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Come Don Chisciotte PIU' SALUTE di Valentina Bennati

Come Don Chisciotte PIU' SALUTE di Valentina Bennati

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Non c’è niente di più incontrollabile di una persona sana, consapevole e felice.
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‌❇ Efficacia della moxibustione nell’artrite reumatoide

L’ARTRITE REUMATOIDE è una patologia infiammatoria articolare su base autoimmune, ne soffrono prevalentemente le donne ed è una condizione che, come sintomo principale, dà dolore. In genere viene curata con FANS, cortisonici e immunosoppressori, ma nella letteratura scientifica sono riportate evidenze di effetti terapeutici positivi della moxibustione.

La Moxibustione (o Moxa) è una particolare tecnica utilizzata dalla Medicina Tradizionale Cinese che consiste nell’applicazione prolungata di calore sui punti dei meridiani (gli stessi trattabili anche con l’agopuntura). Questo calore viene prodotto facendo bruciare – proprio in prossimità della zona da trattare – dei sigari o coni di artemisia (una pianta medicinale le cui foglie vengono allo scopo essiccate, pressate e polverizzate) e, dalla combustione, deriva un lento e benefico riscaldamento della cute e di tutte le strutture interessate dagli specifici punti.

Qualche tempo fa è stata condotta una metanalisi su svariati database prendendo in esame 6 studi che hanno coinvolto pazienti con artrite reumatoide sottoposti a trattamento con moxibustione. I ricercatori hanno potuto riscontrare che la moxa ha avuto effetti significativi non solo sul dolore, ma anche sul dosaggio della proteina C reattiva e del fattore reumatoide. Hanno quindi concluso che il trattamento mediante moxibustione e terapia medica convenzionale è superiore rispetto al trattamento solo mediante terapia farmacologica.

Una ricerca condotta precedentemente aveva addirittura evidenziato che i trattamenti con moxibustione ‘a serpente lungo’ (una procedura particolare di moxa che implica l’utilizzo di coni di artemisia dalla base della spina dorsale fino al collo) sono in grado di alleviare i sintomi dei segni fisici dell’artrite reumatoide e di migliorare i livelli sierici del fattore reumatoide, della proteina C reattiva, delle immunoglobuline M e immunoglobuline G con risultati significativamente migliori rispetto a pazienti trattati con agopuntura calda o solo con i farmaci.

La Medicina Tradizionale Cinese esiste da migliaia di anni e, nel corso del tempo, ha sviluppato cure e trattamenti per la maggior parte dei disturbi. L’artrite reumatoide non fa, quindi, eccezione.
Un medico esperto che ha approfondito questa antica medicina dalla visione olistica è in grado di creare un piano personalizzato per ciascun paziente e scegliere per ogni individuo l’approccio migliore. L’artrite reumatoide, infatti, è una patologia difficile da curare e la MTC ha vari strumenti: non solo la moxa, ma anche l’agopuntura, i rimedi a base di erbe e la dieta. Può, quindi, rivelarsi una scelta strategica importante per i pazienti affetti da questa problematica.
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VB

 

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‌❇ Non sei tu a scegliere cosa mangiare, ma i batteri del tuo intestino

Per decenni gli scienziati hanno ipotizzato che i microbi intestinali potessero influenzare le nostre scelte alimentari e indagato in questo campo, una nuova conferma che ciò è vero è arrivata di recente da uno studio condotto da esperti dell’università di Pittsburgh che è stato pubblicato su PNAS, la rivista dell’ Accademia Americana delle Scienze.

La ricerca è molto interessante perché pone l’attenzione sul continuo scambio di informazioni tra intestino e cervello. In pratica gli scienziati hanno tenuto in osservazione diverse decine di topi a cui hanno somministrato ceppi batterici derivanti da animali selvatici con alimentazioni naturali diverse tra di loro e hanno riscontrato che, in seguito al trattamento, gli animali tendevano a modificare le loro abitudini alimentari scegliendo cibi diversi in base alla composizione del microbiota che si era venuto a creare dopo l’intromissione nei loro intestini dei ceppi batterici estranei.

In particolare, i ricercatori hanno concentrato la loro attenzione su un su un aminoacido essenziale, il triptofano che gli organismi ricavano da certi alimenti e che è coinvolto nella produzione di serotonina; dunque, interferisce sul tono dell’umore e sul senso di sazietà. Inoltre, favorendo la produzione di melatonina, ha anche un impatto sul sonno.
Ebbene studiando i topolini gli autori dello studio hanno visto che quelli che avevano più molecole di triptofano nel sangue erano anche quelli che avevano più batteri intestinali capaci di produrlo.

A dire il vero già un altro lavoro scientifico, pubblicato a suo tempo sulla rivista Bioessays e condotto da un team di scienziati della UC San Francisco dell’Arizona State University e dell’Università del New Mexico aveva evidenziato che non è il cervello a dirigere le nostre preferenze in fatto di alimenti, ma piuttosto la flora batterica intestinale. Questa è composta da diverse tipologie di batteri che costituiscono un vero e proprio ecosistema: alcuni di essi prediligono zuccheri, altri proteine, altri ancora grassi e ci spingono a desiderare cibi che diano loro i nutrienti di cui hanno bisogno influenzando quindi le nostre decisioni, rilasciando molecole di segnalazione nel nostro intestino, producendo tossine per farci stare male se non assumiamo certi alimenti  e rilasciando ricompense chimiche per farci sentire bene quando li mangiamo.

Tuttavia, se è vero che i batteri intestinali ci “manipolano”, è vero anche il contrario, il che significa che modificando opportunamente la dieta è possibile alterare la composizione del microbiota intestinale (cambiamenti misurabili entro 24 ore dal cambio di alimentazione) come, del resto, si può modificare l’equilibrio della flora batterica dell’intestino attraverso l’utilizzo di  specifici integratori, ad esempio a base di alcuni oli essenziali o determinate erbe o vitamine o altre sostanze naturali in grado di agire sulle mucose, sul muco intestinale o sulle varie specie batteriche.

Quello relativo all’intestino è comunque un campo smisurato di ricerca e il ruolo svolto dai batteri, dai funghi e dai virus che lo popolano è ancora in gran parte inesplorato. C’è quindi ancora tanto da approfondire e da scoprire.
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VB

 

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Post #294 5.26K
‌❇ Creme solari, le sostanze chimiche entrano in circolo

Bella stagione, voglia di abbronzatura. Attenzione però alle creme solari. Da test della Food and Drug Administration (l’ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione di alimenti e farmaci) tre anni fa è emerso che le sostanze chimiche più utilizzate in creme, lozioni e spray per la protezione dai raggi UV non si fermano sulla cute, ma entrano in circolo nel sistema cardiovascolare e nell’organismo in meno di 24 ore dall’applicazione del prodotto.

In particolare sono stati esaminati 4 ingredienti: avobenzone, ossibenzone, ecamsule e octocrylene. Lo studio, che è stato pubblicato sulla rivista Jama, ha evidenziato che già dopo poche applicazioni i livelli di queste sostanze nel sangue raggiungono livelli di concentrazione superiori il limite di sicurezza. Qualche mese prima, sempre l’ente governativo statunitense aveva giudicato pericolose altre due componenti comunemente utilizzate nelle creme, ossia il PABA e il salicilato di ‘trolamine’.

