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Forwarded from Pino Cabras

NON CHIAMATELE PIÙ SANZIONI
Il governo ha lasciato passare quasi sotto silenzio una notizia che di silenzioso ha ben poco. L'Italia ha sottoscritto, insieme ad altri 55 Paesi, una nuova dichiarazione della Proliferation Security Initiative rivolta contro l'Iran.
E chi pensa ai soliti conti congelati o ai divieti commerciali si sbaglia assai: il testo parla di interdizione dei trasferimenti, di scambio rapido di intelligence, di adeguare gli strumenti giuridici nazionali, di azioni concrete per fermare le merci dirette in Iran o in partenza da lì.
Nel frattempo, Washington porta avanti una campagna che ha battezzato, senza alcun pudore, Operation Economic Outcast, con l'obiettivo dichiarato di «recidere ogni linea vitale economica» iraniana.
Un altro assedio, non gli bastava Cuba. Solo che stavolta è più complicato e pericoloso.
Roma, dal canto suo, firma, come sempre. Lo fa senza un dibattito pubblico degno di questo nome e senza spiegare agli italiani quale interesse nazionale ci guadagni. Vero Tajani? Vero Meloni?
Nessuno si è preso la briga di discutere cosa voglia dire legarci ancora di più le mani proprio dove ci servirebbero una diplomazia autonoma, l'accesso all'energia, la libertà di commercio e la capacità di mediare.
Il metodo è sempre quello. Si infila un altro cappio al collo della nostra politica estera, piano piano, senza fare rumore, e quando un giorno si stringerà ci verranno a dire che non c'era alternativa.
Gli obiettivi strategici che si inseguono così non nascono a Roma: appartengono a quella coalizione di potere che, per provocazione, io chiamo "coalizione Epstein".
Per servirli, l'Italia accetta di ridurre ancora il proprio margine di manovra. Non solo, entra zitta zitta dentro le dinamiche di una guerra potenzialmente più vasta e inarrestabile.
Qui la contraddizione europea sfiora l'osceno. Bruxelles sforna documenti sulla povertà energetica, ammette che decine di milioni di famiglie non reggono i prezzi dell'energia e chiede agli Stati di proteggere i più vulnerabili. Poi gli stessi maggiorenti europei aderiscono, uno dopo l'altro, a strategie geopolitiche che chiudono mercati, rotte, forniture e alternative. Infine, guardano la bolletta e la chiamano "crisi", come se fosse piovuta dal cielo. Le crisi, però, qualche autore ce l'hanno.
Resta la questione più seria di tutte. L'Occidente dà per scontato che le vecchie sanzioni ONU contro l'Iran siano tornate in vigore con lo snapback (il loro "ritorno automatico" previsto dall'accordo nucleare del 2015), ma scontato non è affatto. Francia, Germania e Regno Unito sostengono di aver riattivato il meccanismo in modo legittimo; Russia, Cina e Iran ribattono che quei tre Paesi non ne avevano più titolo e che la Risoluzione 2231 si è estinta definitivamente nell'ottobre 2025.
La disputa è messa nero su bianco nei verbali del Consiglio di Sicurezza e può essere uno di quei discrimini fra guerra e non guerra, dunque una cosa importantissima, non certo da silenziare.
Solo che l'Occidente non si accontenta di difendere la propria lettura: la trasforma in realtà materiale, a colpi di sanzioni, interdizioni, sequestri, pressioni sull'export e isolamento economico. E non stiamo parlando di un'esercitazione da seminario universitario. Tutto questo accade mentre l'Iran è già in guerra con Stati Uniti e Israele, e mentre Washington continua a dettare con poca credibilità le condizioni per chiudere il conflitto.
A questo punto anche la parola "controversia" rischia di essere fuorviante. Quando una delle due interpretazioni giuridiche si impone con la forza militare, finanziaria e navale di chi la sostiene, la disputa tra giuristi è finita da un pezzo: siamo di fronte a una dottrina trasformata in arma.
E l'Italia, con la solita leggerezza furtiva, ha scelto ancora una volta da che parte stare.
Convocare convegni sulla povertà energetica non basta. Prima bisognerebbe smettere di produrla.
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