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Contro i Mulini a Vento

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Post #5192 55
PIPINO, L’AMERICA CI AMA 😂

Marco Rubio lo ha proclamato con la solennità delle grandi occasioni:

«L’Italia è un grande partner degli Stati Uniti, siamo felici di collaborare in questo settore».

E accanto c’è Pipino Tajani, raggiante. O almeno credo. Perché guardando la foto la domanda viene spontanea: ma quello sguardo cosa sta cercando esattamente? Il fotografo? Il notaio? L’uscita d’emergenza? 😭

Altro che diagnosi: qui basta la didascalia.

La scena arriva dalla firma, a New York, del memorandum Italia-USA sui 𝗺𝗶𝗻𝗲𝗿𝗮𝗹𝗶 𝗰𝗿𝗶𝘁𝗶𝗰𝗶. L’intesa istituisce un gruppo di lavoro tecnico e punta a rafforzare le catene di approvvigionamento, gli investimenti nell’estrazione, nella lavorazione e nel riciclo e la cooperazione sui prezzi delle materie prime. Tajani ha spiegato che l’obiettivo è anche creare un mercato alternativo rispetto al peso cinese nel settore.

Rubio: 𝗜𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮, 𝗴𝗿𝗮𝗻𝗱𝗲 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗻𝗲𝗿.
Tajani: «Abbiamo compiuto un passo importante».

E Pipino guarda Marco con l’espressione dell’uomo che, dopo aver sentito “grande partner”, sta già pensando:

«Quindi stavolta ci fanno sedere al tavolo o devo ancora portare le sedie?» 🤡

Comunque tranquilli: siamo 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗻𝗲𝗿.
Che è quella parola meravigliosa della diplomazia internazionale che può significare qualsiasi cosa, purché suoni abbastanza bene durante la foto ufficiale.

Se anche voi amate questi piccoli capolavori della diplomazia fotografica, seguite Don Chisciotte e mettete Mi piace alla pagina: i mulini a vento, evidentemente, non sono ancora finiti.

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Fonti: ANSA; Ministero degli Esteri italiano; U.S. Department of State.

#Tajani #Rubio #ItaliaUSA #MineraliCritici #PoliticaEstera #DonChisciotte #SatiraPolitica
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Post #5191 79
SE NON FOSSE SERIO, FAREBBE RIDERE 🍓

Il ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski è stato interrogato da Fakt su come si sia organizzato in caso di emergenza.

E qui la geopolitica europea incontra finalmente la dispensa.

Sikorski racconta di avere una scorta di riso, una pompa manuale in casa e perfino le marmellate preparate con la frutta del proprio giardino.

Ha anche controllato dove si trovi il rifugio più vicino e ricorda che è utile sapere come fare una medicazione.

Tutto assolutamente sensato, sia chiaro.

È il contesto a rendere la scena quasi surreale.

Mentre nei palazzi europei si parla continuamente di sicurezza, minacce, difesa e preparazione alle crisi, uno dei più importanti ministri degli Esteri dell’UE ci regala involontariamente l’immagine definitiva dell’Europa del 2026:

riso in credenza, pompa manuale pronta e marmellata ben chiusa nel barattolo.

Manca soltanto la nonna che urla dalla cantina:

“Radek, prendine altri due vasetti che non si sa mai.”

Il governo polacco, peraltro, raccomanda davvero ai cittadini di avere in casa scorte sufficienti per almeno tre giorni, con acqua, cibo, medicinali e materiale di primo soccorso.

Quindi sì: la questione è seria.

Ed è proprio per questo che, se non fosse tragica, questa Europa certe volte sarebbe irresistibile.

Se anche voi pensate che la realtà riesca ormai a superare la satira, seguite Don Chisciotte e mettete Mi piace alla pagina: di mulini a vento ne stanno costruendo parecchi.

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Fonti: Fakt, 22 settembre 2026; portale ufficiale Gov.pl – Protezione civile e preparazione alle emergenze.

#Polonia #Sikorski #Europa #Geopolitica #Russia #NATO #DonChisciotte
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Post #5190 136
IL DEFAULT RUSSO È ARRIVATO: MANCA WINDOWS 😂

Fermi tutti. Possiamo finalmente chiudere Bloomberg, FMI, banche centrali e analisti.

La prova definitiva del collasso russo era lì, davanti ai nostri occhi:

PUTIN NON HA ATTIVATO WINDOWS.

Quattro anni di sanzioni, pacchetti numero 1, 2, 3, 14, 27, 563… e alla fine serviva un giornalista abbastanza coraggioso da guardare in basso a destra dello schermo.

Compare il watermark.

Caso chiuso.

Mosca è al verde.
Domani probabilmente venderanno il Cremlino su Subito.it per comprare una Product Key.

C’è però quel minuscolo, insignificante, fastidiosissimo dettaglio che rovina la poesia: nel marzo 2022 Microsoft sospese tutte le nuove vendite di prodotti e servizi in Russia e successivamente ridusse drasticamente le proprie attività nel Paese.

Quindi davanti a un Windows non attivato le possibilità sarebbero parecchie.

Ma vuoi mettere la soddisfazione di scrivere:

“PUTIN NON HA I SOLDI PER COMPRARE WINDOWS”?

Meraviglioso.

E pensare che gli sarebbe bastato comportarsi come milioni di comuni mortali: cercare una chiave improbabile su Internet, cliccare tre volte su “sono consapevole dei rischi” e affidarsi alla Provvidenza informatica.