FAI ATTENZIONE, DUNQUE, A COSA TI SPALMI SULLA PELLE. Perché se è vero che non bisogna esporsi al sole a lungo senza protezione, è anche vero che la maggior parte delle creme, oli e lozioni in commercio contengono filtri chimici e parabeni il cui accumulo nel tempo può causare problemi di salute anche seri.
Se possibile, quindi, scegli protezioni solari naturali a base di oli vegetali (come la canapa, il cocco, il sesamo, il lino, il ricino, l’olio di jojoba o di oliva) che, oltre ad essere ricchi di acidi grassi polinsaturi, possiedono un naturale fattore di protezione solare. Per prevenire eritemi e scottature può essere utile anche l’oleolito di elicriso, mentre l’oleolito di iperico, usato come dopo sole, si è dimostrato un buon lenitivo e rigenerante.

Come per quasi tutte le funzioni dell’organismo anche nel caso di un’abbronzatura sana L’ALIMENTAZIONE È FONDAMENTALE, esistono infatti particolari sostanze contenute in alcuni alimenti che aiutano la pelle a colorarsi in modo graduale e nello stesso tempo a sviluppare le opportune difese che proteggono da eritemi e scottature. Se desideri quindi una bella tintarella, devi cominciare a mangiar bene già da due mesi prima dell’esposizione solare integrando cibi ricchi di betacarotene, sali minerali e vitamine. È consigliabile, inoltre, fare ricorso a integratori specifici che contengono erbe e nutritivi per contrastare lo stress ossidativo causato da un eventuale eccesso di raggi UV.

Non dimenticando, comunque, che LE RADIAZIONI SOLARI NON SONO DA TEMERE perché possono offrire molti vantaggi all’organismo. Ad esempio, migliorano l’umore stimolando le ghiandole surrenali e favoriscono la sintesi della preziosa vitamina D.
L’importante è esporsi al sole gradualmente evitando gli eccessi. Piuttosto che sostare ore e ore al calore, molto meglio esposizioni brevi ma costanti cercando di muoversi per far distribuire in modo omogeneo i raggi solari su tutto il corpo (i numerosi benefici effetti di una corretta esposizione solare sono elencati in questo precedente articolo).
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‌❇ Candida auris, seria minaccia probabilmente creata dai fungicidi usati per conservare la frutta

Per prevenire il deterioramento la maggior parte della frutta in commercio viene trattata con fungicidi. Lo scopo è di prolungarne durata e integrità, ma la pratica non è esente da conseguenze perché determina la selezione e la trasmissione di lieviti patogeni multiresistenti.
La problematica è seria ed è stata finalmente sollevata da uno studio pubblicato a fine marzo su mBio (una rivista ad accesso aperto dell’American Society for Microbiology) che ha riscontrato sulle mele ceppi resistenti a farmaci di Candida Auris, un lievito patogeno che si diffonde rapidamente negli ospedali e provoca ogni anno molte vittime perché non è rispondente ai comuni antifungini. Nel 2019 i centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie lo hanno classificato come uno dei 5 agenti patogeni che rappresentano le minacce più urgenti per la salute pubblica.
Finora le cause che possono aver contribuito allo sviluppo e alla diffusione della resistenza antimicotica di questo particolare lievito erano sconosciute, il pregio di questo studio è di avere posto l’attenzione sui fungicidi utilizzati in agricoltura per prevenire il deterioramento dei frutti e dai risultati sembra confermata l’ipotesi che proprio i fungicidi aggiunti per prolungare la conservazione abbiano agito come importanti forze selettive per specie multiresistenti.

Nello specifico i ricercatori hanno esaminato le superfici delle mele raccolte nelle aree dell’India settentrionale e hanno trovato ceppi di C. auris resistenti ai farmaci solo nelle mele trattate per la lunga conservazione prima dell’acquisto; invece, nessuna delle mele appena raccolte ospitava il lievito patogeno. A riguardo scrivono testualmente gli autori: “È interessante notare che C. auris è stato individuato solo nelle mele immagazzinate e nessuna delle mele appena raccolte da aziende agricole convenzionali e biologiche è risultata positiva per C. auris.”
Poi i ricercatori sottolineano un’altra cosa interessante e cioè che negli ambienti naturali i lieviti si possono trovare ovunque ci siano composti organici e, a tal proposito, fanno notare che il ceppo di C. auris originariamente identificato e proveniente da un habitat acquatico senza attività umana si era rivelato in passato sensibile a tutti i farmaci antimicotici testati mentre invece, successivamente, ha sviluppato resistenza. Così anche il ceppo riscontrato sulle mele analizzate ha mostrato di non rispondere a vari antifungini. Di conseguenza concludono: “I nostri risultati suggeriscono che C. auris nell’ecosistema naturale può entrare in contatto con fungicidi agricoli e che proprio i frutti immagazzinati potrebbero essere una nicchia significativa per la selezione della resistenza a farmaci antifungini in C. auris e altri agenti patogeni fungini umani.”

Le mele sono coltivate in tutto il mondo e sono disponibili tutto l’anno, non solo nella tipica stagione di raccolta (settembre-ottobre). Per aumentarne la durata vengono poste in ambienti refrigerati e non di rado cosparse di fungicidi tramite aerosol in modo che la conservazione possa arrivare anche a 6-12 mesi. Gli autori dello studio citato affermano che sarebbero utili studi ulteriori anche su altri frutti che possono subire simili trattamenti per confermare la necessità di una diversa gestione della conservazione ai fini del controllo della candida auris.
IN REALTA’ sarebbe più che altro utile iniziare a consumare frutta e verdura di stagione e a chilometro zero in modo da evitare del tutto l’utilizzo di prodotti chimici che sì, sono in grado di prolungare la durata dei vegetali, ma anche di innescare problematiche importanti sia per la salute individuale che collettiva.
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Post #291 5.43K
‌❇ Una parola piccolissima che ci ruba la vita

Se avessi più tempo.
Se fossi più attraente.
Se avessi più soldi.
Se non ci fosse questa situazione.
Se fossi più giovane.
Se avessi dei figli.
Se non dovessi fare questa cosa.
Se stessi bene.
Se non facesse cattivo tempo.
Se avessi più libertà.

E avanti così, potrebbe continuare all’infinito l’elenco interminabile dei SE.

SE.
È una parola piccola, piccola, ma che ci toglie tanto.
Ruba istanti, occasioni, esperienze.
E mentre perdiamo il nostro tempo tra indugi e rinvii, la vita passa e quel che si è a lungo rimandato spesso non può più tornare indietro.

Perciò bada bene se davvero è il caso di attendere perché, il più delle volte, sembra che il tempo non sia mai quello giusto, ma poi …davvero è così?

Inizia da dove sei.
Fai del tuo meglio.
E abbi fiducia.

L’Universo premia sempre chi non cerca scuse, chi non si ferma di fronte agli ostacoli, chi con volontà persevera.

