere un bel punto e andare a capo. Non si comincia infatti un nuovo periodo continuando a scrivere sulla stessa riga le stesse cose allo stesso modo.

Lasciarsi il passato alle spalle e andare avanti è la fatica più grande.
Riuscire a prendere congedo dalle esperienze che ci hanno fatto male con uno sguardo, comunque, di gratitudine è ancora più difficile.
Ma è indubbiamente la vittoria più significativa perché è senz’altro più semplice rimanere delusi, arrabbiati, fermi nelle proprie posizioni e chiusi dentro, piuttosto che reagire con un atteggiamento di apertura, sforzandosi di chiarire e trovare soluzioni costruttive.

Alla fine, sono proprio le vicende più amare a darci l’opportunità di diventare migliori.
O peggiori.
La scelta dipende sempre da noi.
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Post #344 10.3K
‌❇ Una scoperta casuale potrebbe risolvere il problema della resistenza antibiotica

Eric Brown, professore di biochimica e scienze biomediche della McMaster University, membro del Global Nexus canadese per le pandemie e le minacce biologiche e del Michael G. DeGroote Institute for Infectious Disease Research, sembra aver trovato una possibile soluzione al preoccupante e crescente problema della resistenza antibiotica. Mentre stava facendo studi su infezioni di animali e testando alcuni trattamenti, ha notato che alcuni composti funzionavano molto meglio rispetto ad altri e ha scoperto alla fine che l’ingrediente chiave era il bicarbonato.
Adesso insieme al suo team è già al lavoro per sperimentare una preparazione potenzialmente rivoluzionaria a base di bicarbonato e azitromicina per il trattamento delle ulcere del piede diabetico infette, una patologia che ogni anno colpisce 140 milioni di persone con diabete in tutto il mondo e per la quale attualmente non esistono antibiotici topici in grado di curare perché si formano batteri molto resistenti ai farmaci.

Brown ha dichiarato di avere mescolato il bicarbonato con diversi antibiotici e di aver riscontrato al momento che l’azitromicina risponde meglio poiché, con l’aggiunta di bicarbonato, migliora nettamente il suo assorbimento da parte delle cellule infette.
Secondo il professore il bicarbonato potrebbe quindi essere un ingrediente chiave nello sviluppo di nuove soluzioni antibiotiche per contrastare ogni genere di antibiotico resistenza, sia contro i patogeni gram-negativi che gram-positivi. Ad esempio, in futuro potrebbe essere utile per preparati topici da usare per il trattamento delle ustioni infette o per spray aerosol che possano contrastare le infezioni polmonari croniche che spesso sono una complicanza della fibrosi cistica o, ancora, un altro potenziale bersaglio per un trattamento con aerosol a base di antibiotici e bicarbonato potrebbe essere la tubercolosi che attualmente richiede cicli di mesi di più antibiotici orali senza dare risultati soddisfacenti.

Insomma, la scoperta ha un grande potenziale e potrebbe essere un punto di svolta nel campo dello sviluppo della ricerca sulle malattie infettive.
Essendo l’azitromicina già in uso da anni e il bicarbonato una sostanza altrettanto conosciuta, non dovrebbero esserci problemi o ostacoli normativi per proseguire con la sperimentazione. Sempre che interessi risolvere il problema dell’antibiotico resistenza, un fenomeno grave che sta impattando a livello globale e una delle maggiori preoccupazioni in sanità pubblica dal momento che stanno aumentando continuamente le infezioni contro cui non funzionano gli antimicrobici attualmente in uso (l’Italia, assieme alla Grecia e alla Romania, è uno dei paesi in Europa con i maggiori tassi di resistenza ai Gram-positivi e Gram-negativi).
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Post #340 23.5K
‌❇️ Agro-omeopatia, un diverso approccio in agricoltura è possibile

L’omeopatia potrebbe sostituire i fitofarmaci di sintesi usati in agricoltura? In effetti l’omeopatia, oltre che sulle persone, è già utilizzata da anni con successo anche per sostenere la salute degli animali, sembrerebbe dunque possibile e normale poter curare e proteggere le piante e le risorse agricole da parassiti e malattie attraverso medicinali omeopatici di poco costo e non tossici evitando sostanze chimiche. L’agro-omeopatia considera le patologie vegetali come squilibri (sintomi) da inserire in un quadro patologico più ampio che abbraccia l’intera azienda agricola. In base a questa impostazione l’azienda agricola è come un ecosistema, cioè un sistema complesso in grado di autoregolarsi e, agendo sulla causa dello squilibrio, è possibile riportare tutto il sistema al suo precedente livello omeostatico. In tale ottica eventuali problematiche alle coltivazioni agrarie si possono risolvere applicando soluzioni acquose contenenti sostanze altamente diluite derivanti dai tre ambiti della natura (animale, vegetale e minerale) che, prima dell’utilizzo, devono subire un processo di dinamizzazione.

È una metodica affascinante in base alla quale i rimedi vengono creati per rispondere alle esigenze specifiche delle piante e dell’ambiente in cui vengono coltivate e non è detto che ciò che funziona in un terreno sia appropriato in un altro. Infatti, come tutte le medicine e discipline dall’approccio olistico considerano la salute della persona nella sua interezza e individualità, così l’agro-omeopatia si concentra sulla salute delle piante, dei terreni vivi in cui vivono e dell’ambiente che le circonda valutando attentamente le singole diverse realtà. La ricerca in questo campo è iniziata alla fine del XIX secolo ad opera di Rudolf Steiner ed è poi proseguita con la sua allieva Lilly Kolisko e Hugo Junker all’inizio del XX secolo. Attualmente in Germania ci sono diversi agricoltori che amano curare le piante solo con rimedi omeopatici e un altro Paese in cui viene applicata l’agro-omeopatia è l’India dove in certe zone è usata anche perché ha costi infinitamente più bassi rispetto ai prodotti chimici convenzionali. Infine, anche in Brasile esistono varie realtà locali che applicano queta metodologia. In Italia ha indagato in questa direzione la Prof.ssa Lucietta Betti, ricercatrice e docente di patologia vegetale presso il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agroambientali dell’Università di Bologna (adesso in pensione). Il suo lavoro e altri studi esteri pubblicati su riviste specializzate sembrano sconfessare totalmente la teoria che i buoni risultati dell’omeopatia dipendano solo dall’effetto placebo (obiezione che viene sempre fatta da coloro i quali non credono nell’efficacia di questo diverso approccio alle malattie): l’agro-omeopatia, dunque, pare funzionare davvero perché le piante reagiscono all’applicazione dei rimedi omeopatici diventando più forti e sviluppando più nutrienti e antiossidanti.

