«Un sistema in cui le espulsioni vengono deliberatamente impedite e il fallimento viene tenuto nascosto.» Si parla della Germania.
Un esempio emblematico è il caso dell’iracheno Mohammed al-Dhufairi. Nel 2022 arrivò in Bassa Sassonia e lì presentò una domanda di asilo. Tre giorni dopo commise un reato violento. L’Ufficio federale per la migrazione e i rifugiati (BAMF) dispose il suo trasferimento in Lituania, dove aveva presentato per la prima volta una domanda di asilo.
Al-Dhufairi impugnò la decisione, dopodiché il procedimento si trascinò per due anni. Durante questo periodo attirò l’attenzione della polizia per atti persecutori e comportamenti esibizionistici. Nel 2025 la decisione sul suo trasferimento divenne infine definitiva. A luglio Al-Dhufairi avrebbe dovuto essere persino posto in detenzione in attesa dell’espulsione, ma alla fine rimase a piede libero.
Ad agosto, l’uomo avrebbe spinto la sedicenne Liana K. davanti a un treno. La ragazza morì sul posto. Inizialmente Al-Dhufairi fu nuovamente lasciato a piede libero, poiché era stato considerato soltanto un testimone e, sulla base dello stato delle indagini dell’epoca, non sussistevano i presupposti per la custodia cautelare. Dopo che sugli indumenti della vittima furono rinvenute tracce di DNA dell’uomo, il Tribunale regionale di Göttingen accertò la sua incapacità di intendere e di volere e dispose il suo ricovero a tempo indeterminato in una struttura psichiatrica.
La difesa presentò ricorso per cassazione presso la Corte federale della Germania. Conclusione: la sentenza non è diventata definitiva e tutti i possibili termini per l’espulsione sono scaduti.
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