Buon inizio settimana!
(senza SE)

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VB

 

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‌❇ Medicine complementari integrate in oncologia: sì ufficiale dall’Europa che l’Italia sembra ignorare

Lo scorso 16 febbraio, con 652 voti favorevoli, 15 contrari e 27 astensioni, il Parlamento Europeo ha adottato le sue raccomandazioni per una strategia globale coordinata dell’Unione Europea nella lotta contro il cancro. Interessante è l’articolo 113 della Risoluzione poiché incoraggia l’uso della medicina complementare in oncologia. Nello specifico il Parlamento Europeo sottolinea il fatto che la medicina integrativa può “apportare benefici ai pazienti in relazione agli effetti concomitanti di diverse malattie e ai loro trattamenti, come nel caso del cancro”. Inoltre dichiara espressamente “l’importanza di sviluppare un approccio olistico, integrativo e incentrato sul paziente e di incoraggiare, se del caso, l’uso complementare di tali terapie sotto la supervisione di professionisti del settore sanitario”.

È una buona notizia che, però, non è stata affatto messa in risalto dai nostri media nazionali, sarà perché in Italia c’è chi, sulla base di pregiudizi, ancora cerca di osteggiare la medicina integrata e, in particolare, l’omeopatia definita con ignoranza e presunzione una “credenza pseudoscientifica di fine 1700” e descritta in modo denigratorio come “vicina non tanto alla scienza quanto al cabaret e all’avanspettacolo”. La recente decisone di Strasburgo, al contrario, vuole essere un invito alle istituzioni italiane, e in particolare al Ministero della Salute, a riconoscere la giusta attenzione alle medicine non convenzionali che sono da sempre escluse dal sistema sanitario nazionale, tranne qualche rara eccezione.

IL PROBLEMA E’ CHE la medicina farmacologica convenzionale per molto tempo si è ritenuta l’unica depositaria del metodo scientifico e della conoscenza. NON E’ COSI’. Nell’ambito delle medicine non convenzionali, dette anche complementari, rientrano tante valide realtà (come la Medicina Tradizionale Cinese, la Medicina Ayurvedica, la Medicina Omeopatica, la Medicina Antroposofica, l’Omotossicologia) che sono accomunate da un unico denominatore, quello di avere una visione olistica dell’uomo-paziente visto nella sua unicità di essere umano multidimensionale, in cui corpo, mente e spirito sono inestricabilmente connessi sia sul piano fisico-chimico che su quello sottile, informazionale. Queste “altre” medicine offrono percorsi di diagnosi e cura dolci, non invasivi, spesso senza effetti collaterali. Forti della loro visione più ampia, i medici che le praticano hanno capito che integrando le conoscenze si può ottenere un effetto sinergico a vantaggio dei malati e ad arricchimento dell’unica Medicina. La medicina, infatti, è UNA e andrebbe pensata, appunto, in modo nuovo perché il modello attuale riduzionista non è in grado, da solo, di dare risposte veramente efficaci.

Sarebbe bello, un giorno, poter contare su approccio personalizzato e integrato in tutti gli ospedali e, in caso di bisogno, essere curati non in base a protocolli, ma con rispetto e attenzione all’individualità di ogni persona che è da considerare sempre in tutte le sue dimensioni: fisica-materiale, emozionale e psichica.
Chissà se mai ci arriveremo. Speriamo. Perché solo con un approccio olistico e integrato che accoglie i saperi anche delle cosiddette “medicine complementari” è possibile trovare strade vere di guarigione e, allo stesso tempo, promuovere una prevenzione efficace.
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VB


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‌❇ Iperico, scoperto possibile utilizzo per profilassi e terapia Covid-19

L’HYPERICUM PERFORATUM, comunemente conosciuto come erba di San Giovanni, sotto forma di estratto ha mostrato una potente attività antivirale contro SARS-CoV-2 e il merito principale sembra essere imputabile a ipericina e pseudoipericina, due dei suoi principali costituenti. Alcuni ricercatori tedeschi ne hanno riscontrato l’efficacia, non solo verso il virus originario, ma anche rispetto alle sue diverse varianti (alfa, beta, delta e omicron), che sono state tutte testate confermando un effetto diretto di blocco del virus da parte dell’iperico.

L’iperico è conosciuto più che altro come antidepressivo, ma in realtà la pianta ha molte applicazioni terapeutiche per le sue varie azioni: antiossidante, cicatrizzante, antinfiammatoria, antimicrobica e anche antivirale. Studi precedenti, infatti, hanno evidenziato la sua efficacia contro il virus dell’herpes simplex di tipo 1, il citomegalovirus umano, il virus dell’epatite b, il virus dell’influenza e alcuni virus animali come la diarrea epidemica suina. Questa recente ricerca ha, quindi, ampliato una già riconosciuta attività antivirale estendendola anche al nuovo coronavirus.

I coronavirus circolano continuamente da sempre. SARS-CoV-2, emerso due anni fa, causa una tipica malattia respiratoria che per lo più non dà sintomi o ne dà di molto lievi ma, in certi organismi più infiammati o vulnerabili a causa di altre patologie, può dar luogo a conseguenze più serie come polmonite, disregolazione delle citochine e insufficienza multiorgano che in alcuni casi possono avere un’evoluzione severa, soprattutto se la malattia non è curata subito adeguatamente.

È utile, dunque, diffondere questo recente lavoro scientifico perché presenta un ulteriore efficace strumento che può essere preso in considerazione sia in prevenzione che in terapia.
Scrivono a riguardo gli autori: “Potremmo concludere che Hypericum perforatum e i suoi ingredienti, ipericina e pseudoipericina, possiedono una forte attività antivirale contro SARS-CoV-2 e le varianti virali emerse bloccando le fasi iniziali dell’infezione da virus. Inoltre, l’inizio del trattamento dopo l’infezione da SARS-CoV-2 ha anche chiaramente bloccato la crescita del virus, il che non esclude la possibilità che questi composti possano avere un’ulteriore attività intracellulare secondaria”.
E aggiungono: “Per quanto riguarda l’uso di Hypericum perforatum come trattamento contro SARS-CoV-2, si presume che l’iperforina, un altro componente dell’estratto di Hypericum perforatum che non ha agito come antivirale, controlli le reazioni infiammatorie avverse e/o disfunzione delle citochine nei pazienti COVID-19, rendendo l’Hypericum perforatum potenzialmente benefico anche nella risoluzione della fase della malattia guidata dalla deregolazione immunitaria.”

La ricerca ha evidenziato che il trattamento con ipericina e pseudoipericina porta rispettivamente alla completa inibizione del virus (ipericina) o all’inibizione fino all’82% dello stesso (pseudoipericina).
Inoltre, non sono stati osservati effetti citotossici significativi dei due composti ai dosaggi utilizzati.
Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Pharmaceuticals ed è consultabile QUI.
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Post #286 4.68K
‌❇ Abbronzatura: i rischi di quella artificiale e i benefici di quella naturale

Tintarella? Meglio naturale. Quella ottenuta attraverso l’uso di lettini, docce solari e lampade facciali è dovuta a radiazioni circa 10-15 volte più potenti rispetto a quelle solari e non è esente da rischi.
L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha, infatti, classificato questo tipo di radiazioni artificiali come cancerogene poiché è stato appurato da diversi studi che sono in grado di produrre danni al DNA nelle cellule della pelle con un aumento del rischio di melanoma, carcinomi basali e squamocellulari. Senza considerare che l’uso dei lettini solari è stato anche associato all’invecchiamento cutaneo.
Nonostante ci siano tutte queste prove che suggeriscono la non opportunità dell’abbronzatura artificiale, in realtà è una pratica molto diffusa. Qualcuno sostiene che chi utilizza questi apparecchi artificiali ottimizza la produzione di vitamina D ma, in realtà, la vitamina D3 prodotta velocemente è altrettanto velocemente degradata, molto meglio quindi, se si è carenti, optare per supplementi orali quotidiani, se ci si trova in un periodo dell’anno in cui non è possibile integrarla naturalmente tramite l’esposizione solare.