Al contrario dell’omeopatia in campo medico che esiste dalla fine del 1700, l’applicazione dei principi omeopatici alle piante rimane comunque, al momento, un campo ancora abbastanza inesplorato che, nonostante le pubblicazioni scientifiche ancora non numerose, tuttavia apre orizzonti di speranza perché fa pensare a un’agricoltura vantaggiosa in termini di risparmio economico che, senza inquinare l’ambiente, offre prodotti più salutari, vitali, ricchi di nutrienti e totalmente liberi da residui chimici tossici. Chi desidera approfondire l’argomento può leggere i testi del Prof. Radko Tichavsky, attualmente uno dei più prestigiosi docenti di omeopatia applicata ai vegetali, cofondatore dell’Istituto Comenius in Messico e autore di libri sulla materia e pubblicazioni su riviste del settore.
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‌❇ Con il caldo attenzione ad alcuni farmaci

Le alte temperature possono incidere sull’integrità, l’efficacia e la sicurezza dei medicinali sull’organismo. E così farmaci comunemente usati possono produrre effetti dannosi.

Alcuni esempi?

Il caldo può potenziare l’effetto dei farmaci utilizzati per la cura dell’ipertensione arteriosa. In estate è opportuno, quindi, effettuare un controllo più assiduo della pressione e richiedere al proprio medico curante un eventuale aggiustamento della terapia.
Un’altra terapia che può avere un impatto sull’organismo a causa del caldo è quella a base di diuretici: con l’incremento della sudorazione, se si assumono diuretici, è ancora più importante idratarsi e avere una dieta equilibrata assumendo alimenti ricchi di acqua.

Ci sono poi farmaci, come gli antistaminici e gli antiparkinsoniani, che possono inibire il meccanismo di sudorazione e ridurre la pressione arteriosa. Anche gli ansiolitici e i rilassanti muscolari possono ridurre la sudorazione, diminuire la gittata cardiaca e causare vertigini.
Altra categoria da monitorare è quella dei sedativi dal momento che le alte temperature possono potenziarne l’azione e potrebbe verificarsi una pericolosa riduzione dello stato di vigilanza che potrebbe predisporre a incidenti. Stesso discorso per vale per gli antidepressivi: possono limitare la sudorazione interferendo con la termoregolazione centrale e ridurre lo stato di attenzione.

Quando le temperature si alzano, se si stanno assumendo questi medicinali, conviene quindi farsi consigliare dal medico curante riguardo l’eventuale necessità di una rimodulazione della terapia.

E attenzione si deve usare con gli analgesici (usati normalmente per ridurre il dolore senza però intervenire sulle cause che l’hanno provocato) perché alcuni di questi farmaci possono essere danneggiati dalle alte temperature. Anche i farmaci per la tiroide, i contraccettivi e altri medicinali che contengono ormoni sono particolarmente sensibili alle variazioni termiche. Come del resto gli antibiotici: meglio conservarli in frigorifero dopo l’apertura perché con il caldo alcuni tipi potrebbero subire alterazioni pericolose per i reni o lo stomaco. Leggere sempre nel bugiardino le modalità di conservazione o chiedere al farmacista.

Infine, ci sono i farmaci che possono causare reazioni da fotosensibilizzazione (manifestazioni cutanee come dermatiti o eczemi) a seguito dell’esposizione al sole. Si tratta in particolare di sulfamidici, contraccettivi orali (pillola), antinfiammatori non steroidei (FANS), prometazina (antistaminico spesso utilizzato per punture di insetti o allergie cutanee). E bisogna evitare l’esposizione al sole anche dopo l’applicazione di gel/cerotti a base di ketoprofene (un farmaco antinfiammatorio non steroideo usato per il trattamento del dolore e degli stati infiammatori) sia durante il trattamento che nelle due settimane successive.

N.B.
Non si tratta di un elenco esaustivo. È consigliabile leggere sempre bene i foglietti illustrativi e, per qualsiasi dubbio, fare riferimento al proprio farmacista o al medico di fiducia.
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‌❇️ Oli essenziali per le malattie cardio-cerebrovascolari, la scienza conferma “la notevole efficacia”

Dal 2 giugno scorso è online su ScienceDirect una recensione sull’applicazione tradizionale e sui moderni meccanismi farmacologici della fitoterapia a base di oli essenziali per contrastare le malattie cardio-cerebrovascolari che rappresentano forse la principale causa di morte e di declino della qualità della vita. Negli ultimi anni, infatti, l’incidenza di queste patologie è riscontrabile sempre di più anche tra i giovani e il carico dei pazienti è in aumento. Utilizzare trattamenti efficaci e sicuri è, quindi, di grande importanza.

C’è da dire subito che le soluzioni farmacologiche di sintesi non stanno dando risultati soddisfacenti. A tal proposito si legge nello studio che “vi sono alcune carenze nell’uso a lungo termine di farmaci chimici, ad esempio controindicazioni, reazioni allergiche, effetti collaterali e anche resistenza ai farmaci stessi”. E ancora: “Funzionalità epatica e renale anormali, dispnea e aritmia sono reazioni avverse comuni dei farmaci per le malattie cardiovascolari. Alcuni farmaci anti-piastrinici hanno effetti collaterali come l’erosione gastrica (aspirina) e la granulocitosi (ticlopidina) o scarsa separazione tra effetti terapeutici e complicanze emorragiche (inibitore del recettore della glicoproteina IIb/IIIa)”. Inoltre, scrivono gli autori, “i pazienti con più malattie necessitano di una combinazione di più farmaci e l’interazione tra medicinali può produrre più reazioni avverse.”

