La tanatofobia è la paura della morte.
Ma forse è soltanto la forma più evidente di qualcosa di molto più profondo: il terrore esistenziale, quell’angoscia che accompagna l’essere umano per tutta la vita davanti a ciò che non conosce, non comprende e non può controllare. Non sappiamo veramente da dove veniamo, non sappiamo dove stiamo andando e, soprattutto, sappiamo che un giorno tutto ciò che amiamo ci verrà sottratto. È questa consapevolezza, più ancora della morte stessa, a generare la nostra ossessione per il controllo.
Da bambini cerchiamo sicurezza negli adulti. Da adulti la costruiamo attraverso il denaro, il lavoro, le relazioni, la salute, la programmazione del futuro. Invecchiando cerchiamo di controllare il corpo, il tempo, il decadimento. Cambiano gli strumenti, ma la domanda rimane la stessa: come posso impedire che ciò che amo sfugga al mio controllo?
La società contemporanea ha trasformato questa paura in un sistema. Misuriamo tutto: passi, calorie, sonno, prestazioni, battiti, produttività. Controlliamo dove sono gli altri, cosa fanno, cosa pensano di noi. Programmiamo il futuro, anticipiamo i rischi, cerchiamo spiegazioni, garanzie, previsioni. Abbiamo costruito una civiltà che sembra voler eliminare l’imprevisto, come se l’incertezza fosse una malattia e non una condizione inevitabile dell’esistenza.
Ma il problema è proprio questo: più cerchiamo di controllare la vita, più diventiamo terrorizzati da ciò che non possiamo controllare. La morte non è l’unica cosa che ci spaventa. Ci spaventa la perdita, l’abbandono, il cambiamento, il fallimento, l’amore che potrebbe finire, il corpo che cambia, il futuro che non possiamo prevedere. La morte è soltanto il limite ultimo di una paura molto più grande: quella di non avere il dominio sulla nostra stessa esistenza.
E allora confondiamo la sicurezza con la libertà. Crediamo di essere liberi perché possiamo controllare sempre più cose, mentre spesso siamo diventati schiavi del bisogno di controllarle. Abbiamo paura di ciò che non possiamo prevedere e finiamo per costruire una vita nella quale non accada più nulla che non sia stato previsto.
Ma vivere significa esattamente il contrario. Vivere significa esporsi a ciò che non possiamo garantire. Amare significa accettare che l’altro non ci appartiene. Crescere significa accettare di cambiare. Invecchiare significa accettare che il corpo non obbedirà per sempre. Perdere significa scoprire che non tutto ciò che amiamo può essere trattenuto.
Forse il vero problema dell’uomo non è la morte, ma la sua incapacità di convivere con il limite. Vorremmo una vita senza perdita, un amore senza separazione, un futuro senza rischio, un’esistenza senza fine. E quando la realtà si rifiuta di concederceli, inventiamo il controllo.
Ma il controllo assoluto è soltanto una forma sofisticata di paura. Diventare adulti significa proprio questo: non riuscire finalmente a controllare la vita, ma smettere di pretendere che la vita sia controllabile. Perché la libertà non nasce quando abbiamo eliminato l’incertezza. Nasce quando possiamo guardarla negli occhi senza permetterle di impedirci di vivere.
Ruben
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