Incamerare l’energia del sole è fondamentale per la nostra salute e, proprio adesso che inizia la bella stagione, è bene aumentare le occasioni per stare all’aria aperta. I raggi del sole, tra l’altro, sono un toccasana per l’umore: si abbassa il cortisolo (l’ormone dello stress) e produciamo più serotonina e più dopamina (i nostri “antidepressivi” fisiologici). Inoltre, con l’esposizione solare riusciamo anche a dormire meglio perché i ritmi circadiani, fra cui quello veglia-notte, si riequilibrano.
Si potrebbe dire che il sole è la nostra prima ed economica medicina con effetti straordinari non solo su sistema nervoso e immunitario, ma anche su metabolismo, ossa, muscoli, pelle, occhi, apparato cardiovascolare. L’esposizione giornaliera regola anche i livelli degli ormoni sessuali, migliora la memoria ma, soprattutto, riduce il rischio di malattie del sistema nervoso centrale quali il Parkinson, l’Alzheimer e altre forme di demenza, il rischio di tumori e di tante malattie autoimmuni. In sostanza esporsi al sole allunga la vita. AL CONTRARIO, ridurre al minimo o evitare l’esposizione aumenta il rischio di morte quanto fumare (in  uno studio condotto su quasi 30.000 donne svedesi la mortalità nelle donne che evitavano il sole era circa il doppio rispetto a quelle che si esponevano).

Ovviamente va evitata un’esposizione indiscriminata per evitare scottature. Il che vuol dire esporsi con buon senso cioè arrivare gradualmente a 30-40 minuti di esposizione al giorno fra le 10 e le 15 (quando il sole è allo Zenit e i suoi raggi sono più corti, il momento giusto per fare scorta di Vit. D) cominciando con tempi ridotti, 5 minuti, e aumentando ogni 3-4 giorni fino ad arrivare a mezzora/40 min al dì, tenendo presente che è necessario esporsi senza filtri regolarmente, cioè tutti i giorni, ma anche con moderazione perché i raggi ultravioletti attivano una serie di risposte all’interno del nostro corpo che possono essere positive o negative per la nostra salute in funzione soprattutto dell’entità dell’esposizione. Inoltre bisogna tener presente che più è chiaro il colore della cute, minore è il tempo in cui è possibile esporsi al sole in sicurezza.
DUNQUE premunisciti con abiti coprenti in tessuti naturali e cappelli oppure cerca l’ombra per schermarti non appena la pelle inizia ad arrossarsi. Altrimenti, se vuoi prolungare i bagni di sole, è bene ricorrere alle creme solari, ma accertati che escludano materie prime dannose per la salute e per l’ambiente.
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‌❇ Rimedi naturali per insetti sgraditi

In campagna, al mare o in montagna, soprattutto con la bella stagione, è facile ritrovarsi in casa animaletti poco simpatici.
Ecco alcune semplici astuzie per contrastarli senza fare ricorso a prodotti chimici.

Mosche. Versare dei grani di pepe in alcune ciotoline da sistemare qua e là per la casa. Anche i chiodi di garofano infilati nelle fettine di limone hanno un odore sgradito a questi insetti.

Formiche. Unire bicarbonato e borotalco e spargerlo negli angoli di accesso preferito. È una miscela che trovano molto sgradita. Se la loro invadenza si è spinta fino alla dispensa puoi disporre una ciotolina piena di aceto di vino, l’odore le farà scappare.

Farfalline della farina. Si formano nelle vecchie confezioni di riso, pasta e altri cereali. Per prevenire il fenomeno dovrai preoccuparti di tenere pulita e ordinata la dispensa gettando le confezioni che sono aperte da troppo tempo. Se aggiungi all’interno degli armadietti o dei cassetti delle foglie di alloro fresche il risultato è garantito.

Zanzare. Ci sono alcuni profumi che le infastidiscono. La canfora, ad esempio, se ne può bruciare una zolletta per allontanarle dagli ambienti. Oppure si possono aggiungere all’acqua della lampada per aromi 4 gocce di olio essenziale di citronella, 2 gocce di olio essenziale di basilico e 1 goccia di olio essenziale di bergamotto.
Sulle terrazze o sui davanzali delle finestre sistemare delle piante di geranio e di basilico, oltre ad abbellire hanno un aroma deterrente per le fastidiose bestioline.
Anche la lavanda risulta utile. Si può tenere in camera una composizione di fiori secchi o nebulizzare il corpo con uno spray a base di olio essenziale per evitare le punture.

Acari. Un’accurata pulizia di ambienti, tappeti, materassi e tendaggi è la prima cosa da fare (aspiratore elettrico dotato di filtri, panni cattura polvere, lavaggio frequente dove possibile con acqua a 60 gradi). Ecco, inoltre, uno spray efficace che si può facilmente preparare:
In un flacone spray mettere 200 ml di acqua, 6 cucchiai di aceto bianco, 40 gocce di olio essenziale di Lavanda, Cedro legno, Niaouli, Lemongrass, Garofano, Albero del Tè, Timo bianco, Manuka (sceglierne uno o miscelare alcuni di questi).
Agitare sempre molto bene prima di utilizzarlo e vaporizzare su tappeti, tendaggi, divani, materassi senza dare il tempo agli oli di tornare in superficie. Il trattamento va effettuato una volta a settimana.

Per le tarme si rimanda a questo precedente post. In generale ricordarsi di utilizzare sempre solo oli essenziali naturali e puri al 100% meglio se da coltivazioni biologiche o biodinamiche.
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‌❇ Sonno profondo fondamentale: serve a rimuovere ‘rifiuti’ dal cervello

Dormire bene durante la notte, cioè profondamente, è importante per la salute del cervello. Serve a ripulirlo dai ‘rifiuti’ e a rigenerarlo prevenendo le malattie neurodegenerative. Lo hanno messo in evidenza i ricercatori della Northwestern University esaminando l’attività cerebrale dei moscerini della frutta durante il sonno.

Il sonno di questi invertebrati è simile a quello dei mammiferi nella regolazione circadiana e omeostatica ed è governato da neurotrasmettitori simili, per questo motivo molto spesso i moscerini della frutta sono utilizzati come modello quando si devono condurre studi in questo campo.
In particolare, in questa specifica ricerca, che è stata pubblicata sulla rivista Science Advances, il team del Professor Ravi Allada ha esaminato il sonno di queste piccole creature notando che le fasi in cui dormivano profondamente erano caratterizzate da movimenti ripetuti di estensione e ritrazione della proboscide. I ricercatori hanno appurato che si trattava di movimenti necessari per spostare una quantità significativa di emolinfa attraverso il corpo ed eliminare le tossine attraverso i tubuli malpighiani (le versioni dei reni negli umani). Infine hanno constatato che, quando hanno compromesso il sonno profondo di questi moscerini, poi gli stessi non sono stati più in grado di eliminare in modo efficace un colorante iniettato nei loro organismi diventando in seguito più suscettibili a lesioni traumatiche.