Niente.

Vladimir evidentemente è troppo onesto per la pirateria. 😂

Adesso aspettiamo i prossimi scoop:

“Lavrov usa WinRAR senza registrarlo: Mosca vicina al default.”

“Al Cremlino compare ‘Accetta tutti i cookie’: il regime non può permettersi quelli al cioccolato.”

“Putin chiude una finestra con la X invece di salvarla: le riserve valutarie sono finite.”

Il watermark, per la cronaca, dimostra una cosa molto precisa: quel Windows non risulta attivato.

Che dimostri che Putin “non ha i soldi” richiede invece una tecnologia molto più avanzata.

Si chiama titolo acchiappaclick.

Se anche voi volete seguire l’epopea del giornalismo che sconfigge la Russia un watermark alla volta, mettete Mi piace e seguite Don Chisciotte. Di mulini a vento ormai ce ne sono pochi: per fortuna restano i desktop.

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Fonti: Microsoft; Microsoft Investor Relations.

#DonChisciotte #Putin #Russia #Windows #Microsoft #Sanzioni #Giornalismo #Geopolitica
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Post #5189 219
𝗟𝗔𝗩𝗥𝗢𝗩: «𝗕𝗨𝗖𝗛𝗔? 𝗟𝗔 𝗙𝗔𝗥𝗦𝗔 𝗣𝗜Ù 𝗖𝗜𝗡𝗜𝗖𝗔» 🎭

Sergey Lavrov è salito sul palco del forum internazionale “Dialogue about Fakes 4.0” e, visto l’argomento, ha deciso di entrare direttamente nella stanza dove in Europa preferiamo tenere le luci spente.

Prima fermata: Bucha.

Secondo il ministro degli Esteri russo, quanto accaduto sarebbe stato una provocazione inscenata, «la farsa più cinica», e Mosca non avrebbe ormai più speranze di ricevere dal Segretariato delle Nazioni Unite quella che Lavrov definisce un’assistenza costruttiva nell’indagine.

Lavrov sostiene inoltre che Antonio Guterres sia finito in contraddizione nelle proprie dichiarazioni sulla vicenda e accusa Kiev di avere presentato nomi di militari ucraini come quelli di civili uccisi a Bucha.

Accuse pesantissime.

Naturalmente nel meraviglioso supermercato occidentale dell’informazione il reparto funziona in modo semplice: quando parla Mosca arriva immediatamente il bollino «propaganda». Quando parla una nostra cancelleria, invece, diventa improvvisamente “secondo fonti d’intelligence”.

Molto più elegante.

Lavrov ha poi allargato il discorso alla guerra dell’informazione contro la Russia, che secondo lui sarebbe cominciata molto prima del febbraio 2022.

La sua accusa è altrettanto semplice: una parte consistente dell’opinione pubblica occidentale sarebbe stata abituata per anni ad accettare automaticamente qualsiasi cliché antirusso.

Che idea bizzarra.

Del resto noi viviamo nel continente del pluralismo assoluto: basta avere tutte le opinioni che vuoi, possibilmente scegliendole dal menù approvato.

Poi arriva la cultura.

Lavrov parla di un “assalto senza freni” alla cultura russa e cita quanto accaduto in Germania: chiusura del centro culturale russo di Berlino e del consolato generale russo di Bonn nel pieno dello scontro seguito al caso del drone esplosivo di Lipsia/Halle.

Berlino attribuisce il tentato attacco alla Russia sulla base delle proprie indagini e informazioni d’intelligence. Mosca nega.

Ed ecco servita una delle meraviglie del nostro tempo.

Čechov, Dostoevskij e Tolstoj evidentemente non sono ancora stati interrogati, ma nel dubbio chiudiamo il centro culturale.

Non si sa mai che “Guerra e pace” svolazzi sopra Berlino senza transponder.

Su Bucha esistono rapporti ONU e altre indagini internazionali che attribuiscono alle forze russe numerose uccisioni di civili. Lavrov contesta radicalmente quella ricostruzione e sostiene che domande e materiali avanzati da Mosca siano stati ignorati.

Il punto, quindi, non è obbligare qualcuno a credere a Lavrov.

Il punto è molto più fastidioso:

perché dovrebbe essere vietato ascoltare quello che dice?

Perché se una versione è così assurda, falsa e facilmente demolibile, dovrebbe bastare mostrare tutti i documenti e demolirla pubblicamente.

Invece siamo arrivati al curioso concetto occidentale di lotta alla disinformazione:

prima decidiamo qual è la verità,
poi decidiamo chi può parlarne,
infine organizziamo un convegno sulla libertà d’informazione.

Cervantes avrebbe preso appunti.

Se volete continuare a leggere anche ciò che normalmente viene raccontato soltanto a metà, seguite Don Chisciotte e mettete Mi piace alla pagina.

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Fonti: Dialogue about Fakes 4.0; Reuters; Associated Press; Deutschlandfunk; Tagesschau.

#Lavrov #Russia #Bucha #Ucraina #Informazione #Propaganda #Occidente #DonChisciotte
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Post #5188 218
RICORDATE L’INCONTRO AI FUNERALI DI PAPA FRANCESCO? 🎭

Ricordate quella fotografia?

Trump e Zelensky seduti uno davanti all’altro nella Basilica di San Pietro, durante i funerali di Papa Francesco.

