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Rivista e associazione di area patriottica e sovranista impegnate in una battaglia di liberazione sociale dall'egemonia euroatlantica rifacendosi ai valori della Resistenza
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GUAI AI SOTTOMESSI!

Quanto sta accadendo tra Washington e Kiev, riflesso della crisi USA su scala globale, ricorda l'attitudine di chi, dominando, è pronto a scaricare conseguenze e costi innanzitutto sui propri sottoposti, senza scrupolo alcuno.
L'accelerazione del declino USA è evidente nel vicolo cieco militare in Eurasia (Ucraina), dove Washington ha commissionato gli oneri all'Unione Europea rimanendo dietro le quinte, e ancor più in Asia occidentale, dove si è avventurato in un'esposizione più di prima linea. La crisi economica che sta investendo l'Occidente e determinando, per Paesi fuori da questo perimetro, avvicinamenti a Cina e Russia, ha obbligato le ultime amministrazioni USA a togliersi i guanti, in un crescendo di aggressività militare e, nel proprio campo, allineamento assoluto, a qualunque prezzo, degli 'alleati' vassalli alle piroette decisionali che assume con pragmatismo affannoso e irrazionale, da navigazione a vista.

In vista del voto di metà mandato al Congresso e per parte del Senato (3 novembre) dove si gioca l'agibilità piena oppure negoziata in un intreccio di interessi conflittuali, l'amministrazione Trump --per la conduzione fallimentare del suo avventurismo bellicista-- deve fare i conti con il malcontento interno per la contrazione delle forniture energetiche, l'aumento generalizzato dei prezzi (non solo alle pompe) e con settori in forte sofferenza come quello agricolo (bacino elettorale tradizionalmente repubblicano). La prospettiva è quella di un pesante calo di consensi. La possibilità di attingere alle riserve energetiche strategiche, già scese sotto la soglia di guardia, si è pressoché esaurita.

L'aver imposto ai Paesi del G7 (leggasi: europei) il rilascio nell'arco di quattro mesi di 100 milioni di barili di gasolio e petrolio greggio dalle proprie riserve strategiche, riflette anch'esso la criticità del momento e reitera la disinvoltura delle pretese USA sui sottoposti, ma risulta un palliativo che sposta di poco nel tempo il problema e rischia di aprirne altri con le popolazioni europee e quindi con la capacità di tenuta dei suoi vassalli. Trump aveva infatti minacciato di imporre restrizioni e blocchi alle esportazioni verso i Paesi europei, se Bruxelles non avesse sbloccato tempestivamente le proprie scorte, il che però non è stato valutato sufficiente, se Washington ha ora dovuto raggiungere un'intesa sul diesel con Mosca, revocando le relative sanzioni.

Non si tratta di un avvicinamento alla Russia, che resta uno dei suoi principali nemici strategici, ma di una coatta contingenza. Di fronte alle recenti reprimende a Kiev per la mancata sospensione dei suoi attacchi alle raffinerie russe, convinto che stiano facendo aumentare i prezzi dell'energia negli States, le furie di Trump si sono acuite per le reazioni di Volodymyr Zelensky alla provvisoria intesa con Mosca ("gli USA hanno mostrato la propria debolezza") con conseguente minaccia di interrompere la condivisione con Kiev delle informazioni di intelligence (decisive per il proseguimento della guerra alla Russia) e addirittura pre-silurando lo stesso Zelensky, evocando cioè un cambio della dirigenza ucraina con una violenza verbale senza precedenti.
Risultato: Kiev nel panico telefona ai suoi principali sovvenzionatori europei (Bruxelles, Berlino, Parigi, Londra...) e la delegazione ucraina, negli USA per consultazioni anche con gli europei, lascia Miami in anticipo.

Per Mosca le fratture dentro il blocco euro-statunitense sono ovviamente di rilevanza strategica, così come il logoramento economico e quindi politico-sociale che sta terremotando l'aggressiva e russofoba Unione Europea, le popolazioni dei cui Paesi sono avvertiti: a Washington le vedono tutte sacrificabili ai propri superiori, dominanti ed esclusivi interessi.

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Post #1600 71
Oggi, 10 ottobre, in diverse città d'Italia, si è tornato a manifestare in sostegno del popolo palestinese e contro il genocidio sionista in Palestina, acuitosi negli ultimi anni.

In Parlamento, intanto, è in discussione il cosiddetto “DDL antisemitismo” (in realtà "salva sionismo") per perseguire anche chi critichi e si opponga al sionismo e alle politiche di qualunque governo israeliano.

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Post #1599 147
PALESTINA/ TRE ANNI DOPO...