Lo studio ha sottolineato, ANCORA UNA VOLTA, (così come hanno fatto diversi altri lavori scientifici prima), quanto sia importante dormire bene.
Tutte le creature hanno bisogno di riposare. Il sonno è un momento in cui siamo disconnessi dal mondo esterno e apparentemente più vulnerabili, ma in cui il nostro corpo ottiene tanti benefici: è favorito l’apprendimento, viene rafforzata la memoria, potenziata la funzione immunitaria e migliorata la guarigione delle ferite. Infine, lo studio appena citato ha confermato che il sonno profondo ha la capacità importantissima di rimuovere i ‘rifiuti’ dal cervello, ovvero tutti quegli scarti che possono includere anche proteine associate a funzionalità cerebrali compromesse e al morbo di Alzheimer (sulla relazione tra privazione del sonno e aumento della beta-amiloide è consultabile questa ricerca).

P.S.
Per ottenere il massimo beneficio dal tuo riposo notturno crea buone abitudini e un ambiente confortevole per dormire. QUI e QUI puoi trovare alcuni suggerimenti.
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‌❇ Ibuprofene: attenzione a combinarlo con alcuni farmaci

Se stai assumendo un diuretico o un inibitore del sistema renina-angiotensina (RSA) per la pressione alta, DOVRESTI USARE CAUTELA nell’assumere anche medicinali che contengono ibuprofene, principio attivo comunemente utilizzato nel trattamento di moltissimi disturbi (mal di testa, dolori cervicali e mestruali, mal di denti, raffreddore, infiammazioni, distorsioni, strappi muscolari, solo per fare alcuni esempi). L’associazione dell’ibuprofene con antiipertensivi, infatti, può aumentare il rischio di tossicità per i reni.

La conferma arriva da una nuova ricerca condotta dall’Università di Waterloo che ha utilizzato il computer per simulare le prove dei tre farmaci e valutare interazioni e impatto sul rene.
La conclusione di questo lavoro scientifico è stata che l’uso concomitante di un diuretico, un inibitore del sistema renina-angiotensina (RAS) e un farmaco antinfiammatorio non steroideo (FANS) aumenta significativamente il rischio di danno renale acuto. Danno che, in alcuni casi, può essere anche permanente.

Non significa che tutti coloro che prenderanno questa combinazione di farmaci avranno sicuramente problemi, ma la ricerca mostra che E’ NECESSARIO FARE MOLTA ATTENZIONE. A maggior ragione se si considera il fatto che certi antidolorifici e antinfiammatori che contengono ibuprofene si trovano tranquillamente in farmacia senza prescrizione di ricetta medica per cui possono essere assunti senza pensarci troppo.

Ultimamente la matematica e l’informatica sono molto utilizzate per fare studi sui farmaci simulati al computer. Il motivo è che in breve si possono avere risultati che, al contrario, richiederebbero molto tempo negli studi clinici sull’uomo. Inoltre il vantaggio più importante è che questi mezzi permettono di evitare di usare le persone come cavie risparmiando complicazioni potenzialmente anche gravi per la salute.

La ricerca ‘Determinazione dei fattori di rischio per il danno renale acuto triplo colpo’ cui fa riferimento questo post appare sulla rivista Mathematical Biosciences, Volume 347, maggio 2022. Chi desidera approfondire può cliccare QUI.
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‌❇ Curcumina più efficace su omicron rispetto a clorochina

Uno studio in silico consultabile sulla rivista Computers in Biology and Medicine (Vol.146 del prossimo luglio, numero attualmente in preparazione, ma che contiene articoli che sono definitivi e già fruibili) evidenzia che la curcumina è una potente prospettiva terapeutica contro la variante Omicron del coronavirus 2 (SARS-CoV-2) che è attualmente il ceppo dominante in tutto il mondo.

I ricercatori si sono proposti lo scopo di prendere in esame sette sostanze fitochimiche (capsaicina, gingerolo, allicina, curcumina, piperina, zingeberene e cinnamaldeide) per scoprire possibili opzioni terapeutiche contro la variante Omicron. Hanno quindi eseguito una simulazione di dinamica molecolare (MD) al computer e i risultati dello studio hanno evidenziato che la curcumina, tra i sette fitochimici testati, ospita la capacità inibitoria più significativa con la proteina Omicron S.

Inoltre il team ha confrontato i risultati con due farmaci di controllo: clorochina e GR 127935 cloridrato e ha scoperto che la curcumina era legata a numerosi residui di amminoacidi mutati (ARG161 [493], SER114 [446], HIS173 [505] e SER164 [496]) della proteina Omicron S e altri residui. Al contrario, il farmaco di controllo clorochina ha mostrato legame solo con l’amminoacido mutato ARG161. Da ciò gli autori dello studio hanno dedotto che la curcumina ha un’elevata affinità per Omicron S rispetto alla clorochina.

Si legge nelle conclusioni dello studio: “La curcumina inibisce la proteina spike della nuova variante di preoccupazione SARS-CoV-2 (VOC) Omicron e può essere considerata un potenziale agente terapeutico contro la variante Omicron altamente infettiva di SARS-CoV-2.”
È una buona notizia da mettere nel cassetto soprattutto per quando, il prossimo autunno, ripartirà (verosimilmente in contemporanea con l’inizio della stagione influenzale) il tamtam mediatico della paura.

La curcumina si trova principalmente nella curcuma, spezia da tempo riconosciuta per le sue proprietà medicinali (è d’aiuto nella gestione delle condizioni ossidative e infiammatorie, nell’artrite, nella sindrome metabolica, nell’iperlipidemia).
Da sola, però, è scarsamente utilizzabile dall’organismo. In aggiunta alla piperina del pepe nero, invece, aumenta notevolmente la biodisponibilità.

QUI una breve panoramica delle molte ricerche sui benefici per la salute della curcumina. E QUI semplici consigli per l’utilizzo in cucina.

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‌❇ La ricerca dell’eterna giovinezza passa dai trapianti fecali?

Gli scienziati del Quadram Institute e dell’Università dell’East Anglia hanno constatato che il trapianto del microbiota fecale da topi giovani a vecchi può invertire i segni distintivi dell’invecchiamento nell’intestino, negli occhi e nel cervello. Nell’esperimento inverso, invece, i microbi dei topi anziani hanno indotto l’infiammazione nel cervello dei giovani riceventi e hanno esaurito una proteina chiave necessaria per la vista normale.

Lo studio che è stato pubblicato sulla rivista Microbiome ha evidenziato che il microbiota di vecchi donatori ha portato alla perdita di integrità del rivestimento dell’intestino consentendo ai prodotti di scarto contenuti nel lume intestinale di attraversare la parete intestinale e di passare nella circolazione provocando, di conseguenza, infiammazione e attivazione del sistema immunitario con, a cascata, patologie e disfunzioni in genere tipiche dell’età avanzata (in questo caso, in particolare, invecchiamento e declino della funzione cerebrale e visiva).