Per tutti questi motivi è importante trovare alternative sicure ed efficaci. Gli OLI ESSENZIALI, composti volatili ottenuti da diverse parti delle piante (fiori, semi, foglie, radici, steli), sono utilizzati da tempi immemorabili in tutto il mondo per trattare vari problemi di salute. Nella medicina tradizionale cinese medicine a base di erbe ricche di oli essenziali sono usate, in particolare, per il trattamento delle malattie cardio-cerebrovascolari e il lavoro scientifico appena pubblicato ne ha confermato la “notevole efficacia”. Inoltre, scrivono gli autori, “i giovani pazienti con malattie cardiovascolari sono spesso accompagnati da depressione e gli oli essenziali possono svolgere un ruolo importante nell’alleviare anche le malattie emotive, sono pertanto di grande valore per il trattamento e miglioramento della prognosi delle malattie cardio-cerebrovascolari”.

L’articolo offre una buona base scientifica per l’applicazione dell’aromaterapia a questo tipo di patologie. Le popolazioni antiche, dall’Egitto all’Arabia alla Grecia, ricorrevano frequentemente a piante che contenevano oli essenziali. Se solo ci fosse maggiore volontà di investire denaro in questa direzione, si scoprirebbe che le medicine tradizionali hanno molto da insegnare e si potrebbero curare la maggior parte delle patologie, non solo quelle a carico del sistema cardio-vascolare, con sostanze naturali con indubbi vantaggi per la salute e piccoli o nulli effetti collaterali.

P.S.
Ancora più potenti e complete degli oli essenziali sembrano essere le quintessenze spagyriche ottenute attraverso un’antichissima tecnica a partire da piante essenziere. Si tratta di una lunga e sapiente preparazione che porta, alla fine, a prodotti liberi da ogni impurità che hanno anche potenzialità elettromagnetiche e informazionali in grado di modulare, cedendo o catturando elettroni, le condizioni alterate del terreno biologico di partenza. Interessanti a tal proposito gli studi condotti da Claude Vincent, Jean Valnet, Michel Faucon, Pierre Franchomme e altri che hanno argomentato sul fatto che le molecole aromatiche possano funzionare come “emettitori e ricevitori di onde” e siano, quindi, portatrici di una ben determinata vibrazione o “intelligenza”.
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‌❇️ Ribadita l’urgenza di una commissione parlamentare d’inchiesta sui vaccini anti-Covid

Sabato scorso, 18 giugno, si è svolto a Milano il primo congresso medico sugli effetti avversi da vaccino. Presenti vari medici tra cui il dottor Dario Giacomini (fondatore dell’associazione ‘Contiamoci!’) che è intervenuto sul tema della necessità di garantire la libertà di scelta dei cittadini e di rivalutare l’obbligatorietà per i sanitari ancora in vigore, il dottor Giovanni Frajese (medico endocrinologo, sospeso dall’Ordine dei Medici per le sue critiche alla campagna vaccinale) che ha sottolineato la follia di vaccinare le donne incinte e i giovani e il dottor Alberto Donzelli (medico specialista in medicina preventiva) che ha mostrato i dati della perdita di copertura del vaccino fino a valori negativi, via via che passano i mesi dall'ultima dose ricevuta.

Presente, soprattutto, il Comitato Ascoltami, nato nell’ottobre 2021 con lo scopo di riunire i danneggiati dalla vaccinazione anti-Covid e far riconoscere il loro status dal ministero della Salute.
Ne fanno parte persone che fino al giorno precedente l’inoculazione stavano bene, ma che poi hanno iniziato ad accusare i più svariati disturbi, alcuni gravemente invalidanti, e che hanno già speso tantissimi soldi per fare visite mediche ed esami senza poter ricevere diagnosi e soluzioni certe. Tra gli iscritti anche minorenni (in questo caso sono entrati a far parte dell’Associazione i loro genitori) e perfino alcuni medici danneggiati che si sono rivolti al Comitato per essere aiutati.

Molte le reazioni avverse segnalate: pericarditi, miocarditi, neuropatie, dolori neuromuscolari diffusi, problemi alla vista, allergie, problemi dermatologici, sono quelle maggiormente ricorrenti.
I danneggiati – inizialmente quasi sempre accusati di essere malati immaginari, quindi curati come pazienti psichiatrici – sono stati travolti da un clima di isolamento e, a volte, di odio e si sono ritrovati a pagarsi, da soli, cure spesso costose che leniscono senza però riuscire a risolvere. Una tragedia nella tragedia se si considera che sono, per la maggior parte, persone che hanno perso anche il lavoro per invalidità o perché, senza esenzioni, si sono dovute licenziare per evitare le successive dosi di vaccino.
Dal confronto delle esperienze è emerso che tutti i vaccini hanno creato danni: AstraZeneca, Pfizer, Moderna, Johnson&Johnson e anche Novavax, l’ultimo arrivato.

Sono ormai molte le testimonianze raccolte e non più ignorabili i dati sconcertanti che stanno via via sempre di più emergendo.
Il Comitato Ascoltami ha ribadito con forza che venga aperta con urgenza una commissione d’inchiesta parlamentare sui danni da vaccini per far luce su quella che è una realtà scomoda da troppo tempo negata.
Il 24 maggio scorso, in conferenza stampa alla Camera dei Deputati, era già stata avanzata richiesta in questo senso da L’Alternativa, componente parlamentare guidata da Pino Cabras. QUI il video.
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Post #334 8.38K
‌❇ Salvia, antichi utilizzi sempre attuali

Nota fin dai tempi più remoti la SALVIA è, tra le erbe aromatiche, quella che da sempre accompagna l’umanità nel suo cammino. In Egitto veniva utilizzata principalmente per favorire la fertilità delle donne. In Grecia era impiegata come disinfettante per curare piaghe, ulcere e morsi di serpenti. I romani pensavano che favorisse la longevità e la utilizzavano come rimedio per moltissimi disturbi, ad esempio problemi di gola, diarrea, infezioni vaginali. In molte culture antiche è stata inoltre utilizzata come incenso durante particolari riti sacri poiché si credeva che il suo aroma servisse a facilitare il raggiungimento di stati di estasi, visioni e precognizioni.

