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IL FUTURO DELLA CIVILTA’ OCCIDENTALE di P. Fagan

La società occidentale, da qualche decennio, è entrata in una transizione di fase che modifica nel profondo tutto quello che ha animato il ciclo storico della modernità. A livello di tendenze di medio periodo (decenni), la società occidentale mostra i seguenti caratteri:

Come società che hanno raggiunto alti livelli di benessere, si fanno meno figli, sotto l’indice di sostituzione, per cui nel tempo, i morti superano i vivi e il totale di massa demografica si contrae e invecchia. Da quando è apparso questo fenomeno inedito nella storia umana, Scandinavia anni ’70, si è diffuso e rinforzato in tutto l’Occidente ed oggi coglie la Cina e molti altri stati di diversa civiltà.

Sempre a partire dalle società occidentali, è aumentato l’invecchiamento medio della popolazione.

Ciò porta almeno tre conseguenze: a) aumento dei bisogni di cura generale (sanità, assistenza generale, case geriatriche, pensioni) che chiama spesa pubblica; b) diminuzione della produttività e della forza lavoro, specie per i lavori materiali a basso valore aggiunto; c) perdita a livello di energia sociale e intellettuale dell’apporto dei giovani, storicamente i soggetti ancora non conformati in grado di indignarsi per il presente e richiedere con forza un altro futuro.

Per via della geostoria ovvero dell’insieme combinato di geografia e storia, l’occidente europeo funge da magnete per la giovane civiltà africana che, al contrario, è in pieno boom anagrafico. Non solo i primi sono i più ricchi e i secondi sono i più poveri, i primi sono anche in contrazione e i secondi in crescita demografica, i primi hanno circa 45 anni di età media e sono i più anziani e i secondi 19 anni, i più giovani.

L’Europa era tre volte le popolazioni africane ai primi del Novecento, quando le ha colonizzate, oggi ne è a sua volta meno di un terzo, ma nel 2050 ne sarà meno di un quinto. L’Europa occidentale funge anche da magnete per l’Europa orientale (la comunità non indigena più massiva in Italia è quella rumena). Gli Stati Uniti, altresì, fungono da magnete per le popolazioni centroamericane e in parte, asiatiche e UK per le sue precedenti colonie.

L’economia occidentale a livello produttivo è in progressiva contrazione di crescita da almeno cinquanta anni. Peggio ancora dai primi anni Novanta quando si è prima teorizzata e poi praticata una “globalizzazione” senza alcuna intelligenza geoeconomica. Di contro, l’economia finanziaria storicamente funzione interna del finanziamento della produzione nazionale si è autonomizzata diventando finanziamento del mercato mondiale. Da ciò, inediti indici di diseguaglianza di reddito e ricchezza tra chi lavora e chi manipola denaro con produzione di una nuova forma di aristocrazia che nel tempo ha preso il potere politico diventando qualcosa a metà tra una oligarchia e una plutocrazia. Questa forma di potere è particolarmente potente e contraria a qualsiasi cambiamento del sistema.

Tuttavia, anche l’intelligenza critica affilata su globalizzazione e finanziarizzazione ha sottovalutato un processo storico. Dopo due secoli di modernità produttiva, le società occidentali hanno molta, ma molta meno domanda di possesso e consumo. Non a caso, negli anni ’50 iniziò la stagione dell’obsolescenza programmata, della pubblicità ossessiva, delle mode consumistiche, semplicemente l’offerta superava la domanda ed oggi la forbice si è ulteriormente allargata. Viepiù con l’introduzione dell’info-digitale che per la gran parte non produce nulla di ontologicamente nuovo, ma sostituisce vecchio materiale non nuovo immateriale distruggendo lavoro umano e distribuzione.

Quindi, società in contrazione ed anziane mentre l’ordinatore economico non ordina più ma disordina. Tutto ciò avviene in un contesto segnato da almeno altri due potenti movimenti della realtà storica.

Da una parte, le condizioni ambientali e climatiche si sono disordinate. Passare dai 2,5 miliardi di umani di cui solo un 5% prosperava nei cicli intensi dell’economia moderna degli anni ’50 agli attuali 8,3 miliardi in cui almeno un 60% è dentro quella macchina di produzione-lavoro-reddito-consumo, è ovvio abbia creato un impatto forte e concentrato nel tempo nei confronti del contesto naturale da cui dipende ogni forma di vita.

Dall’altra, è altrettanto ovvio che una civiltà passata dal 33% del mondo ai primi del Novecento all’attuale 16% che diverrà 11% o poco più al 2050, contrazione demografica che porta con sé contrazione di peso economico e di potenza relativa, si trova sconcertata dal notare il fatto che non domina più il mondo e che molta parte del mondo la ignora e tende a propri percorsi di sviluppo autonomo e spesso, concorrente.
Dall’insieme di questa appena accennata descrizione poggiata su dati oggettivi (numero-peso-misura ovvero la prima essenza della logica moderna), consegue il declino pauroso della funzione politica e la parvente “democrazia” che s’era provato a impiantare a governo delle comunità negli speranzosi anni ’50. Parallelamente, un lento e inesorabile declino culturale multidimensionale.

Quantificare la cultura è impossibile, occorrerebbe molto spazio di descrizione qualitativa, tuttavia la ricchezza culturale, alta e bassa, dei tre decenni post-bellici (1945-1975) comparata a quella degli ultimi trenta anni, tra Europa e anglosfera, segna un bilancio pesantemente negativo senza ombra di dubbio.

Tutto ciò, in sintesi, disegna una condizione nota nei registri storici delle civiltà: la decadenza. La fine di un ciclo che non si può emendare con qualche rifinitura, va assecondato (tanto è più forte di ogni nostra volontà), di cui andrà controllata la pulsione a usare la forza contro la logica del mondo che trasformerebbe un declino in una tragedia di proporzioni incontrollabili, a cui va fatto seguire uno sforzo di analisi e progettazione di un proprio futuro adatto alle condizioni date.

Si possono fare molte cose relative al complesso delle questioni che organizzano un modo di stare al mondo. Ma per meglio individuarle, proporle, formare masse critiche (termine tratto dalla fisica dove “critiche” significano non che “criticano” ma che hanno massa sufficiente ad operare cambiamenti di stato) e provarle a metterle in atto, per tentativi ed errori, c’è da inondare di progresso culturale l’informe e confusa massa sociale stritolata da queste tendenze che vengono scaricate tutte sulle fasce più arretrate delle varie popolazioni.

La civiltà occidentale ha una sola chance di potersi dare altri secoli di vita positiva, trasformarsi in una società della conoscenza in grado di modificarsi e modificare il proprio contesto in permanenza, progressivamente e non a strappi, con una società più corta (molto meno diseguale), amalgamata e di plurali saperi condivisi.

Per farlo occorreranno molte cose, ma visto che c’è meno lavoro necessario, meno lavoro dato che tanto viene prodotto da altri ormai meglio di quanto faremo noi, meno lavoro visto che verremmo sostituiti da macchine con proprie forme di funzionalità (detta impropriamente “intelligenza”), meno produzione che impatti ambiente e clima e visto che la precondizione per avere conoscenza è avere tempo da investire nel processo, la conclusione logica è una sola: ridurre progressivamente la giornata di lavoro sostenendo in altro modo le forme di vita.

Dall’essenza moderna di conoscere per produrre all’essenza della nuova fase storica in cui il lavoro sarà solo un residuo necessario di una nuova convenzione sociale basata sulla conoscenza ben distribuita necessaria ad una società adattativa ad un mondo nuovo.

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