È un LAVORO SCIENTIFICO MOLTO INTERESSANTE e già qualcuno profila all’orizzonte futuro potenziali soluzioni in forma di terapia sostitutiva del microbiota intestinale per ritrovare giovinezza e forma fisica.
Certamente percorsi simili possono esistere anche per gli uomini poiché anche il microbiota intestinale umano cambia in modo significativo con l’avanzare dell’età, ma ovviamente andranno effettuati studi similari sugli esseri umani per avere dati più certi. Al momento il team di ricercatori è ancora al lavoro e gli studi sono in corso per capire quanto tempo possono durare gli effetti positivi del trapianto fecale sui topini e per identificare i componenti maggiormente benefici del microbiota del giovane donatore e il modo in cui poi vanno a influire sugli organi distanti dall’intestino.

Il ruolo del microbiota intestinale sulla salute generale è noto ormai da tempo ed è stato più volte appurato che la maggior parte delle malattie è associata a cambiamenti nell’ecosistema intestinale che è normalmente abitato non solo da batteri, ma anche da virus, funghi e altri microbi.
La maggior parte di questi cambiamenti si verificano con l’avanzare dell’età ma, se si indaga, si scopre che, il più delle volte, sono indotti da errori alimentari e di stile di vita (anche da eccesso di stress, farmaci e sostanze tossiche).
“Tutte le malattie originano nell’intestino” scriveva Ippocrate nel 400 a.C. e le scoperte scientifiche degli ultimi anni rendono sempre più vera questa affermazione: le infiammazioni dei tessuti delle pareti gastriche e intestinali sono la causa scatenante di moltissime patologie e aggravano tutte le altre.

Tuttavia, prima di puntare sui trapianti fecali per fermare le lancette dell’orologio e mantenersi giovani a lungo, meglio preoccuparsi fin da adesso di avere uno stile di vita salutare e una dieta il più possibile equilibrata e adatta al proprio terreno costituzionale: di certo influisce positivamente sui batteri intestinali e sull’integrità delle mucose aumentando le possibilità di godere di buona salute negli anni a venire.

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‌❇ Le placche aterosclerotiche dialogano con il cervello, scoperta che apre a nuove prospettive di cura

Le placche aterosclerotiche e il cervello dialogano e si influenzano reciprocamente. Lo ha dimostrato per la prima volta un’interessante ricerca che vede tra i principali protagonisti il Dipartimento di Angiocardioneurologia e Medicina traslazionale dell’Irccs Neuromed di Pozzilli (Is).

La placca aterosclerotica si forma nelle arterie periferiche ed è data da un accumulo di grassi, colesterolo, tessuto fibroso e cellule del sistema immunitario. Nel momento in cui si crea stabilisce subito un circuito nervoso con cui segnala al cervello che c’è un danno che si sta instaurando e il cervello, a sua volta, attiva una protezione, ovvero una risposta riflessa con cui controlla il sistema immunitario.
Ad un certo punto, però, il controllo del cervello per cercare di limitare questo danno non riesce più. Questa recente ricerca ha evidenziato che è possibile interferire con questo circuito al fine di proteggere l’organismo dalle principali conseguenze dell’aterosclerosi che costituiscono di fatto la principale causa di morte in età avanzata (sono danni di tipo ischemico, infarto e ictus o problemi vascolari periferici).

Pubblicato sulla rivista Nature, la più autorevole tra quelle multidisciplinari oggi esistenti, lo studio è stato condotto sia su modelli sperimentali che in reperti umani, in collaborazione con la Ludwig-Maximilians-University di Monaco e con altre istituzioni scientifiche internazionali. I ricercatori italiani e tedeschi hanno ricostruito l’intero percorso delle fibre nervose fino al sistema nervoso centrale e hanno visto che questi segnali provenienti dalla placca, una volta raggiunto il cervello, influenzano il sistema nervoso autonomo attraverso il nervo vago (il nervo che controlla la maggior parte dei nostri organi e funzioni viscerali) fino a raggiungere la milza.
Qui avviene una attivazione di specifiche cellule del sistema immunitario che entrano in circolazione e portano alla progressione delle placche stesse, ma il pregio dello studio è aver scoperto che si può intervenire su questo circuito nervoso finora sconosciuto. Il risultato è che le placche presenti nelle arterie non solo rallentano la crescita, ma si stabilizzano anche.

Ha commentato Giuseppe Lembo, responsabile del dipartimento di Angiocardioneurologia e medicina traslazionale Neuromed e Ordinario alla Sapienza di Roma: “Si prospetta un potenziale traslazionale molto rilevante. “Si tratta di una visione assolutamente nuova, che apre la strada a strategie terapeutiche fino ad oggi sconosciute. L’ipotesi su cui lavorare ora è la possibilità di agire, con specifici dispositivi bioelettronici, sulle terminazioni nervose che raggiungono la milza, in particolare sul ramo del nervo vago che è connesso al ganglio celiaco. In altri termini, un intervento terapeutico non farmacologico per contrastare il problema dell’aterosclerosi.”
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‌❇ La migliore preparazione per domani

La migliore preparazione per domani è fare il tuo meglio oggi.

 
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Buona giornata con le parole di H. Jackson Brown Jr. uno scrittore noto per un suo piccolo libro ‘Vita: istruzioni per l’uso’ che in realtà inizialmente aveva scritto per il figlio Adam, ma che poi è stato tradotto in 35 lingue e ha avuto una grande diffusione.

Non è mai troppo tardi per ‘fare del nostro meglio’. Questo, però, è impegnativo, richiede attenzione profonda, presenza, capacità di ‘essere nel qui e ora’, che non significa vivere giorno per giorno nella provvisorietà, ma essere consapevoli, avere capacità di osservare e osservarsi riconoscendo anche le proprie ferite, quelle non risolte che possono condizionarci nei pensieri e nelle azioni, se non le illuminiamo.

Tutti abbiamo ferite e tutti possiamo sbagliare, fa parte della vita, nessuno è immune dalla sofferenza e nessuno è perfetto, ma abbiamo sempre la possibilità di ampliare la nostra coscienza, aprire il cuore, oltre che la mente, per gettare i semi di un domani migliore.
Perché, in fondo, ogni mattina è come se nascessimo di nuovo e ciò che decidiamo di fare ‘oggi’ può essere determinante: possiamo anche riparare a un passato brutto con le scelte di oggi o, al contrario, rovinare un passato bello.

Perciò, cerca di prendere a cuore ogni momento che vivi e sforzati di valorizzarlo il più possibile ‘facendo del tuo meglio’.
Nello stesso tempo rimani vigile perché sapere ciò che ci sta realmente accadendo intorno è indispensabile per non restare stritolati dagli avvenimenti. La vita, infatti, si è abbastanza complicata su questo variopinto pianeta negli ultimi anni e rimanere centrati è un’impresa sempre più ardua oltre che necessaria.

Ma hai, abbiamo tutti quanti, un grande potere: l’amore. Se scegliamo di vivere su questa frequenza di luce e nutriamo ogni giorno la nostra anima con tutto ciò che ci aiuta ad elevarci, diventiamo inarrestabili e capaci di preparare il migliore dei domani.