In effetti, essendo ricca di oli essenziali, la salvia è un tonico del sistema nervoso e, come la maggior parte delle piante aromatiche, è antisettica, antinfiammatoria e micostatica (inibisce la crescita e la riproduzione di funghi). La ricerca scientifica le ha riconosciuto anche la capacità di attenuare i sintomi della menopausa e dell’irregolarità mestruale. E un’altra sua azione è quella di ridurre l’eccessiva sudorazione. Infine, è una pianta che aiuta in caso di digestione difficile.
Questa stagione calda è la migliore per godere della salvia che, per offrire al massimo le sue salutistiche proprietà, deve essere raccolta nelle giornate soleggiate e senza vento intorno mezzogiorno, meglio se durante il periodo di luna crescente. Ecco ALCUNI FACILI UTILIZZI:

Per la sudorazione abbondante si prepara un infuso con 2 g di foglie in 200 ml di acqua molto calda. Si lascia in infusione con sopra un piattino per 5 minuti, si filtra e se ne prendono due-massimo tre tazze al giorno lontano dai pasti. Con questo infuso tiepido si possono anche fare bagni locali alle parti interessate (mani, piedi ascelle).

La stessa preparazione, bevuta ancora calda, giova in caso di digestione difficile e tosse.

Invece con 4 g di foglie in 150 ml di acqua bollente lasciate in infusione per 5 minuti si prepara un infuso utile per fare sciacqui o gargarismi in caso di infiammazioni della bocca e della gola. Una volta che si è intiepidito si usa a sorsi e poi si sputa.

Insieme all’achillea e alla calendula la salvia è di grande supporto per le donne che hanno mestruazioni irregolari. Si fa preparare in erboristeria una miscela con 50 grammi di salvia, 25 grammi di achillea e 25 g di calendula. Per fare l’infuso si gira bene il contenuto del sacchetto e si prende un cucchiaio da minestra di queste erbe essiccate aggiungendolo ad una tazza di acqua bollente. Se ne prendono due o tre tazze al giorno lontano dai pasti e sarebbe bene cominciare la cura una settimana prima del presunto inizio del ciclo continuando fino a una settimana dopo la sua cessazione. Lo stesso infuso va bene nel periodo della menopausa: bevendone due-tre tazze al giorno si riescono a contrastare i disagi tipici nella fase di maggiore disturbo.

Salvo i casi di persone con intolleranza a questa specifica pianta, la salvia non presenta nessuna problematica alle dosi indicate negli infusi di cui sopra. Ovviamente è da evitare in gravidanza e allattamento, eccettuato il normale utilizzo alimentare (ed è sicura anche per eventuali sciacqui o gargarismi). Invece va usata massima prudenza per l’uso dell’olio essenziale di salvia che va assunto solo sotto il controllo di un professionista. Stesso discorso vale per l’utilizzo degli estratti di salvia perché una somministrazione prolungata o un uso scorretto con l’aumento delle dosi indicate può essere neurotossico e provocare convulsioni.
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‌❇ Iperplasia prostatica benigna: uno studio sui rimedi naturali più utilizzati

L’ingrossamento della ghiandola prostatica è un problema che interessa il 5-10% degli uomini dopo i 40 anni di età e oltre l’80% dopo i 70-80 anni. Determina vari sintomi fastidiosi che incidono negativamente sulla qualità di vita, ad esempio intermittenza nell’emissione di urina, flusso urinario debole, minzione frequente sia di giorno (pollachiuria) sia di notte (nicturia), sforzo e/o bruciore alla minzione, sensazione di non completo svuotamento della vescica, stimolo frequente e impellente a urinare.

A causa degli effetti collaterali spesso associati ai farmaci utilizzati per il suo trattamento e alle possibili conseguenze dell’intervento chirurgico (a cui si ricorre nei casi di malattia più avanzata), è aumentato il ricorso a sostanze di origine naturale.
Uno studio condotto da ricercatori delle Facoltà di Farmacia di più Università (di Pecs-Ungheria, di Lubiana-Slovenia, di Bratislava-Slovacchia e dell’Università Alma Mater Studiorum di Bologna) fa il punto su quelli più conosciuti e efficaci: semi di zucca, epilobio (pianta erbacea perenne), cormo di Hypoxis (conosciuta anche come ‘patata africana’), pomodoro (per la sua ricchezza in licopene), roystonea regia (pianta tropicale conosciuta anche come ‘cuban royal palm’), polline di segale (pianta originaria della Turchia che oggi è ampiamente coltivata in tutto il mondo, in particolare nelle regioni a clima temperato), pino marittimo (la cui corteccia viene raccolta e polverizzata per estrarre il pycnogenol), serenoa repens (detta ‘saw palmetto’, cresce nelle regioni costiere meridionali degli Stati Uniti e nel Centro e Sud America tropicale), pygeum africanum (albero sempre verde dell’Africa meridionale e centrale), ortica (i benefici dell’estratto di radice sono conosciuti da tempo nella nostra medicina popolare ).

È un lavoro scientifico molto interessante che evidenzia gli ultimi risultati di studi preclinici e clinici in merito ai vari rimedi naturali disponibili per l’IPB (ipertrofia prostatica benigna). Inoltre, analizza le cure farmaceutiche e altre opzioni terapeutiche, comprese le opzioni chirurgiche, riassumendo e confrontando i vantaggi e gli svantaggi di ciascuna soluzione.

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‌❇ Il rimedio dei rimedi

Camminare con regolarità all’aria aperta contribuisce tanto alla nostra salute: migliora il tono muscolare e la salute del cuore; rafforza le ossa e mantiene elastiche le articolazioni; aiuta a regolarizzare la pressione arteriosa; riduce il colesterolo cattivo; tiene sotto controllo i valori di glucosio nel sangue; stimola la pompa plantare facilitando il ritorno del sangue venoso; fa bruciare grassi alleggerendo i punti critici; rafforza il sistema immunitario; scioglie stanchezza e tensioni agevolando il buonumore; riduce il rischio di alzheimer, glaucoma e cancro.

Eh già. Il rimedio dei rimedi è CAMMINARE. Insieme a un’alimentazione corretta e alla cura dei nostri stati d’animo ci mantiene in equilibrio rafforzandoci e aumentando le nostre energie.