Due sedie.
Facce serissime.
Quindici minuti di colloquio.

I commentatori quasi sussurravano.
La diplomazia. Il momento storico. La possibile svolta.

Sembrava mancassero soltanto i violini.

Ecco.

DIMENTICATELA.

Perché siamo tornati alla diplomazia nella sua forma più concreta: servono altri Patriot e soprattutto servono i missili da metterci dentro.

A New York Zelensky incontra nuovamente Trump e la difesa aerea ucraina è ancora sul tavolo. Anche il premier britannico Andy Burnham vuole premere sull’amministrazione americana per aumentare il sostegno.

E qui arriva quel guastafeste dello Spectator.

La rivista britannica osserva infatti che è improbabile che l’Ucraina rientri persino tra le prime cinque priorità di Trump.

Prime cinque.

Non prima.

Non seconda.

Non terza.

Nemmeno: “Donald, quando hai cinque minuti parliamo di Kiev?”

Nel frattempo, secondo Bloomberg, i leader europei vorrebbero approfittare degli incontri ONU per convincere Trump a fornire altri intercettori Patriot.

Insomma, la scena è meravigliosa.

L’Europa arriva a New York con la lista della spesa.

Patriot. Missili. Difesa aerea. Altri Patriot.

E dall’altra parte del tavolo c’è un presidente americano che, secondo lo Spectator, potrebbe avere almeno cinque cose da fare prima di arrivare all’Ucraina.

Altro che la fotografia mistica in Vaticano.

Quella sembrava una scena da Habemus pacem.

Questa assomiglia molto di più al numeretto preso al banco:

“Ucraina? Sì, si accomodi. La chiamiamo noi.”

E pensare che per quella fotografia a San Pietro sembrava dovesse cambiare il corso della storia.

Alla fine potrebbe aver cambiato soltanto lo sfondo:

dal Vaticano al Palazzo di Vetro.

Le richieste, invece, sono ancora lì.

Se anche voi preferite guardare cosa resta dopo che i fotografi se ne sono andati, seguite e mettete Mi piace a Don Chisciotte.

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Fonti: Reuters — Bloomberg — The Spectator

#Trump #Zelensky #Ucraina #Patriot #USA #Europa #ONU #DonChisciotte
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Post #5186 275
URCA… ADDIRITTURA FUOCO AMICO 🔥

Pare che a Washington abbiano scoperto una nuova complicazione del sostegno all’Ucraina: ogni tanto, nel mucchio, finiscono anche gli interessi americani.

Marco Rubio ha affermato che negli ultimi mesi, in più occasioni, 𝗻𝗮𝘃𝗶 𝗰𝗼𝗹𝗹𝗲𝗴𝗮𝘁𝗲 𝗮𝗴𝗹𝗶 𝗦𝘁𝗮𝘁𝗶 𝗨𝗻𝗶𝘁𝗶 sarebbero state colpite dall’Ucraina. Ha precisato che gli attacchi sarebbero stati 𝗽𝗿𝗼𝗯𝗮𝗯𝗶𝗹𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗻𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗶, aggiungendo però che Washington deve affrontare la questione. (Reddit)

E qui la faccenda diventa interessante.

A luglio alcune petroliere impegnate nel terminal del 𝗖𝗮𝘀𝗽𝗶𝗮𝗻 𝗣𝗶𝗽𝗲𝗹𝗶𝗻𝗲 𝗖𝗼𝗻𝘀𝗼𝗿𝘁𝗶𝘂𝗺 sul Mar Nero sono state colpite da droni. Tra queste, la Nordic Zenith, noleggiata per ExxonMobil. Il CPC trasporta soprattutto petrolio kazako e vede la presenza di importanti interessi occidentali, compresi 𝗖𝗵𝗲𝘃𝗿𝗼𝗻 𝗲𝗱 𝗘𝘅𝘅𝗼𝗻𝗠𝗼𝗯𝗶𝗹. (Baird Maritime / Work Boat World)

La situazione era diventata abbastanza imbarazzante che, secondo Financial Times e Reuters, il vicepresidente americano 𝗝𝗗 𝗩𝗮𝗻𝗰𝗲 aveva già chiesto a Zelensky di smetterla con gli attacchi contro le petroliere non russe e le infrastrutture CPC. Kiev avrebbe accettato, a determinate condizioni. (Financial Times)

Insomma: quattro anni a discutere di linee rosse, armi sempre più sofisticate e guerra a distanza, poi da Washington arriva una richiesta piuttosto elementare:

ragazzi, almeno le nostre navi cercate di non prenderle.

Urca.

Se vuoi seguire anche le contraddizioni geopolitiche che normalmente finiscono in corpo 8 a pagina 37, metti Mi piace e segui Don Chisciotte.

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Fonti: Reuters; Financial Times; Euronews; S&P Global; Lloyd’s List.

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Post #5185 339
PIPINO SI SCUSA. PIÙ O MENO 🤏

Da New York è arrivata finalmente la grande dichiarazione diplomatica di Pipino il Breve:

«Mi scuso se delle persone si sono sentite offese».

Capolavoro.

Non: “Ho detto una fesseria.”
Non: “Ho usato un paragone infelice.”

No.

Pipino non ha offeso nessuno.

Siete voi che, dopo un lungo e misterioso processo interiore, potreste aver deciso di sentirvi offese.

È la nuova frontiera delle scuse ministeriali.

