Nell'era dell'algoritmo famelico (il correttore ortografico aveva cambiato in "fallico"...), il terrore sanitario si conferma uno dei prodotti finanziari più redditizi in circolazione.
L'ultima trovata che sta imperversando nell'ecosistema dei canali complottisti italiani riguarda il fantomatico avvelenamento da vaccini a mRNA somministrati negli allevamenti di polli e tacchini.
Questi furbacchioni usano una retorica accuratamente calibrata per fare leva sulla diffidenza del pubblico e sulla paura di quello che finisce nel piatto.
Soprattutto dopo il covid, con molti giustamente timorosi di tutto, questi imbonitori digitali hanno individuato una nuova gallina dalle uova d'oro (pun intended).
Basta orchestrare un video con musica drammatica, sventolare circolari ministeriali rilette con maliziosa analfabetizzazione funzionale e inventare mutazioni genetiche imminenti nella carne da supermercato per far schizzare le visualizzazioni alle stelle.
Coglioni.
Chi ci crede, intendo. Per questi che diffondono la disinformazione sono invece spesso furbacchioni.
I contenuti scandalistici pagano.
Generano un tasso di interazione spropositato tra commenti indignati e condivisioni isteriche, una valuta preziosissima che le piattaforme social ricompensano generosamente in monetizzazione pubblicitaria e visibilità.
I coglioni sono quelli come me che si basano sui fatti e sulla scienza.
E siccome la lotta per raggiungere le vette del mercato della paranoia, ormai saturato, è tanta, occorre sparare cazzate sempre più grosse.
La verità non produce monetizzazione, mentre insinuare che una coscia di pollo possa contenere sequenze geniche alterate garantisce l'attenzione di migliaia di follower e relativi click.
Chi coordina queste campagne sa benissimo che il complottismo è impermeabile alla logica e sfrutta la vulnerabilità emotiva per costruirsi una carriera da martire dell'informazione alternativa.
Purtroppo così va il mondo.
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