Chi ha il fisico un po’ arrugginito forse all’inizio, passeggiando di buon passo, potrà ritrovarsi col fiato corto. È sufficiente rallentare, senza però fermarsi cercando di mantenere il ritmo respiratorio lento, inspirando dal naso.
Venti minuti al giorno per iniziare sono sufficienti, appena te la sentirai potrai aumentare prima l’intensità e poi la durata della camminata.
Occhio ai calzini, che siano di puro cotone e indossati bene altrimenti le cuciture, con il movimento prolungato, possono far venire delle fastidiose vesciche. Anche le scarpe devono essere di buona qualità e comode.
Se è in programma una passeggiata più lunga di mezzora, portati dietro una bottiglietta d’acqua utile per idratarsi e anche per bagnare polsi e nuca (sono due punti che, se rinfrescati, servono a prevenire colpi di calore nella stagione più calda).

Personalmente adoro camminare per i viottoli di campagna tra le piante e le erbe selvatiche. Posso farlo quando torno a casa dei miei genitori, nella mia amata, piccola valle verde, che divide la Toscana dall’Umbria. Al tramonto d’estate è bellissimo. Respirare i profumi della natura (che ancora qui in certi luoghi è selvatica e intatta) mi emoziona come quando ero bambina, mi fa stare bene e, quando sono stanca e un po’ stressata, mi aiuta anche a calmare la mente e ad avere pensieri più chiari e positivi.

Introduci questa abitudine nella tua vita. Per apprezzarne i benefici sulla salute psico-fisica ci vogliono almeno 40 minuti al giorno 3 volte a settimana, se poi la camminata a passo sostenuto diventa un rituale quotidiano tanto meglio.
Se, invece, la costanza non è una tua dote, cercati una compagnia per condividere: avere qualcuno con cui mettersi in cammino è un ottimo antidodo allo scoraggiamento e il tempo passerà più velocemente e in allegria.
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‌❇ Polifenoli per invecchiare in salute

I polifenoli promuovono cambiamenti positivi nei batteri del microbiota intestinale. Ne consegue la produzione di metaboliti bioattivi che favoriscono l’integrità della barriera intestinale e riducono i livelli di infiammazione. Lo ha evidenziato uno studio randomizzato controllato che è stato condotto per 8 settimane in Spagna su ultrasessantenni.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Molecular Nutrition and Food Research e il team di ricerca è stato guidato dalla professoressa Cristina Andres-Lacueva della Facoltà di Farmacia e Scienze Alimentari dell’Università di Barcellona. Vi hanno partecipato anche ricercatori dell’Università degli Studi di Milano, dell’Istituto Quadram del Regno Unito e del Centro Nazionale Italiano per la Salute e la Scienza sull’Invecchiamento (INRCA).
In sostanza gli scienziati hanno sottoposto i volontari a una dieta ricca di polifenoli e hanno riscontrato che gli alimenti che li contengono possono migliorare la salute delle persone anziane perché inducono la produzione del metabolita IPA, un postbiotico con proprietà antiossidanti, neuroprotettive e antinfiammatorie.

L’INFIAMMAZIONE è il terreno fertile di molte patologie sia croniche che degenerative e sempre è associata anche a un’alterazione del microbiota intestinale.
I polifenoli, composti naturali che ingeriamo principalmente attraverso la verdura e la frutta, hanno capacità di interagire positivamente con i batteri presenti nel nostro intestino e di favorire la produzione di postbiotici, sostanze benefiche con capacità neuroprotettive, antinfiammatorie e antiossidanti che contribuiscono a migliorare la salute dell’intestino e dell’intero organismo. Si tratta di composti che aiutano a prevenire le malattie associate all’età e all’invecchiamento e nella letteratura scientifica si stanno accumulando sempre più prove in questo senso (lo studio sopra citato è uno tra quelli più recenti).

Ovviamente, al di là di un’alimentazione ricca di frutta e verdura di stagione, è necessario anche uno stile di vita sano che includa attività fisica regolare e escluda il consumo di sostanze chimiche dannose ed eccessi di tabacco e alcol.
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‌❇ Vacanze. Dieci rimedi naturali da portare con sé

Pronti per le ferie? Per i piccoli disturbi che possono capitare ecco 10 rimedi naturali da mettere in valigia:

ARNICA – Sotto forma di crema, gel e compresse (omeopatiche) è il rimedio numero uno per superare uno shock fisico (lividi, contusioni, distorsioni, stiramenti). Localmente non va usata però su ferite aperte e abrasioni.

OLIO ESSENZIALE DI LAVANDA – Può essere usato in moltissime occasioni: problemi di sonno (2 gocce diffuse in camera da letto), per pulire piccole ferite, abrasioni o bruciature (2 gocce aggiunte all’acqua bollita una volta fatta raffreddare, agitando bene per facilitare la dispersione dell’olio), punture d’insetti (1 goccia pura).

OLEOLITO DI IPERICO – È un portento contro gli eritemi, inoltre cicatrizza e stimola la rigenerazione cellulare. È un buon rimedio anche per couperose, psoriasi e ustioni.

FERMENTI LATTICI – Utili per abbreviare i tempi di guarigione in caso di diarrea. Utilizzare sempre quelli resistenti all’acidità dello stomaco e all’azione dei sali biliari e vitali fino alla data di scadenza indicata sul prodotto.

MAGNESIUM PHOSPHORICUM 6 DH – È un Sale di Schussler e non un prodotto omeopatico, va specificato bene in farmacia. Ha una forte attività spasmolitica e analgesica, utile in caso di mestruazioni dolorose, nevralgie, coliche, dolori da dentizione. Si sciolgono 10 compresse in 200 ml di acqua calda precedentemente fatta bollire per 15-20 minuti e si beve a piccoli sorsi anche ogni 5 minuti.