Se ti pesto un piede:
“Mi scuso se il tuo alluce ha interpretato negativamente il contatto.”

Se ti rovescio il caffè addosso:
“Mi dispiace che la tua camicia abbia percepito dell’umidità.”

Se paragono la scelta politica alla scelta della moglie parlando di quella carina, seria e affidabile contrapposta a quella che potrebbe mettere le corna:

“Sono stato frainteso.”

Eccolo.

Il Santo Graal della politica italiana: IL FRAINTENDIMENTO.

Poi Pipino, evidentemente preoccupato che qualcuno dubitasse delle sue credenziali femministe, estrae dal cilindro la prova definitiva:

ha nominato due donne ambasciatrici, una in Iran e una in Afghanistan.

Applausi.

Signore e signori, possiamo sciogliere il Ministero delle Pari Opportunità.

Pipino ha nominato due donne.

Praticamente il ragionamento è:

“Come potrei aver detto qualcosa di sessista? Conosco personalmente delle femmine.”

A questo punto attendiamo gli sviluppi.

Domani potrebbe ricordarci di aver avuto una mamma.

Mercoledì che alla Farnesina esistono bagni per signore.

Giovedì conferenza stampa straordinaria:

“Una volta ho persino lasciato passare una donna davanti alla porta.”

E venerdì candidatura al Nobel.

Il problema, caro Pipino, è che per uscire da questa storia bastavano sette parole:

“Ho fatto un paragone stupido. Chiedo scusa.”

Ma sarebbe stato troppo semplice.

Molto meglio convocare New York, l’ONU, l’Iran, l’Afghanistan, due ambasciatrici e il fraintendimento collettivo dell’intero genere femminile.

Del resto parliamo del ministro degli Esteri.

Anche per chiedere scusa bisogna coinvolgere almeno tre continenti.

Se volete continuare a seguire le imprese di Pipino il Breve e della sua irresistibile diplomazia, mettete Mi piace e seguite Don Chisciotte. Qui i mulini a vento almeno non dicono di essere stati fraintesi.

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Fonti: ANSA • Adnkronos • Corriere della Sera • MAECI

#Tajani #PipinoIlBreve #DonChisciotte #PoliticaItaliana #Farnesina #SatiraPolitica #Italia
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Post #5184 306
Sì: la dichiarazione esiste davvero, ma la formulerei con una cautela precisa. Il 21 settembre Hassan Abdolianpour, capo del Centro degli Avvocati del Potere giudiziario iraniano, ha dichiarato a Tasnim che alcune navi statunitensi e israeliane sarebbero state sequestrate nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico sulla base di provvedimenti giudiziari e che Teheran intende usare i proventi della loro eventuale vendita per risarcire persone e famiglie colpite dalla guerra.

Attenzione però a due dettagli. Il dato delle 537 non indica 537 navi americane o israeliane sequestrate: riguarda 537 casi di danni a imbarcazioni iraniane sottoposti a perizia a Bandar Abbas, Qeshm, Bandar Lengeh e Jask. Inoltre, al momento non ho trovato una conferma indipendente con nomi, bandiere e numeri IMO delle navi che Abdolianpour dice essere state sequestrate. La tensione navale e gli attacchi reciproci tra USA e Iran nella zona sono invece documentati anche da fonti occidentali.

E c’è un piccolo capolavoro nella foto: quella nell’articolo è la Galaxy Leader. Non è una nave appena sequestrata dall’Iran. Fu catturata dagli Houthi dello Yemen nel novembre 2023 e portata nell’area di Hodeidah. Quindi per la nostra grafica non userei quella fotografia.

ZITTO TU E ZITTO IO… 🚢

Per mesi il Golfo Persico è sembrato diventare il posto dove ognuno presenta il proprio conto all’altro.

Adesso arriva quello iraniano.

Hassan Abdolianpour, responsabile del Centro degli Avvocati del Potere giudiziario iraniano, afferma che alcune navi statunitensi e israeliane sarebbero state sequestrate nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico sulla base di decisioni giudiziarie.

E Teheran annuncia anche cosa vorrebbe farne: venderle e destinare il ricavato al risarcimento delle famiglie e delle persone colpite dalla guerra.

Non siamo ancora davanti all’annuncio di un’asta con catalogo, prezzo base e battitore.

Soprattutto, finora non sono stati resi pubblici in modo verificabile nomi e numeri IMO delle navi interessate. Quindi la notizia corretta è questa: lo afferma un alto responsabile giudiziario iraniano. Non trasformiamo una dichiarazione ufficiale in qualcosa che le fonti indipendenti non hanno ancora documentato.

C’è però un particolare interessante: l’Iran sostiene di avere già effettuato perizie su 537 imbarcazioni danneggiate dagli attacchi e di avere oltre cento procedimenti in esame a Teheran.

Insomma, nel Golfo è cominciata anche la guerra dei tribunali, dei sequestri e dei risarcimenti.

Zitto tu. Zitto io.
E l’avvocato prepara la fattura.

Se vuoi continuare a seguire con noi ciò che succede attorno a Hormuz, segui Don Chisciotte e lascia il tuo Mi piace alla pagina.

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Fonti: Tasnim; Reuters; The Guardian

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Post #5183 365
ANCHE L’ANDROIDE FINLANDESE HA AVUTO UN BUG 🤖

Fermi tutti.

Dev’essere successo qualcosa al software di Alexander Stubb.