Forse non sarà qualcosa di immediato, forse per vedere questo domani migliore dovrà passare ancora molto tempo. Rimane una certezza: i semi sono quelli che butti ‘adesso’, giorno dopo giorno.
La migliore preparazione per domani, come ha scritto H. Jackson Brown Jr.,  è quindi FARE IL TUO MEGLIO OGGI.

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‌❇ Criticità post covid: cresciuti tra i giovani consumo di alcol e atti di autolesionismo

Prove crescenti indicano che le vendite, l’utilizzo e le complicazioni del consumo di alcol sono aumentati durante questi ultimi due anni. In uno studio trasversale appena pubblicato su Jama i ricercatori hanno utilizzato i dati dal 2012 al 2019 per proiettare i tassi di mortalità nel 2020 e nel 2021 negli Stati Uniti e hanno scoperto che i tassi di mortalità correlati al consumo di alcol sono aumentati tra tutte le età e i sessi durante la pandemia. I giovani, in particolare quelli di età compresa tra 25 e 44 anni, hanno avuto la tendenza al rialzo più forte.

Anche nel nostro Paese la problematica esiste e non è da sottovalutare. Tra i giovani sono aumentati episodi di autolesionismo e violenza, oltre a consumo di alcol, e crescono le difficoltà di relazione. Riccardo Bettiga, Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Lombardia, ha dichiarato: “Da una rilevazione effettuata su 5 reparti ospedalieri e 8 servizi territoriali di Neuropsichiatria dell’infanzia e adolescenza della Regione Lombardia, riferiti ai soli mesi di gennaio 2020 e 2021, abbiamo trovato più che raddoppiato (da 45 a 96) il numero di accessi al Pronto soccorso e aumentate di quasi il 25 per cento (da 41 a 59) le richieste di ricovero relative a cause direttamente correlate ad atti di autolesionismo o tentativi di suicidio. I dati, seppure non esaustivi della realtà regionale, sono francamente estensibili nella loro lettura”.

Il clima di incertezza e paura in cui siamo vissuti per due anni (e che sta continuando) ha inciso pesantemente su un’età della vita che è ricca di energia, entusiasmo, ma anche di fragilità e al momento è alto il numero di minori italiani che consumano alcol.
Bevono per sentirsi più sicuri, più loquaci, per facilitare le relazioni interpersonali, per essere più accettati dal gruppo. Ma i rischi sono molti e le conseguenze pesanti, sia fisiche che psichiche.  Quando l’eccessiva assunzione di alcol, infatti, è prolungata nel tempo, nell’arco degli anni si manifestano una serie di effetti tossici a carico dell’organismo e si va incontro ad un lento, ma inesorabile, decadimento di tutti gli organi.

Al di là delle enormi responsabilità politiche relative alla gestione della passata emergenza sanitaria (e ora della guerra), gli alcolici sono troppo economici, troppo disponibili e troppo tollerati in molti paesi.
È il momento di invertire la tendenza e, per farlo, si deve cominciare dalla famiglia. Molto spesso, infatti, è dove si incrina il rapporto genitori-figli che i giovanissimi si danno al bere.
Del resto è controproducente iniziare a parlare dei rischi legati all’alcol ai figli in età adolescenziale, epoca in cui tutto è soggetto a critica e visto come frutto dell’esagerazione dei genitori. È bene cominciare per tempo, insegnare come si beve in sicurezza e come l’alcol sia qualcosa da condividere a tavola con moderazione (all’età giusta) e mai da abusare.

Ma, soprattutto, è necessario costruire negli anni un rapporto che assicuri presenza e colloquio. Perché, il più delle volte, i ragazzi bevono per superare difficoltà o mancanze. E genitori attenti e capaci di intervenire al momento giusto con le parole più opportune aiutano a crescere forti per affrontare tutto ciò che la vita porta.
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‌❇ Estratto di mirtilli guarisce ferite che normalmente cicatrizzano con difficoltà

Uno studio dell’Università del Maine ha individuato nei mirtilli la capacità di far guarire ferite e ustioni in modo rapido.
Già in passato altre ricerche erano arrivate alla stessa conclusione, ma adesso con questo recente lavoro scientifico gli studiosi hanno provato a passare dalla teoria alla pratica testando sui topi un estratto di fenoli di mirtilli selvatici.

I fenoli sono composti naturalmente presenti in alcuni alimenti che agiscono come antiossidanti per prevenire o invertire alcune forme di danno cellulare.
Nell’esperimento alcuni topolini con ferite vive sono stati trattati con un gel placebo, ad altri invece è stato applicato un gel topico contenente un estratto fenolico di mirtillo selvatico ed è stato osservato che quest’ultimo ha migliorato in modo considerevole la migrazione delle cellule endoteliali al sito della ferita, la formazione di nuovi vasi sanguigni e la vascolarizzazione, di conseguenza le ferite si sono rimarginate velocemente rispetto alle altre trattate con placebo.

La scoperta ha la sua importanza perché ci sono ferite che difficilmente cicatrizzano e tendono a cronicizzare come, ad esempio, le piaghe legate al diabete non compensato, le ustioni e le ulcere da pressione. Il problema è la ridotta vascolarizzazione che spesso accompagna queste condizioni e ogni anno vengono spesi più di 50 miliardi di dollari per cure che non sono mai completamente risolutive.

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Post #276 4.79K
‌❇ La pianta del buon umore

È cominciato il periodo balsamico della MELISSA che in maggio-giugno dà il meglio di sé. Chi è cresciuto in campagna sa che è proprio questo il momento migliore per raccogliere questa pianta erbacea: all’inizio della fioritura, più tardi il suo gradevole profumo muterebbe in un odore sgradevole.

In grado di calmare l’ansia e l’agitazione senza alterare le altre funzioni cognitive (come può fare invece la valeriana), la melissa è conosciuta e apprezzata fin dall’antichità.
Dioscoride, nel suo ‘De Materia Medica’, sostiene che “restituisce la serenità e allontana la tristezza”; Avicenna scrive che “ha la facoltà di rallegrare l’animo e rendere gioioso il cuore”; il grande medico svizzero Paracelso la definisce “elisir di lunga vita” e il Mattioli, nella sua vasta opera, conferma che “possiede la virtù segreta di rallegrare l’animo e allontanare i pensieri negativi”.
All’inizio del Seicento l’ordine monastico dei Carmelitani Scalzi crea la famosa “Acqua anti-isterica”, un’acqua di melissa particolarmente richiesta per le sue proprietà antispasmodiche e sedative.

Si può utilizzare fresca o secca ma, per ottenere il massimo dei benefici, la melissa andrebbe raccolta nelle ore calde del mezzogiorno, in una giornata soleggiata e senza vento, durante il periodo di luna crescente.

Ecco alcuni semplici utilizzi:

INFUSO
2-3 g di foglie in una tazza di acqua non troppo bollente. Lasciare in infusione coperto per dieci minuti. Se ne possono prendere 2- 3 tazze al dì. Sorseggiare quando l’infuso è ancora caldo, meglio se lontano dai pasti. Oltre al recupero del buon umore, è un valido sostegno quando una situazione richiede mente sveglia e nervi calmi (esame, riunione).

BAGNO
Si mettono a macerare per circa mezz’ora 100 g di melissa in 3 litri di acqua bollente, poi si filtra spremendo bene e si aggiunge all’acqua della vasca per un bagno veramente rilassante e rigenerante.

