L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
OLTRE IL NULLA: QUANDO ANCHE IL MALE DIVENTA UN’OPZIONE
L’età postmoderna sembra condurci oltre il nichilismo, verso una condizione nella quale la questione del bene e del male viene progressivamente privata di rilevanza, come se scegliere l’uno o l’altro riguardasse soltanto la convenienza del momento. Se il nichilismo conservava, almeno nelle sue espressioni più consapevoli, il tormento di un fondamento perduto, l’indifferentismo tende a dissolvere persino il bisogno di cercarlo, lasciando che alla domanda su ciò che è giusto subentri quella su ciò che funziona. Questa deriva può essere intesa come una conseguenza della modernità, senza per questo considerarne inevitabile l’approdo, là dove la legittima rivendicazione dell’autonomia si radicalizza nell’idea che la volontà non debba rispondere ad alcun bene che preceda la sua decisione. Quando la libertà viene identificata esclusivamente con il potere di scegliere, anziché anche con la capacità di riconoscere ciò che merita di essere scelto, il desiderio rischia di diventare criterio di se stesso, sottraendosi alla domanda sulla qualità umana dei propri oggetti. Venuto meno un orizzonte di fini rispetto al quale giudicare le preferenze, la ragione tende a restringersi al calcolo dei mezzi, mentre l’efficienza, il profitto e il consenso acquistano il ruolo di criteri sostitutivi. Bene e male possono così essere trattati come opzioni intercambiabili, non perché siano realmente equivalenti, bensì perché la loro differenza viene subordinata al risultato, fino a rendere accettabile un’ingiustizia vantaggiosa e trascurabile un’azione giusta che comporti un sacrificio. È in questo senso che l’indifferentismo assume un carattere post-umano, poiché l’uomo continua a essere presente come produttore, consumatore e oggetto di amministrazione, mentre arretra il riconoscimento di un suo valore irriducibile all’utilità. Il paradosso della modernità spinta a questo estremo consiste proprio nel fatto che il soggetto, dopo essersi proclamato misura di ogni cosa, finisce per essere misurato dalla prestazione e dalla convenienza, senza più disporre di un criterio condiviso per affermare perché nessuna persona dovrebbe essere ridotta a ciò che rende. Il pericolo più profondo non consisterebbe, allora, soltanto nella diffusione del male, quanto nell’assuefazione a una convivenza nella quale la sua distinzione dal bene non impegna più la coscienza, perché abbiamo imparato a domandarci che cosa possiamo ottenere assai più di quanto ci domandiamo quali persone diventiamo attraverso ciò che scegliamo.
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Forwarded from IL GIUSNATURALISTA (Daniele Trabucco)