Proprio lui. Il presidente finlandese. Finlandia nella NATO, 1.340 chilometri di confine con la Russia, curriculum impeccabile da uomo che quando sente la parola “Mosca” normalmente controlla se il bunker è già aperto.

E invece stavolta l’androide ha improvvisamente pronunciato una frase non prevista dal programma.

Parlando degli allarmi lanciati da alcuni servizi d’intelligence europei, ha raccontato che il messaggio è praticamente:

𝗦𝗔𝗥𝗘𝗧𝗘 𝗩𝗢𝗜 𝗜 𝗣𝗥𝗢𝗦𝗦𝗜𝗠𝗜.

Oddio.
I russi.
Presto, comprate altri missili.
Scavate il rifugio sotto il Lidl.
Mettete in salvo i bambini e soprattutto il bilancio della Difesa.

Poi però Stubb ha rovinato la festa.

Perché ha invitato l’Europa a 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗼𝘃𝗿𝗮𝗿𝗲𝗮𝗴𝗶𝗿𝗲 alle minacce e alle operazioni ibride russe, osservando che proprio una reazione sproporzionata finirebbe per fare il gioco di Mosca.

E non è nemmeno la prima volta.

Ad agosto, davanti alle previsioni secondo cui la Russia potrebbe attaccare la NATO nei prossimi anni, Stubb era stato ancora più antipatico:

𝗡𝗢𝗡 𝗩𝗘𝗗𝗢 𝗡É 𝗣𝗥𝗢𝗩𝗘 𝗡É 𝗙𝗔𝗧𝗧𝗜 𝗖𝗛𝗘 𝗟𝗢 𝗗𝗜𝗠𝗢𝗦𝗧𝗥𝗜𝗡𝗢.

Capite il problema?

Se una cosa del genere la dice qualcuno a Roma, parte immediatamente il timbro “filorusso”.

Se la dice Alexander Stubb, presidente della Finlandia, bisogna invece fingere che il microfono abbia avuto un problema tecnico.

Perché noi ormai abbiamo il calendario.

2027: Putin arriva a Tallinn.
2028: Varsavia.
2029: Berlino.
2030: cappuccino e brioche a Trieste.

Manca solo la prenotazione su Booking.

La parte meravigliosa è che a frenare l’Apocalisse non è Orban, non è Fico e nemmeno qualche pericoloso pacifista col maglione.

È 𝗦𝗧𝗨𝗕𝗕.

L’androide finlandese.

Quando perfino lui comincia a chiedere “scusate, ma le prove?”, forse qualcuno nella sala comandi dovrebbe controllare se l’allarme antiaereo è collegato direttamente al POS dell’industria bellica.

Se ti piace ancora distinguere un dato da una sirena, segui Don Chisciotte. Qui i mulini li guardiamo bene prima di dichiarargli guerra.

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Fonti: POLITICO; Reuters.

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Post #5182 369
DOPO MINAB, ECCO LE BARCHE 💣

Dopo la scuola di Minab, un altro piccolo grattacapo internazionale per Washington.

Piccolo, eh.

Perché quando sei gli Stati Uniti il diritto internazionale è un po’ come il libretto delle istruzioni dell’aspirapolvere: sta lì, magari un giorno qualcuno lo legge. 😄

Il relatore speciale ONU Ben Saul ha esaminato la campagna americana contro le imbarcazioni sospettate di traffico di droga nei Caraibi e nel Pacifico.

Risultato: 68 attacchi, 223 persone uccise nel periodo considerato dal rapporto.

E soprattutto una conclusione piuttosto scomoda: secondo Saul gli attacchi sono contrari al diritto internazionale, violano il diritto alla vita e ci sarebbero ragionevoli elementi per ritenere che possano configurare crimini contro l’umanità. (Al Jazeera)

Washington sostiene invece di agire in legittima difesa contro i “narco-terroristi” e considera la campagna parte di un conflitto armato con organizzazioni designate come terroristiche.

Il problema segnalato dal relatore ONU è leggermente fastidioso: trasportare droga, anche se l’accusa fosse dimostrata, non equivale automaticamente a compiere un attacco armato contro gli Stati Uniti tale da giustificare l’uso della forza militare in legittima difesa. (Al Jazeera)

E così, nel giro di pochi giorni, abbiamo:

la missione ONU che parla di possibili crimini di guerra a Minab, dove morirono anche circa 120 bambini, e ora un altro esperto ONU che solleva la questione dei crimini contro l’umanità per gli attacchi alle imbarcazioni. (Reuters)

Insomma, il diritto internazionale continua ostinatamente a presentarsi senza appuntamento.

Vedremo se questa volta qualcuno gli apre. 😄

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Fonti: BBC News — ONU/relatore speciale Ben Saul — Reuters — AP — USNI News

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LE SANZIONI FUNZIONANO. I BONIFICI PURE 🤡

Che meraviglia.

Da anni ci spiegano che bisogna 𝗶𝘀𝗼𝗹𝗮𝗿𝗲 𝗳𝗶𝗻𝗮𝗻𝘇𝗶𝗮𝗿𝗶𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗠𝗼𝘀𝗰𝗮, chiudere rubinetti, bloccare circuiti, inseguire società, congelare patrimoni e naturalmente varare sanzioni con la frequenza con cui al bar si ordinano i caffè.