RESCUE REMEDY – Creato dal dottor Bach come rimedio di emergenza, è costituito da una miscela di cinque essenze floreali. È utile per tutte quelle occasioni in cui un avvenimento sgradevole e imprevisto crea scombussolamento e aiuta a ristabilire in breve tempo l’equilibrio psichico. Si può prendere, ad esempio, subito dopo un piccolo incidente, una brutta notizia, uno svenimento. Aiuta i bambini a riprendersi dallo spavento di una caduta, calma il nervosismo e l’ansia che precedono una prova, placa la paura di volare. Si versano 4-8 gocce in un bicchiere d’acqua e si sorseggia a intervalli molto brevi (5 minuti). Se necessario si prosegue con un secondo bicchiere nella stessa maniera.

CREMA ALLA CALENDULA – Ha un’azione antinfiammatoria in grado di lenire la maggior parte delle irritazioni cutanee. Ottima per la pelle screpolata e in caso di eczema. Si può applicare con buoni risultati anche su piccole bruciature, vesciche, morsi o punture di insetti, emorroidi, geloni e calli.

GEL DI ALOE VERA – Portentoso idratante ad immediato assorbimento si può usare come doposole, base per il trucco e anche per attenuare scottature, irritazioni e zone appena depilate.

OLIO ESSENZIALE DI MENTA PIPERITA – Una piccola quantità di olio essenziale (diluito in olio di mandorle dolce) sulla nuca, appena sotto il cranio, aiuta a far passare il mal di testa. Utile massaggiare dolcemente un poco di quest’olio anche sull’attaccatura dei capelli verso le tempie.

ZENZERO – È dimostrata la sua efficacia contro la nausea. Nei negozi di alimentazione naturale si trovano delle gradevoli gomme da masticare, per i più piccoli invece meglio i cerotti imbevuti del suo olio essenziale da attaccare ai vestitini vicino al collo per facilitare l’inalazione dell’aroma. Si trovano in farmacia e in erboristeria, scegliere quelli 100% naturali.
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‌❇ Impatto degli additivi alimentari sullo sviluppo delle malattie infiammatorie intestinali

L’insorgenza e l’evoluzione di malattie infiammatorie croniche dell’intestino è associabile ad alcuni additivi alimentari: uno studio italiano, condotto presso il Policlinico Gemelli di Roma e pubblicato sulla rivista Microorganism, conferma che comportano disbiosi (cioè modificazione della popolazione dei batteri intestinali), alterazione dell’integrità della barriera intestinale e della permeabilità, problematiche di cui soffrono circa 2,5 milioni di persone in Europa.
Che mangiare alimenti ultra-trasformati con aggiunta di additivi abbia un impatto negativo sulla salute non è una novità, questo lavoro scientifico è, però, significativo perché ha raccolto i dati più recenti disponibili sul ruolo di tali sostanze artificiali nella patogenesi delle malattie infiammatorie intestinali (morbo di Cronhr e colite ulcerosa). Offre, quindi, quelle che sono le attuali conoscenze sulle associazioni tra diversi additivi alimentari, microbiota e insorgenza e progressione delle malattie infiammatorie intestinali.

Secondo quanto scrivono i ricercatori sono diversi i composti utilizzati nell’industria alimentare che determinano effetti dannosi sull’omeostasi intestinale. I primi della lista sono I DOLCIFICANTI ARTIFICIALI come l’aspartame, la saccarina, il sucralosio, l’acesulfame potassio e il neotame che sono presenti in molte bevande energetiche analcoliche, dessert e snack e in vari tipi di alimenti spesso raccomandati per la riduzione del peso corporeo nei pazienti con diabete mellito di tipo 2 o intolleranza al glucosio.
Tra i nemici dell’intestino rientrano anche GLI EMULSIONANTI che vengono aggiunti in un’ampia varietà di alimenti trasformati per migliorarne la consistenza e prolungarne durata di conservazione, ad esempio i mono e digliceridi, la carbossimetilcellulosa, i polisorbati, la carragenina e le lecitine (eccetto quella di soia e quella di colza che, invece, in base a quanto si può leggere nello studio, possono migliorare la composizione del microbiota intestinale e le sue funzioni).
Anche I COLORANTI ALIMENTARI sono sotto accusa: vengono utilizzati per compensare le perdite di colore dovute all’esposizione alla luce e all’aria e alle variazioni di temperatura, per migliorare i colori naturali e per aggiungere colori agli alimenti che altrimenti sarebbero incolori o colorati in modo diverso. Fino al maggio 2021 uno dei più usati è stato il biossido di titanio codificato come E171 poi, finalmente, un gruppo di esperti scientifici dell’EFSA (l’Autorità europea per la sicurezza alimentare) ha concluso che non può essere considerato sicuro se utilizzato come additivo alimentare.
Infine, lo studio del Gemelli elenca ALTRI COMPOSTI che hanno un effetto negativo sull’omeostasi intestinale: le maltodestrine (utilizzate in genere come addensanti), i solfiti, il benzoato di sodio E211, il nitrito di sodio E250, il sorbato di potassio E202 e le nanoparticelle (es. argento, biossido di silicio, ossido di ferro, ossido di zinco, ecc.) il cui utilizzo nelle industrie alimentari e in agricoltura è cresciuto negli ultimi anni.

Insomma, bisogna considerare che, se anche un’ampia gamma di additivi alimentari è approvata dalle autorità, alcuni sono in grado di influenzare negativamente la composizione e le funzioni del microbiota intestinale e dar luogo a infiammazione e cambiamenti significativi nella barriera del muco e nella permeabilità intestinale (il che predispone, nel tempo, a patologie anche gravi). Sarebbe opportuno limitare l’esposizione a queste sostanze riducendo il più possibile il consumo di alimenti ultra-lavorati che li contengono, a maggior ragione se già si ha un intestino che non gode di ottima salute.
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‌❇ Effetto del crespino su infiammazione sistemica e profilo lipidico di soggetti ipertesi

Il CRESPINO VIOLA-NERO, nome scientifico ‘berberis integerrima’, una pianta medicinale della medicina tradizionale iraniana, è stato impiegato in via sperimentale nella gestione della pressione sanguigna in un ristretto gruppo di pazienti con risultati molto interessanti che sono stati pubblicati in uno studio su BMC Complement Med Ther. Lo studio ha evidenziato l’efficacia della pianta sui fattori cardio-metabolici, in particolare la pressione sanguigna, grazie all’azione di alcune sue naturali componenti: antociani e berberina.