Tre anni dopo 'quel' 7 ottobre 2023, quella parte di mondo dell'Asia occidentale, per come era conosciuta, è scomparsa per sempre e una nuova complessità geopolitica si sta configurando.
L'evento, un vero e proprio tornante storico, destinato a riscrivere gli assetti non solo di quella parte di mondo ma a condizionare gli stessi rapporti di forza ed equilibri internazionali globali, è passato alla Storia con il nome di Diluvio al-Aqsa, operazione militare congiunta di dodici organizzazioni della Resistenza palestinese che hanno condotto un formidabile attacco nei territori occupati dall'entità sionista chiamata Israele.
Obiettivi: rimettere la questione palestinese al centro dell'attenzione (regionale e globale); bloccare il processo di normalizzazione in atto con gli accordi di Abramo (l'Arabia Saudita si apprestava a firmare) con cui Israele, insieme ad altri obiettivi, voleva relegarla all'oblio; prendere il maggior numero di prigionieri per procedere ad uno scambio scadenzato con le migliaia di detenuti (anche senza processo e a tempo indeterminato) nelle carceri israeliane.

Secondo il dipartimento di analisi della CIA, noto come "Red Cell", che si è avvalso di informazioni disponibili pubblicamente e di dati riservati, Israele è a rischio di guerra civile. Il rapporto ("Fratture interne"), dettagliato da Drop Site News, individua nella società israeliana una serie di fratture profonde e sottovalutate, tali da poter causare un collasso interno e un conflitto civile.
In estrema sintesi: 1. Crisi economica, in via di aggravamento con lo stanziamento continuo di risorse per i tanti fronti di guerra aperti dall'espansionismo coloniale regionale sionista ("Grande Israele"). 2. Rifiuto degli ultraortodossi a prestare servizio militare, con forti risentimenti di chi è costretto a farlo. 3. Brutalità dei coloni in Cisgiordania con irrobustimento del loro peso politico. 4. Incremento del numero di veterani di guerra armati, psicologicamente traumatizzati, che incontrano difficoltà di reinserimento sociale. 5. Conflittualità tra apparati istituzionali con relativa instabilità politica e difficoltà a formare una coalizione di governo stabile dopo le elezioni. 6. Volontà di Netanyahu di fare di tutto per rimanere al potere.

Sullo sfondo vengono individuati il forte calo del sostegno a Israele all'estero, anche in settori di popolazione e di apparati (esercito e dei servizi) degli Stati Uniti, e le prossime elezioni (27 ottobre), ragion per cui la conclusione del rapporto è che Israele è a un passo da un vero e proprio conflitto interno.

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Post #1597 216
Post #1593 189
27 settembre 2024: per uccidere il Segretario Generale di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah, e alti comandanti del movimento, Israele lancia attacchi aerei colpendo con 83 bombe da 1 tonnellata il luogo in cui si trovavano.

Nasrallah aveva guidato l'organizzazione per oltre tre decenni, dal 1992 fino alla sua morte, concorrendo a trasformarla in una potente forza politica e militare regionale con un ruolo molto rilevante nell'Asse della Resistenza in Asia occidentale.

Data per disarticolata, ha saputo invece rispondere con forza e determinazione alla successiva invasione sionista del Libano, in una guerra di liberazione ancora in corso e ormai regionalizzata.

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Post #1592 578
"Relazioni pericolose. I rapporti del movimento sionista con la Germania nazista"
(17 euro, incluse le spese di spedizione, 2 euro, come "piego di libri").

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Invitiamo a notificare il versamento a: info@rivistaindipendenza.org

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Post #1591 170
IL DISCREDITO DI ISRAELE

Irritazione a Tel Aviv per il boicottaggio diplomatico a Netanyahu, all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Ieri, 24 settembre, al momento di salire sul podio per tenere il suo discorso, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha assistito all'abbandono in massa dall'aula di decine di delegazioni internazionali, tra cui esponenti di spicco del Venezuela, dei Paesi arabi (come Arabia Saudita, Giordania, Kuwait), dell'Iran e di altre nazioni dell'America Latina e dell'Europa (come Brasile, Bolivia, Spagna e Irlanda).
Il Venezuela, rappresentato all'ONU dalla presidente ad interim Delcy Rodríguez, aveva avviato pochi mesi fa, su pressioni di Washington, i primi contatti e un ripristino dei servizi consolari con Israele, dopo 17 anni di gelo diplomatico.

Analisti hanno rilevato il passo indietro di Caracas e si vedranno le ripercussioni con Washington, che mantiene la sua pistola alla tempia sul Venezuela, dopo il sequestro (3 gennaio scorso) del presidente Maduro e della moglie Cilia Flores (la "primera combatiente") e le minacce di distruggere il Paese in caso di mancati accordi intanto in ambito petrolifero.

