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‌❇ Enzimi in grado di degradare la plastica nella saliva delle tarme della cera

Nel 2017 un gruppo di ricercatori, tra cui l’italiana Federica Bertocchini, scoprì che la ‘galleria mellonella’ comunemente conosciuta come ‘verme’ o anche ‘tarma’ ‘della cera’ è in grado di degradare il polietilene, un polimero sintetico derivante dal petrolio utilizzato negli imballaggi (con oltre un trilione di sacchetti di plastica utilizzati ogni giorno) e ampiamente resistente alla biodegradazione.

A distanza di cinque anni la stessa dottoressa Bertocchini, guidando un team di ricercatori del CSIC (Consiglio superiore per la ricerca scientifica, agenzia statale spagnola per la ricerca scientifica e lo sviluppo tecnologico), ha scoperto che la degradazione della plastica è possibile, in breve tempo e a temperatura ambiente, grazie agli enzimi contenuti nella saliva di questo particolare bruco.
Si tratta di enzimi appartenenti alla famiglia delle fenolo ossidasi e sono i primi e gli unici noti per essere in grado di degradare il polietilene plastico senza pretrattamento. I risultati del lavoro, in attesa di revisione, sono stati da poco pubblicati in preprint nel repository BioRxiv.

“Per degradare la plastica è necessario che l’ossigeno penetri nel polimero (nella molecola di plastica). Questa prima fase di ossidazione, che normalmente è il risultato dell’esposizione alla luce solare o alle alte temperature, è un collo di bottiglia che rallenta il degrado delle materie plastiche come il polietilene, una delle più resistenti”, ha spiegato la dottoressa Bertocchini. “Per questo motivo, in condizioni ambientali normali, la plastica impiega mesi o anni per degradarsi”, ha aggiunto la ricercatrice. “Ora abbiamo scoperto che gli enzimi nella saliva del verme della cera svolgono questo passaggio cruciale: ossidano la plastica. In questo modo consentono di superare il collo di bottiglia del degrado della plastica e accelerarne la decomposizione”.

Considerato l’esponenziale aumento della produzione della plastica che si è avuto negli ultimi 50 anni e l’attuale accumulo, la scoperta è significativa perché potrebbe aprire la strada a nuove soluzioni per la gestione dei rifiuti che al momento stanno mettendo in pericolo oceani, fiumi e tutto l’ambiente minacciando anche la nostra salute.

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VB

 

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