Poi arriva il Financial Times e scopre che una rete legata alla fintech russa 𝗔𝟳, sostenuta dalla banca statale russa Promsvyazbank, sarebbe riuscita a far transitare oltre 6,9 miliardi di dollari nel sistema bancario internazionale usando società di comodo, intermediari e documentazione contraffatta.

E qui comincia la parte divertente.

Tra la fine del 2024 e agosto 2025, secondo i documenti esaminati dal FT, entità collegate ad A7 avrebbero fatto arrivare circa 1,1 miliardi di dollari su conti Standard Chartered a Hong Kong. Altri 273 milioni sarebbero passati verso DBS, clienti di Citigroup avrebbero ricevuto 74 milioni e clienti Deutsche Bank in Europa circa 18 milioni. Attraverso conti alla First Abu Dhabi Bank sarebbero inoltre partiti oltre 1,8 miliardi di dollari.

Insomma: mentre noi discutevamo con aria severissima del prossimo giro di vite contro Mosca, i soldi evidentemente avevano studiato 𝗴𝗲𝗼𝗴𝗿𝗮𝗳𝗶𝗮 𝗳𝗶𝗻𝗮𝗻𝘇𝗶𝗮𝗿𝗶𝗮 meglio dei sanzionatori.

Hong Kong. Emirati. Società di comodo. SWIFT. Fatture. Timbri. Intermediari.

Mancava solo la raccolta punti.

Una precisazione però è necessaria: il fatto che questi flussi siano transitati attraverso grandi istituti non significa che le banche sapessero di stare servendo A7. Diverse hanno dichiarato di rispettare gli obblighi antiriciclaggio e le sanzioni; First Abu Dhabi Bank ha riferito di aver individuato e chiuso i conti collegati, mentre DBS ha dichiarato di non avere un rapporto diretto con A7.

Ed è proprio questo il punto più interessante.

Puoi costruire una muraglia di 𝗦𝗔𝗡𝗭𝗜𝗢𝗡𝗜 alta fino al soffitto. Ma se davanti ci metti una rete finanziaria mondiale fatta di banche corrispondenti, società schermate, paradisi societari e documenti falsificabili, qualcuno prima o poi trova la porta di servizio.

Però tranquilli.

Domani probabilmente arriverà un altro pacchetto.

Quello sì che li fermerà. 😏

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Fonti: Financial Times; UK National Crime Agency; ANSA/TGcom24.

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Post #5180 425
🇪🇺 IL GREEN DEAL? FINCHÉ C’È BENZINA 😂

Per anni ci hanno spiegato che sul carburante non si scherza.

Lo zolfo deve stare lì.
Il diesel deve essere così.
Le emissioni devono essere cosà.
Le norme europee sono la scienza, il progresso, il futuro dei nostri figli e probabilmente anche dei nipoti del 2087.

Poi il petrolio comincia a scarseggiare, il gasolio francese arriva a prezzi da champagne e improvvisamente Emmanuel Macron scopre una branca rivoluzionaria dell’ecologia:

la deroga.

Macron ha scritto a Ursula von der Leyen chiedendo a Bruxelles di usare rapidamente tutte le “flessibilità” disponibili per aumentare raffinazione e approvvigionamenti.

Fra le ipotesi riportate dalla stampa francese: requisiti tecnici meno rigidi per il diesel, maggiore utilizzo del B10, con una quota superiore di biocarburante, e il rinvio di alcune nuove prescrizioni europee per gli importatori di petrolio e gas.

Insomma, quando il barile costa il giusto, siamo custodi inflessibili del pianeta.

Quando il carburante manca, anche il regolamento europeo scopre di avere le cerniere.

E la cosa più divertente è che Macron lo ha detto praticamente senza nasconderlo: servono misure rapide per raffinare di più, importare di più e abbassare i prezzi.

Nel frattempo la crisi è reale: la disponibilità mondiale di diesel resta molto tesa e le scorte sono sotto pressione anche in Europa.

Il problema, quindi, non è che si cerchino soluzioni d’emergenza. È vedere quanto rapidamente ciò che ieri sembrava intangibile diventi improvvisamente flessibile quando arriva il conto alla pompa.

Anche la transizione ecologica, a quanto pare, possiede una modalità:

“emergenza carburante”.

Se anche voi amate osservare il momento esatto in cui i grandi principi europei incontrano un distributore vuoto, seguite Don Chisciotte. Qui i mulini li guardiamo soprattutto quando iniziano ad andare a diesel.

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Fonti:
• Presidenza della Repubblica francese – 18 settembre 2026
• Le Parisien – 21 settembre 2026
• Reuters – 21 settembre 2026
• EUR-Lex

#Macron #UnioneEuropea #Carburanti #Diesel #GreenDeal #Energia #Francia
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Post #5179 415
LA RESISTENZA E IL FURGONE 🚐

Diego Bianchi, a Otto e mezzo, ha detto davvero che all’inizio della guerra quella ucraina era «una storia di resistenza», richiamando il parallelo con i partigiani italiani.

Il parallelo si può condividere oppure contestare. Ma nel frattempo c’è un pezzo della realtà ucraina che nei salotti televisivi entra molto meno volentieri.

L’Ucraina continua a combattere contro l’invasione russa. Allo stesso tempo, però, il suo stesso 𝗢𝗺𝗯𝘂𝗱𝘀𝗺𝗮𝗻 per i diritti umani sta denunciando da tempo gravi abusi nel sistema di mobilitazione.