L'attenzione mediatica e le polemiche scoppiate in Israele vertono sulle implicazioni geopolitiche, sulle fratture che stanno riguardando la perdita di sostegno anche tra alleati tradizionali e strategici globali, indebolendo la posizione dell'entità sionista nello scenario mondiale, proprio in una fase critica dei suoi conflitti regionali.

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Post #1590 173
IL DATO SCOMODO DEL VOTO NEL MECLEMBURGO-POMERANIA ANTERIORE

Dal voto di domenica scorsa nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore è scaturita una chiara indicazione politica che curiosamente stenta ad essere evidenziata. Per coglierla, partiamo da un interrogativo: perché i socialdemocratici (SPD) non sono crollati? In termini percentuali SPD arretra di 4 punti rispetto alle regionali del 2021 (dal 39,6 al 35,5) a fronte però di un aumento di 7,3 punti percentuali nell'affluenza al voto; se poi vediamo i voti espressi, l'arretramento è molto più contenuto: solo un migliaio di voti. Su questa sostanziale tenuta non si trova generalmente traccia in alcuna valutazione. In Germania, in Italia, a Bruxelles (Unione Europea), ecc., si preferisce questa lettura opportunistica: l'estrema destra di AfD (bollata ovviamente come «filo-russa», «putiniana», con quel tocco di bellicismo russofobico che accomuna le èlite occidentali euro-atlantiche e che non guasta mai per manipolare le proprie cosiddette 'opinioni pubbliche'...) dilaga perché, parlando alla pancia della 'gente comune', punta l'indice sull'invasione immigratoria responsabile della crisi economica e quindi sui partiti di governo che non la contrastano. Ora, la CDU del cancelliere Merz nemmeno supera la soglia di sbarramento, ma SPD sostanzialmente tiene. Perché?

Nell'attuale governo federale, SPD ha diversi ministri ed è in linea con la linea euro-atlantica bellicista contro la Russia. Nel partito esistono frange minoritarie dissidenti e qualche amministrazione locale; quando a quest'ultime ci si riferisce, l'esempio addotto è sempre quello del Meclemburgo-Pomerania Anteriore, favorevole al dialogo con la Russia anche per gli storici rapporti energetici (per anni terminale dei gasdotti Nord Stream nel Mar Baltico) e i legami economici. Proprio sotto la guida della SPD e di Manuela Schwesig (la presidente uscente che si è ricandidata) la regione ha difeso strenuamente i progetti energetici con Mosca. Nel 2021, il governo regionale creò una controversa "Fondazione per la protezione del clima e dell'ambiente", finanziata quasi interamente dal colosso russo Gazprom, per aggirare le sanzioni statunitensi e completare la costruzione del Nord Stream 2. In quella fase Schwesig e alti esponenti SPD locali furono a più riprese accusati di difendere gli interessi di Mosca a scapito delle alleanze occidentali.

Ora, al di là della Schwesig, che oscilla tra un orientamento pragmatico e sensibile alle istanze storico-economiche della Germania orientale ed un allineamento alle linee del governo euro-atlantico tedesco, il grosso dell'elettorato è su posizioni contrarie alle sanzioni e favorevole a una ripresa dei rapporti con la Russia. Questo spiega perché una parte significativa dell'elettorato locale non abbia dovuto votare per AfD e abbia trovato un orientamento di fondo simile e storicamente radicato proprio nella SPD locale. In campagna elettorale la Schwesig ha riconosciuto pubblicamente che una parte consistente della popolazione del suo Land è contraria agli aiuti militari ed economici a Kiev e desidera un ritorno ai flussi energetici russi. Per questa ragione, pur continuando a condannare Mosca, ha concentrato la campagna elettorale su giustizia sociale, tetti al prezzo dei carburanti e tutela del potere d'acquisto dei cittadini tedeschi. AfD, rispetto a SPD che ha pur di poco scavalcato, è favorevole ad una piena normalizzazione delle relazioni con la Russia.

Altro che immigrazione, quindi, che pure caratterizza AfD: il NO a guerra, sanzioni, costi sociali ed economici la rendono moderata e ragionevole rispetto all'estrema destra bellicista ed euro-atlantica concentrata nel governo Merz (e anche nella 'opposizione'). Le ragioni del voto ad AfD stanno principalmente lì. Per questo sia gli esecutivi euro-atlantici nella UE, sia le estreme destre come AfD possono essere scavalcati: no al bellicismo USA-UE, sì a nuovi indirizzi sociali ed economici alternativi al "modello neo-liberista".

