Ho letto l’intervista di Salvatore Rossi, ex DG di Bankitalia, pubblicata su La Stampa. È una posizione che rispetto, ma che guarda alla realtà di oggi con gli occhi di ieri.
Se davvero il successo delle crypto dipendesse solo dalla possibilità di fare pagamenti digitali con lo smartphone, la partita sarebbe chiusa da anni. PayPal, Satispay, le neobank e perfino i circuiti delle carte l’hanno già vinta. Revolut, solo nell’ultimo anno, ha superato i 52 milioni di utenti attivi, con volumi di transazioni in crescita oltre il 50%. Non c’è nulla di più semplice e veloce del pagare tap & go. Eppure, il mercato delle criptovalute continua a crescere.
Perché il punto non è il pagamento. Il punto è il controllo. È la possibilità di possedere i propri asset senza intermediari, senza autorizzazioni né censure. Nei Paesi emergenti questa tecnologia rappresenta il primo vero accesso al sistema finanziario della storia. In quelli sviluppati è una risposta al malessere crescente verso istituzioni percepite come distanti e lente. È un linguaggio nuovo della finanza: decentralizzato, aperto, globale.
La DeFi vale ormai decine di miliardi di dollari e non serve a comprare un caffè con un token, ma a prestare, investire, risparmiare, con strumenti finanziari che operano 24 ore su 24. È finanza, non magia. E chi la liquida come un’illusione rischia di sottovalutare una trasformazione che ha già cambiato le aspettative delle nuove generazioni: accesso sempre, limiti mai.
Le crypto vanno spiegate nelle scuole, come parte della nuova alfabetizzazione economico-finanziaria. Perché ridurle a una “bolla per sognatori” significa ignorare la direzione in cui si sta muovendo la finanza globale.
Il mondo sta cambiando. Possiamo restare spettatori increduli o diventare protagonisti consapevoli. Il vero rischio, oggi, non è credere alla magia ma voltarsi dall’altra parte mentre la realtà si trasforma.
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