CALENDA, I BOT RUSSI E LA FABBRICA DELLA PAURA
La bufala dei bot russi scomparsi dopo gli attacchi ai data center di Yandex è miseramente crollata. I grafici sulla presunta sparizione della propaganda pro-Trump e pro-AfD erano totalmente inattendibili. I dati veri riguardavano i crawler, programmi che indicizzano le pagine web. Nessuna prova dell’esercito di propagandisti putinisti improvvisamente paralizzato.
Ma Carlo Calenda aveva già sentenziato: «Metà di quello che leggiamo online sono bot. Messi lì da chi vuole distruggere l’Europa». E chiamava alla mobilitazione. Come sempre. Come facevano gli interventisti di oltre un secolo fa.
Un politico che trasforma una sciocchezza non verificata in un allarme nazionale dovrebbe perdere ogni credibilità. Invece conserva televisioni, giornali, tribune e una visibilità social impressionante. Se fa una figura di merda, passa in cavalleria. Il gioco si ripete.
Calenda e Picierno compaiono continuamente persino nei feed di persone che non li seguono. Ricevo centinaia di segnalazioni di questo fenomeno. Altro che onnipotenza dei bot russi: vogliamo parlare di chi controlla davvero la visibilità delle opinioni?
Noi quella notizia l’abbiamo contestata subito, andando a verificare i dati. Ma chi esercita il dubbio e smonta la propaganda guerrafondaia non dispone certo delle stesse tribune.
E c’è una vergogna ancora più colossale: Calenda ha sì votato contro la nuova legge elettorale, ma il suo partito resta esonerato dalla raccolta delle firme. Le formazioni nuove, invece, devono raccoglierne fino a 6.000 per collegio. Il risultato è una disparità concreta nell'accesso alla competizione elettorale. Una forza politica nuova deve scalare a mani nude una montagna di firme e ostacoli burocratici persino per comparire sulla scheda.
Chi alimenta paure infondate ha il megafono. Chi le smonta deve lottare per avere voce, per giunta minacciato di essere silenziato con nuove leggi bavaglio. E queste poi, basta chiamarle “scudo della democrazia” e il gioco è fatto. Per i No Pax, invece, rutto libero.
Intanto ogni drone avvistato diventa una minaccia russa, ogni notizia dubbia una nuova emergenza, ogni emergenza un pretesto per accelerare il riarmo. Le prove possono aspettare. I miliardi no. E infatti poche ore fa Crosetto volava sopra i primi debiti della nuova stagione della militarizzazione: proprio il 13 ottobre il Parlamento ha dato il via libera allo scostamento di bilancio: circa 14,6 miliardi per la difesa (leggi: guerra) nel prossimo biennio. La paura corre veloce. Il debito le tiene dietro. Son sicuro che Crosetto vi apparirà assieme a Slava Parioli mentre imprecate al distributore.
Questo è il clima che stanno costruendo: paura, riarmo e dissenso sempre più marginalizzato mentre vi svuotano il portafoglio.
Non è sufficiente smascherare le bufale dei guerrapiattisti. Bisogna contestare il sistema che premia chi le diffonde e ostacola chi prova a offrire un’alternativa.
La democrazia non può essere una tribuna permanente per i propagandisti della guerra e una corsa a ostacoli per tutti gli altri.
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