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Dal partito al creator: la fabbrica del politico-influencer [PARTE 2]
"𝗕𝗿𝘂𝘁𝘁𝗲 𝗧𝗘𝗦𝗧𝗘 𝗗𝗜 𝗖𝗔𝗭𝗭𝗢, 𝗹𝗲𝗴𝗴𝗲𝘁𝗲 𝗾𝘂𝗶!"
[…] Sarebbe un errore pensare che il trucco funzioni solo a destra. All'inizio del 2025 la Linke tedesca sembrava finita. Poi Heidi Reichinnek, una delle sue figure di punta, è diventata un fenomeno: un suo intervento al Bundestag ha fatto il giro della rete, i suoi video su TikTok hanno conquistato una fascia di elettori giovanissimi, e il partito è risalito oltre l'otto per cento. Milei e Reichinnek non sono d'accordo su nulla, ma parlano la stessa lingua: frasi dirette, un volto che si riconosce al volo, una produzione continua di video brevi.
Si potrebbe concludere che la piattaforma sia un mezzo neutro, capace di portare indifferentemente liberismo e socialismo. È vero solo a metà. L'algoritmo non guarda le ideologie, ma ha gusti precisi in fatto di emozioni: premia quello che indigna, divide, provoca una reazione immediata. Chi ragiona con calma parte in svantaggio, a destra come a sinistra.
E le piattaforme hanno dei padroni. Nel gennaio 2021 Trump, ancora presidente degli Stati Uniti, fu sospeso da Twitter, Facebook e YouTube nel giro di pochi giorni. L'anno dopo Twitter passò a Elon Musk, che ne ha riscritto le regole a modo suo. Il politico-influencer sembra il padrone del proprio pubblico, ma lo tiene su un terreno in affitto, e il proprietario può cambiare la serratura quando vuole.
Per misurare la forza del meccanismo basta guardare al Brasile, dove si è votato domenica 4 ottobre. I due candidati alla Camera più votati, Nikolas Ferreira in Minas Gerais e Lucas Pavanato a San Paolo, entrambi del partito di Bolsonaro e cresciuti nella nuova destra digitale, hanno superato i tre milioni di voti a testa. Nessuno ci era mai riuscito nella storia del Paese. Ferreira ha trent'anni; quattro anni fa si era fermato a un milione e mezzo. Al terzo posto c'è Erika Hilton, della sinistra radicale del PSOL, con quasi un milione e seicentomila voti. Parliamo di montagne di schede vere, non di rumore da tastiera.
Il politico-influencer quasi mai prova a convincere chi la pensa diversamente. Gli interessa costruirsi una comunità di fedelissimi, e per tenerla unita lo scontro è uno strumento formidabile.
Per questo anche l'insulto diventa una scelta. Quando un politico offende, pensiamo che sia maleducato o che abbia perso le staffe. A volte sarà così, ma il più delle volte c'è un calcolo. Lancio una provocazione, gli avversari si indignano e rispondono con rabbia, l'algoritmo conta tutte quelle reazioni e spinge il mio video verso altre migliaia di persone. L'insulto traccia un confine e costringe a scegliere da che parte stare. L'elettore diventa un follower che impara, giorno dopo giorno, quali parole usare, chi deridere, di chi fidarsi. […]
[FINE PARTE 2
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Forwarded from Pino Cabras
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