Nel 2025 il suo ufficio ha ricevuto 𝟲.𝟭𝟮𝟳 segnalazioni riguardanti il comportamento di membri dei centri territoriali di reclutamento, contro appena 18 nel 2022. Attenzione: sono segnalazioni, non 6.127 abusi automaticamente accertati. Ma le visite ispettive dell’Ombudsman hanno documentato direttamente 𝗹𝗶𝗺𝗶𝘁𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗶𝗹𝗹𝗲𝗴𝗮𝗹𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝘁𝗮̀, percosse e altre forme di coercizione.

A Uzhhorod la verifica ufficiale ha scoperto 21 persone trattenute illegalmente in un centro di reclutamento; alcune, secondo l’Ombudsman, vi sarebbero rimaste per più di 50 giorni. A un uomo sarebbero state messe le manette a una scala e sarebbe stato picchiato. Sono seguiti procedimenti penali e misure cautelari contro alcuni funzionari.

E non è materiale pescato in qualche oscuro canale Telegram russo.

A luglio Reuters raccontava delle violente proteste di Leopoli contro i reclutatori e ricordava che la mobilitazione ucraina è stata accompagnata da 𝗱𝗲𝗻𝘂𝗻𝗰𝗲 𝗱𝗶 𝗮𝗯𝘂𝘀𝗶 𝗲 𝗰𝗼𝗿𝗿𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲. Lo Stato maggiore ucraino stesso aveva annunciato verifiche sul comportamento degli addetti al reclutamento.

Quindi sì, Bianchi può raccontare la 𝗿𝗲𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗻𝘇𝗮 del 2022.

Ma nel 2026, se si vuole raccontare tutta la storia, bisognerebbe trovare qualche minuto anche per gli uomini caricati nei centri di reclutamento, per le famiglie che protestano e per un Ombudsman ucraino che usa ormai parole come coercizione, percosse e detenzione illegale.

Il problema dei salotti è sempre quello: la Storia ci sta benissimo, purché entri nello studio già pettinata.

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Fonti: Il Foglio; Reuters; Ufficio dell’Ombudsman ucraino per i diritti umani.

#Ucraina #Mobilitazione #Guerra #DirittiUmani #DiegoBianchi #DonChisciotte #Informazione
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Post #5178 424
IL “WHITE FLIGHT” E L’ALABAMA TASCABILE 🏫

Valditara è preoccupato per il white flight: gli italiani che abbandonerebbero le scuole dove aumenta la presenza di ragazzi stranieri.

E per scongiurare le “scuole ghetto” evoca addirittura l’Alabama degli anni ’50.

Il problema esiste.
Solo che forse stiamo usando la parola integrazione senza chiederci cosa significhi davvero.

Integrare non significa mettere cento ragazzi provenienti dallo stesso contesto nello stesso edificio e poi stupirsi se dopo dieci anni esistono comunità che vivono praticamente separate.

Ma non significa neppure prendere il bambino arrivato da Casablanca, Dakar o Islamabad e spiegargli:

“Benvenuto. Adesso diventa uguale a noi.”

Quella si chiama assimilazione.

L’integrazione è qualcosa di molto più difficile: mischiare, contaminare, far incontrare culture diverse, costruendo una casa comune senza pretendere che qualcuno lasci la propria identità fuori dalla porta.

Altrimenti finiremo per importare proprio quel modello americano che oggi viene evocato come spauracchio: quartieri, scuole e comunità che convivono nella stessa città senza incontrarsi davvero.

Little Italy.
Chinatown.
Little Havana.

Tutti vicini. Tutti separati.

E qui arriva il dettaglio interessante.

Il ministro dice che le classi con oltre il 20% di neoarrivati che non conoscono adeguatamente l’italiano sono meno di mille.

Dice anche che sono circa 34.000 quelle con almeno il 30% di studenti stranieri.

Ma sono due cose completamente diverse.

Perché essere straniero non significa automaticamente non conoscere l’italiano.

Anzi, oltre due terzi degli studenti con cittadinanza non italiana sono nati in Italia.

Quindi sì: se in una classe arrivano molti ragazzi che non riescono ancora a seguire una lezione in italiano, occorrono insegnanti specializzati, alfabetizzazione seria, mediatori, risorse e una distribuzione intelligente.

Su questo c’è poco da scherzare.

Ma se cominciamo a ragionare soprattutto per percentuali etniche, rischiamo di costruire sulla carta proprio quelle categorie che diciamo di voler superare.

La domanda seria non è:

“Quanti stranieri possiamo mettere in una classe?”

La domanda è:

“Come facciamo perché fra dieci anni quei ragazzi non si percepiscano più come comunità estranee che condividono soltanto lo stesso CAP?”

Perché il contrario del ghetto non è una percentuale.

È l’incontro.

E quello, purtroppo, non si ottiene con una calcolatrice.

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Fonti: Corriere della Sera, 20–22 settembre 2026; ANSA, 20 settembre 2026; Fondazione ISMU, Rapporti sulle migrazioni.

#Scuola #Integrazione #Immigrazione #Valditara #Educazione #Intercultura #DonChisciotte
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Post #5177 550
𝗜𝗟 𝗡𝗢𝗡𝗡𝗢 𝗦𝗜 È 𝗦𝗩𝗘𝗚𝗟𝗜𝗔𝗧𝗢 👋

Ogni tanto succede.