Attraverso uno studio controllato randomizzato in singolo cieco, durato 8 settimane, i ricercatori iraniani hanno riscontrato i benefici effetti del Crespino sui lipidi plasmatici, sui biomarcatori infiammatori e altri fattori aggiuntivi di rischio cardiovascolare.
I partecipanti sono stati divisi in modo che alcuni ricevessero il placebo e altri il trattamento con il Crespino che prevedeva l’assunzione di 10 g una volta al giorno per 2 mesi.
Sia a inizio, che durante, che a fine esperimento, sono state fatte varie misurazioni: pressione sistolica, diastolica e arteriosa; profili lipidici plasmatici (inclusi colesterolo totale HDL, LDL, trigliceridi) e marcatori infiammatori (tra cui la proteina C-reattiva e l’interleuchina 6).

Dopo due mesi di trattamento è stato possibile osservare una sensibile riduzione di pressione arteriosa sistolica e media nel gruppo trattato con il Crespino, mentre in quello di controllo non si sono riscontrate variazioni della pressione sanguigna. Inoltre, le persone che hanno assunto la pianta hanno avuto un netto miglioramento dei livelli plasmatici di trigliceridi, colesterolo e proteina C reattiva e questo miglioramento è stato indipendente dal peso, dall’attività fisica e dall’ assunzione dietetica dei partecipanti.

Pur trattandosi di uno studio piccolo, che necessita quindi di ulteriori convalide su numeri più ampi, gli autori hanno concluso che il Crespino viola-nero può essere un’opzione efficace raccomandabile per la gestione della pressione sistolica per quelle persone che necessitano del trattamento con ipertensivi: Si legge a tal proposito: “I nostri risultati indicano che il consumo di crespino viola-nero senza semi riduce i livelli plasmatici di CRP (proteina C-reattiva) e migliora il profilo lipidico nei soggetti con fattori di rischio cardiovascolare. Il consumo quotidiano può essere raccomandato a coloro che hanno fattori di rischio di CVD (malattie cardiovascolari) con l’obiettivo di migliorare il loro profilo lipidico e lo stato infiammatorio.” 

Le malattie cardiovascolari sono una delle principali cause di mortalità mondiale e l’ipertensione, insieme a diabete, dislipidemia e omocisteina alta, sono i fattori di rischio su cui è necessario agire (a cui si aggiungono ulteriori aspetti da modulare come l’infiammazione e lo stress ossidativo).
Modificare lo stile di vita, a partire dall’alimentazione, è determinante e dipende da noi riuscire a fare un buon lavoro di prevenzione. Infine, nel caso ci sia necessità, ben vengano – confrontandosi con il proprio medico di fiducia – alimenti funzionali come il Crespino o altre bacche ricche di polifenoli (in particolare antociani, responsabili dei colori rosso blu e viola) o altre sostanze naturali in grado di migliorare processi infiammatori e dislipidemie.
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‌❇️ Api sempre più minacciate. Lo studio dell’Università di Firenze

Le api sono preziose per l’equilibrio degli ecosistemi e soffrono quando le condizioni ambientali sono compromesse. L’Università degli Studi di Firenze ha pubblicato uno studio che documenta il livello di stress di questi insetti impollinatori quando sono esposti al polietilene, la più comune delle materie plastiche. Le api, infatti, sono sempre più spesso coperte di microplastiche che raccolgono dall’aria volando dal momento che la peluria di cui sono coperte si carica elettrostaticamente. Di conseguenza sta capitando che, invece di trasportare polline, come natura vorrebbe, questi insetti finiscono per diventare veicolo di microplastiche fin dentro gli alveari.
La ricerca è visionabile su ScienceDirect, portale di informazione scientifica, e gli autori, coordinati da David Baracchi, hanno misurato una serie di parametri (assunzione di cibo, apprendimento, memoria e sopravvivenza) dopo aver somministrato per via orale alle api il polietilene in tre diverse concentrazioni su varie scale temporali (1 e 7 giorni di esposizione).

Il lavoro scientifico ha evidenziato che le api operaie – che rappresentano la maggior parte della popolazione dell’alveare e svolgono tutti quei lavori necessari per la sopravvivenza della colonia – non sono immuni all’ingestione acuta e prolungata di microparticelle di polietilene: a concentrazioni alte le microplastiche hanno un effetto significativo sulla loro mortalità, mentre a dosi più basse il polimero influenza il loro comportamento alimentare. Si è visto, cioè, che le api iniziano a consumare più zuccheri, e quindi più energia, e ciò suggerisce che questo materiale può indurre costi metabolici agli insetti.
Invece i saggi effettuati sull’ esposizione, anche prolungata nel tempo, rispetto agli aspetti comportamentali e quelli legati ad apprendimento e memoria, sono stati più rassicuranti perché hanno evidenziato che, anche a concentrazioni molto alte di microplastiche, non si verifica un’alterazione delle funzioni cognitive essenziali per lo svolgimento dei compiti normalmente eseguiti dagli insetti nell’ecosistema.

Rimane da studiare l’impatto di altre microplastiche, al di là del polietilene, perché solo da una valutazione singola e poi combinata dei vari materiali sarà possibile capire come reagiscono questi insetti impollinatori che sono le sentinelle della resilienza del nostro pianeta. Dalla riduzione delle api, infatti, dipende la vita di piante e fiori e ovviamente anche la nostra salute, non a caso la loro progressiva diminuzione è sempre stata vista dagli etologi con grande preoccupazione.