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Martedì 22 settembre, ore 21...
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INQUIETUDINI EGIZIANE

Il presidente egiziano al-Sisi minaccia un'offensiva contro Ansar Allah nello Yemen, il che segnala una possibile svolta nei delicati equilibri in Asia occidentale. Il controllo della costa occidentale e dello strategico stretto di Bab al-Mandab è percepito al Cairo come una messa a rischio del transito marittimo verso il Canale di Suez le cui rendite, fondamentali per l'economia dell'Egitto, hanno subìto già registrato perdite miliardarie. Pochi giorni fa, al Cairo, si è tenuto un incontro d'urgenza tra al-Sisi e il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, quest'ultimo molto attivo nel tentativo di spingere gli alleati arabi a ricostruire una coalizione militare attiva contro Sana'a.
Nonostante le sue minacce, al-Sisi preferirebbe una mediazione diplomatica o un intervento guidato dagli Stati Uniti, perché consapevole dei rischi enormi militari e politici che seguirebbero all'invio massiccio di truppe di terra egiziane in Yemen.

Dopo aver rotto la tregua attaccando lo Yemen il 16 luglio, nella convinzione di poter rovesciare lo scomodo governo yemenita con il sostegno degli alleati arabi regionali, oltre che degli Stati Uniti e di Israele, Riyadh si è trovata impreparata a fronteggiare la reazione (droni, missili e avanzata militare) di Ansar Allah che ha preso di mira basi militari, infrastrutture energetiche e petrolifere, oleodotti, raffinerie, porti e persino la capitale Riyadh, liberando migliaia di chilometri quadrati di territorio. Nulla il regime saudita ha imparato dalle sue precedenti analoghe azioni aggressive dell'ultimo decennio.

Secondo Sayed Ghoneim, generale egiziano in congedo, presidente dell’Institute for Global Security & Defense Affairs (Igsda) la «deterrenza dell'Arabia Saudita si sta erodendo» per l'assenza di una risposta efficace e l'incapacità di impedire ad Ansar Allah di consolidare le recenti conquiste, che la potrebbe incoraggiare a proseguire le operazioni. Per Ghoneim, il ritiro delle forze degli Emirati Arabi Uniti dallo Yemen meridionale, lo scorso dicembre, «ha indebolito una delle componenti militari e organizzative che in precedenza avevano ottenuto successi sul campo di battaglia contro gli Houthi [sic! Ansar Allah] sul fronte del Mar Rosso», dato che uno dei punti di forza era dato proprio dal ruolo emiratino «nell'addestramento delle formazioni locali, soprattutto nel sud e sulla costa occidentale». A suo avviso, l'Arabia Saudita è di fronte ad un bivio: «ricostruire in breve tempo una forza yemenita coesa e capace di combattere efficacemente, oppure ripristinare un livello di coordinamento con gli Emirati Arabi Uniti per favorire a un ritorno all'equilibrio di potere sul terreno». Ansar Allah, dal canto suo, ha mostrato «una crescente capacità di pianificare e gestire le operazioni, rapida mobilitazione, capacità di colpire le linee di rifornimento, preparazione dell'artiglieria e uso simultaneo di missili e droni». L'entità del suo successo «sarà determinata dalla capacità di mantenere e fortificare le aree conquistate e di collegarle a un sistema militare e logistico sostenibile sulla costa occidentale e nei pressi di Bab el Mandeb (...) una corsa contro il tempo per trasformare le conquiste operative in risultati strategici concreti».
Certo è che le ripercussioni degli sviluppi nel teatro yemenita non saranno positive per gli interessi sauditi, emiratini, egiziani, statunitensi e occidentali in senso lato.

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Post #1585 218
Tim Anderson presenta "Comprendere lo Yemen", raccolta di saggi e interviste sulla storia recente dello Yemen e l’ascesa del governo rivoluzionario di Ansar Allah. Con lui la traduttrice e attivista antimperialista Roberta Rivolta. Lo intervista il giornalista Alberto Fazolo. Oltre lo Yemen si parlerà della lotta antimperialista degli altri Paesi, in particolare Iran e Cuba.
A Roma l'incontro, promosso dal Coordinamento di Solidarietà con il Popolo Palestinese, Unione Democratica Arabo Palestinese e Giovani Palestinesi in Italia, si terrà domenica 27 settembre, al Centro di Iniziativa Popolare Alessandrino via delle Ciliegie 42:
- h. 17 caffè di benvenuto, esposizione libri e materiale informativo
- 17.15 interventi sui prigionieri palestinesi nelle carceri italiane
- 17.30 intervista; poi domande ai relatori
- cena al CIP*
Ingresso Libero
Per copia libro e info scrivere a comprendereloyemen@proton.me

(*) 10 euro; prenotazione in posta (oggetto: "cena") o al tel. 3889944499

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