Il nonno delle favole della buonanotte apre un occhio, sistema il plaid sulle ginocchia, guarda cosa stanno combinando i nipotini a Palazzo Chigi e dice una cosa giusta.

E stavolta l’ha detta proprio bene.

La Melona aveva appena annunciato il numero massimo di studenti stranieri per classe.

Il giorno dopo Mattarella arriva ad Amatrice e, con quella voce che normalmente dopo quattro minuti mi fa cercare il cuscino, se ne esce con:

«La scuola è la più efficace leva di integrazione».

Poi ricorda l’articolo 34:

«La scuola è aperta a tutti».

Finita?

Macché.

Il nonno ormai era sveglio.

La scuola deve aiutare «a non formare ghetti, a non alzare barriere».

A quel punto qualcuno avrà cercato disperatamente il telecomando per rimetterlo su Rai Yoyo.

Perché il tempismo è meraviglioso.

La Melona: mettiamo un tetto.

👴🏻 Il nonno: non alzate barriere.

La Melona: gli italiani non devono sentirsi minoranza.

👴🏻 Il nonno: integrazione.

La Melona prende la calcolatrice per contare quanti stranieri stanno nel banco.

Il nonno rispolvera la Costituzione.

Articolo 34.

Quella vecchia cosetta impolverata che ogni tanto crea ancora qualche fastidio.

Precisiamo, prima che arrivi il plotone degli indignati con l’elmetto: Mattarella non ha nominato Giorgia Meloni e non ha detto «Giorgia, sto parlando con te».

Ci mancherebbe.

Il nonno è educato.

Però, diciamocelo: leggere queste parole ventiquattr’ore dopo l’annuncio sul tetto agli stranieri è una di quelle coincidenze che fanno venir voglia di preparare il caffè al Presidente.

Forte.

Perché magari tra cinque minuti torna a raccontarci la favola della buonanotte.

Ma intanto:

SBERLONA ALLA MELONA.

E stavolta, nonno, puoi pure lasciare la dentiera sul comodino.

Hai già fatto abbastanza.

📌 Fonti: ANSA, 20-21 settembre 2026; Presidenza della Repubblica.

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Post #5176 436
AL MIC ARRIVA LO STILISTA 🎬

Alessandro Giuli ha scelto Domenico Vacca, stilista italiano noto soprattutto per l’alta sartoria, come nuovo consulente del Ministero della Cultura per il cinema e l’audiovisivo. L’incarico, precisa il Ministero, è a titolo gratuito.

Ora, a scanso di equivoci: Vacca con il cinema qualche rapporto ce l’ha davvero. Ha firmato gli abiti di Denzel Washington in American Gangster e lavorato ai costumi di serie come Damages, Empire, The Kominsky Method e Godfather of Harlem. Ha inoltre vestito attori come Al Pacino, Daniel Day-Lewis, Michael Douglas e Glenn Close.

Poi però arriva quel dettaglio che rende la notizia decisamente più… sartoriale.

ANSA riferisce che tra Giuli e Vacca ci sarebbe un’amicizia di lunga data e che il ministro avrebbe indossato in diverse occasioni abiti firmati dallo stesso stilista.

Insomma: dal guardaroba ministeriale alla consulenza sul cinema il passo, evidentemente, può essere molto breve.

La questione interessante non è stabilire per decreto se Vacca sia o meno competente. È molto più semplice: quali criteri sono stati utilizzati per scegliere proprio lui? Sarebbe utile conoscerli. Anche perché quando si parla di istituzioni pubbliche, un buon taglio è importante. Ma la trasparenza veste ancora meglio.

📌 Fonte: ANSA, 21 settembre 2026.

Se anche voi pensate che certe nomine meritino almeno qualche domanda in più, seguite Don Chisciotte e mettete Mi piace alla pagina: continueremo a guardare dietro le quinte, anche quando il sipario è di alta sartoria.

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Post #5173 441
ODESSA, I DIRITTI VALGONO ANCHE QUI? 👩

A Odessa circola un video che merita almeno la stessa attenzione riservata, giustamente, a ogni episodio di violenza contro una donna.

Nelle immagini una giovane è a terra, immobilizzata da alcuni agenti. Durante la colluttazione uno di loro sembra colpirla alla testa. Secondo i media locali, poco prima avrebbe aiutato il proprio compagno a sottrarsi a un gruppo impegnato nelle operazioni di mobilitazione.

Su questo punto serve precisione: al momento manca ancora una ricostruzione ufficiale della polizia di Odessa. Sappiamo ciò che mostrano le immagini; il resto dovrà essere chiarito.

Ma proprio qui nasce una domanda semplicissima.

Dove sono, davanti a queste immagini, tutte le voci che in Europa ricordano — correttamente — che la violenza contro una donna non diventa accettabile a seconda della divisa, del Paese o della convenienza geopolitica del momento?

I diritti umani hanno un difetto terribile: per essere credibili devono valere anche quando è scomodo difenderli.

E mentre l’Ucraina continua ad affrontare un problema enorme di uomini e reclutamento, scene del genere raccontano quanto profonda sia ormai la tensione sociale attorno alla mobilitazione.

📌 Fonte: media ucraini locali Pika e Antikor, 21 settembre 2026. Al momento della pubblicazione non risulta una dichiarazione ufficiale della polizia sull’episodio.

Se pensate che i diritti vadano difesi senza scegliere la bandiera, seguite e mettete Mi piace a Don Chisciotte.

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