USO ESTERNO
Le foglie fresche possono essere strofinate sulle punture di api e vespe.
Contro le mialgie e i dolori articolari si possono fare delle strofinature con lo ‘Spirito di Melissa’ che si può preparare facilmente lasciando macerare per 15 giorni molta melissa fresca in alcol a 40 gradi. Poi si filtra strizzando bene la pianta e si trasferisce in una bottiglia di vetro ben tappata dove si conserva lontano dalla luce.

Le persone che beneficiano maggiormente di questo dolce rimedio sono quelle di carattere irritabile o particolarmente sensibile che spesso somatizzano l’ansia sotto forma di spasmi in vari distretti dell’organismo (emicrania di origine digestiva, gastrite nervosa, nausea, colite, colon irritabile, dolori del ciclo mestruale, tachicardia, vertigini e ronzio all’orecchio, insonnia).

P.S.
La melissa possiede anche un’attività ipotiroidea. Questo la rende ideale se c’è una tendenza all’ipertiroidismo, ma è da evitare se c’è ipotiroidismo e in caso di trattamento con ormoni tiroidei.
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‌❇ Fegato grasso, l’esercizio fisico apporta miglioramenti significativi anche senza cambio di dieta?

Non sono poche le persone che si trovano in una condizione di STEATOSI EPATICA NON ALCOLICA, hanno cioè quello che volgarmente viene chiamato “fegato grasso”. Sono circa il 25% della popolazione mondiale.
Anche se il più delle volte non ci sono fastidi, è bene comunque non sottovalutare la problematica perché, se si procede con lo stesso stile di vita e quindi con un ulteriore accumulo di grasso nelle cellule del fegato, si può giungere nel tempo anche all’infiammazione di questo importante organo e infine alla cirrosi. A maggior ragione le cose si complicano se alla steatosi epatica si associano insulino resistenza e altre condizioni come obesità, diabete di tipo 2 e iperlipidemia che, nel complesso, rendono la situazione più seria.

Già in passato studi clinici hanno evidenziato l’utilità dell’esercizio fisico regolare per le persone con fegato grasso dimostrando che il movimento riduce il peso, la circonferenza della vita e comporta un miglioramento della pressione sanguigna, della sensibilità all’insulina e degli enzimi epatici. Alcuni lavori scientifici hanno anche appurato che l’esercizio fisico induce cambiamenti nei livelli di metaboliti endogeni prodotti dal microbiota intestinale, a loro volta responsabili di benefici per la salute.

Adesso un nuovo studio dell’università della Finlandia orientale pubblicato su Scientific Reports ha confermato l’efficacia dell’esercizio fisico regolare riscontrando cambiamenti metabolici nel tessuto adiposo, nel plasma, nell’urina e nelle feci dei pazienti partecipanti alla ricerca pur in assenza di cambiamenti nella dieta.

In sintesi sono state arruolate 46 persone con steatosi epatica non alcolica che hanno iniziato a praticare un’attività fisica regolare per 12 settimane senza, però, cambiare modo di nutrirsi.
Cosa è successo? Pur essendo stati istruiti questi soggetti a mantenere inalterate le loro abitudini alimentari e pur non avendo perso peso, il successivo controllo dei valori ha evidenziato effetti benefici migliorativi in tutto il corpo e, soprattutto, una riduzione significativa della concentrazione di glucosio plasmatico a digiuno e della circonferenza della vita, diminuita in modo evidente. Inoltre gli autori dello studio hanno riscontrato un’effettiva influenza dell’allenamento regolare sul cambiamento della composizione e funzione del microbiota intestinale che, a sua volta, ha determinato differenze nel metabolismo degli aminoacidi, dei lipidi e degli acidi biliari.

Riscontri importanti; TUTTAVIA, poiché lo studio ha avuto un numero limitato di soggetti, gli stessi ricercatori hanno concluso il loro lavoro auspicando ulteriori e più ampi studi in modo da rafforzare i risultati osservati.
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‌❇ L’aceto di mele sradica Staphylococcus aureus e Escherichia coli resistenti agli antibiotici

Sono stati pubblicati su Nature i risultati di uno studio che mostra il forte potere antibatterico dell’aceto di mele, tanto forte da sradicare Staphylococcus aureus e Escherichia coli resistenti agli antibiotici.
La notizia è degna di attenzione perché le infezioni da Staphylococcus aureus meticillino-resistente (MRSA) ed Escherichia coli resistente (r E.coli ) possono diffondersi rapidamente e sono associate a un’elevata morbilità e mortalità per fallimento del trattamento farmacologico. La terapia, che prevede più cicli di antibiotici, si è rivelata infatti il più delle volte inefficace (oltre a dare vari effetti collaterali indesiderati), invece lo studio ha dimostrato che l’aceto di mele è riuscito a penetrare nelle membrane e negli organelli delle cellule microbiche, alterando l’espressione delle proteine ​​chiave e comportando riduzioni significative dell’espressione proteica totale.

Come ha evidenziato il rapporto globale 2017 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sulla resistenza antimicrobica, ci sono alti tassi di resistenza ai farmaci di ultima generazione comunemente usati per trattare gravi infezioni ospedaliere. Ciò è dovuto all’uso inappropriato di antibiotici da parte dell’uomo (anche negli allevamenti di animali), alla scarsa igiene e alla mancanza di controllo delle infezioni nell’assistenza sanitaria.

Si legge nello studio: “E. coli e Staphylococcus aureus fanno parte della flora facoltativa rispettivamente del tratto gastrointestinale e della pelle. La resistenza agli antibiotici si sviluppa dopo un’esposizione prolungata agli antibiotici.
E ancora: “I sintomi delle infezioni da E. coli comprendono diarrea sanguinolenta, nausea, vomito, disidratazione, crampi addominali e possono portare a shock settico o morte. L’infezione da MRSA continua a essere una delle principali preoccupazioni per la salute pubblica in tutto il mondo, specialmente negli ospedali e nelle strutture sanitarie: può essere fatale nei pazienti immunocompromessi, nei pazienti oncologici, negli anziani e persino durante gli interventi chirurgici ospedalieri di routine. Si diffonde rapidamente causando complicazioni significative.”

Ebbene i ricercatori hanno osservato che l’aceto di mele ha potenti proprietà antimicrobiche e, in particolare, sarebbe uno dei suoi costituenti, ossia l’acido acetico, a determinare tale capacità (anche se gli autori scrivono che potrebbe non essere l’unico componente attivo antimicrobico).
In realtà già precedenti studi avevano dimostrato che l’aceto di mele ha una forte azione antimicrobica
contro E. coli non resistente, Candida albicans e Staphylococcus aureus, MA QUESTO ULTERIORE LAVORO SCIENTIFICO ne ha allargato in modo importante lo spettro di azione. Inoltre, i ricercatori hanno dimostrato per la prima volta che l’aceto di mele non ha alcun effetto sui monociti umani nelle colture e che, quindi, non è in alcun modo dannoso per i globuli bianchi.

Vista la piaga delle infezioni batteriche resistenti, la scoperta dovrebbe ricevere la giusta considerazione. Se non altro il riscontro rapido di ulteriori studi.
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