Questo articolo mette a fuoco un passaggio inquietante del dibattito attuale.
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Non si discute di errori clinici o di negligenza, ma di “educazione” e “obbedienza”.
Medici che durante la pandemia hanno sollevato dubbi, chiesto prudenza, valutato caso per caso vengono ancora oggi descritti come “ribelli”, quasi colpevoli di non essersi allineati.
Il punto che l’articolo evidenzia è semplice e grave:
la medicina viene riletta a posteriori come disciplina dell’obbedienza,
non come esercizio di responsabilità, scienza e coscienza.
Eppure quei medici sono gli stessi che hanno difeso pazienti fragili.
Oggi, invece di essere ascoltati, vengono processati sul piano morale.
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