Le microplastiche, frammenti di plastica di dimensioni piccolissime, sono state ormai rilevate in quasi tutti gli ambienti, dai ghiacci dell’Artide a quelli dell’Antartide, e sono una minaccia per la salute di varie specie animali e vegetali, certamente anche di noi umani dal momento che sono state riscontrate perfino dentro il nostro corpo.
QUI, QUI, QUI, QUI e QUI alcuni precedenti articoli che affrontano la tematica.
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‌❇️ Animali e umani che convivono hanno un microbioma molto simile. E questo vale anche per l’antibiotico-resistenza

Si sa ormai da tempo che l’insieme dei microrganismi che abitano nel nostro intestino ha un ruolo fondamentale sul buon funzionamento del sistema immunitario. Anche gli animali domestici che vivono con noi hanno ovviamente il loro microbiota che, come accade a noi umani, si può squilibrare per vari motivi, come ad esempio l’utilizzo improprio e inopportuno degli antibiotici.
Una ricerca presentata al Congresso Europeo di Microbiologia Clinica e Malattie Infettive lo scorso aprile suggerisce che può esserci un rapporto tra antibiotico resistenza e animali domestici. In sostanza gli animali da compagnia, cani e gatti, potrebbero avere un ruolo come serbatoi di batteri resistenti agli antimicrobici. Lo studio è stato condotto dalla dott.ssa Giuliana Menezes dell’Università di Lisbona e dalla dott.ssa Sian Frosini del Royal Veterinary College del Regno Unito e colleghi. I ricercatori hanno riscontrato che in 4 famiglie portoghesi i geni di resistenza trovati negli animali domestici corrispondevano a quelli trovati nei campioni di feci dei loro proprietari. Inoltre in due delle famiglie i microbi degli animali domestici corrispondevano a ceppi di Escherichia coli trovati nel campione di feci del loro proprietario.

È un lavoro scientifico che, seppur piccolo, ha dato l’opportunità di ribadire l’importanza di un uso limitato degli antibiotici sia nell’uomo che negli animali. Invece, al contrario, molto spesso c’è un uso inopportuno degli stessi che sta causando nel tempo una pericolosa forma di resistenza. Centinaia di migliaia di persone muoiono, infatti, ogni anno a causa di infezioni da agenti patogeni resistenti agli antibiotici attualmente disponibili e alcuni studi stimano che nel 2050 le infezioni resistenti alle cure potrebbero fare 10 milioni di vittime all’anno e diventare la prima causa di morte al mondo. È un problema globale che coinvolge anche l’utilizzo di farmaci in agricoltura e negli allevamenti intensivi dove animali sensibili vengono obbligati a vivere in spazi ristretti e sporchi senza mai vedere la luce del sole oppure in gabbie privati spesso della possibilità di muovere un passo. In queste condizioni si ammalano di frequente, anche perché nutriti con alimenti non sempre di qualità. Da qui il ricorso ripetuto agli antibiotici.

Al di là del problema dell’antibiotico-resistenza, si tratta di animali che non vivono in condizioni di benessere, ma che soffrono molto e che, ovviamente, passano tale carico (di sofferenza e farmaci assunti) alla propria carne e alle proprie ossa. Il tutto arriva poi nei nostri piatti o nelle ciotole dei nostri amici a quattro zampe e da loro, di nuovo, a noi dal momento che stanno uscendo sempre più studi che dimostrano che in parte condividiamo lo stesso microbioma (oltre a quello sopra citato ne rammento un altro che riguarda il microbiota cutaneo).
Le politiche nazionali possono e devono avere un ruolo determinante nel limitare l’uso di sostanze di sintesi in agricoltura e zootecnia e nello stabilire metodi più rispettosi di coltura e allevamento, ma gli interessi in gioco sono grandi e la politica è lenta. DUNQUE intanto partiamo da noi: scegliamo bene da chi farci curare e come, cosa mangiare e da chi comprare, che cibo dare ai nostri animali e da chi farli seguire quando non stanno bene. Perché tutto è collegato e anche dalla loro salute dipende la nostra.
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‌❇ Quattro idee per spuntini energetici e detossificanti

La frutta si può gustare anche frullata e con la bella stagione c’è la possibilità di sperimentare tante combinazioni. Ecco 4 idee per bevande energetiche che contribuiscono alla depurazione dell’organismo. Sono ricche di fibre, vitamine, minerali e composti antiossidanti:

Pere, noci e zenzero (ingredienti per 2 persone)

4 pere dolci, mature e succose
6 noci
1 pezzettino di zenzero (regolarsi nella quantità, il sapore è deciso)

Versare nel frullatore le pere sbucciate e tagliate a pezzetti, le noci sgusciate e lo zenzero privato della pellicina marrone e grattugiato. Frullare il tutto fino a ottenere una consistenza morbida.

Ananas, pompelmo e acqua di cocco (ingredienti per 2 persone)

1 terzo di ananas
300 ml di acqua di cocco
1 pompelmo non trattato
2 fettine di zenzero

Sbucciare l’ananas, lavarlo, tagliarlo a pezzettoni e metterlo nel frullatore aggiungendo lo zenzero (privato della pellicina marrone), l’acqua di cocco e il succo di pompelmo. Frullare a lungo finché non risulta una bevanda omogenea.

Pere, melone e cetriolo (ingredienti per 2 persone)

mezzo cetriolo
2 fette di melone
3-4 pere coscia mature
1 cucchiaio di succo di limone
2-3 foglie di menta fresca

Tagliare a cubetti le pere, il cetriolo e le fettine di melone quindi inserire tutto nel frullatore aggiungendo il succo di limone e le foglie di menta. Frullare fino a ottenere una consistenza omogenea e priva di grumi.

Fragole, mirtilli e spinaci (ingredienti per 2 persone)

mezza tazza di fragole fresche
mezza tazza di mirtilli
1 tazza di spinaci freschi crudi
1 bicchiere di latte di mandorla non zuccherato

Unire fragole, mirtilli e spinaci nel frullatore e frullare fino a ottenere una purea densa. A frullatore spento aggiungere il latte di mandorla e poi frullare tutto ancora pochi secondi. É buono così, ma si può aggiungere anche un pochino di miele di acacia e del ghiaccio tritato se si gradisce un gusto più dolce e fresco.

I frullati vanno consumati subito appena fatti e preferibilmente assunti a stomaco vuoto. Al mattino, per iniziare la giornata con una sferzata di energia, oppure a merenda. Inoltre possono essere degli ottimi spuntini da consumare dopo l’attività fisica o prima (almeno un’ora prima, per evitare di allenarsi in piena digestione e andare incontro a un calo della performance).
Il mio consiglio è di usare sempre ingredienti di qualità: freschi, di stagione e provenienti da agricoltura biologica. Aggiungendo un cucchiaino di olio di semi di lino o di canapa saranno ancora più salutari.
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