L'Europa è un’area di trasformazione industriale con scarse risorse energetiche e minerarie proprie. Senza un approvvigionamento esterno è condannata a diventare terzo mondo. Ma questa strada suicida è esattamente quella presa. Perché?
Due interpretazioni possibili.
La prima è l’integrale asservimento agli USA. Una compagine di venduti avrebbe accondisceso alle provocazioni sul fronte russo sfociate nella guerra, all’incendio americano del Medio Oriente, all’appropriazione brigantesca delle risorse petrolifere del Venezuela, sacrificando il vecchio continente.
I media a gettone avrebbero indorato la pillola canticchiando il solito tormentone sulla “difesa dei diritti umani” per giustificare qualunque barbarie.
La seconda è che la guerra sul fronte russo sia stata non tollerata, ma proprio pianificata, con la prospettiva di dare una spallata alla Russia, destabilizzarne il regime, ricondurla al periodo Eltsin, a stazione di rifornimento e terra di conquista per imprenditori senza scrupoli. Un rapido collasso economico, via sanzioni, avrebbe trasformato i ricchi giacimenti russi in disponibilità perenni e incondizionate.
Ma quale che sia l’interpretazione giusta, entrambi gli scenari portano allo stesso esito. Quanto più grave la situazione, quanto più pesante l’indebitamento, quanto più stretto il vicolo cieco in cui ci si è cacciati, tanto più i dirigenti europei un ritorno sui propri passi appare impossibile. Come il giocatore d’azzardo che oramai si è giocato la macchina, la casa e un rene, uscire dal gioco sancirebbe semplicemente la rovina e dunque non gli resta che giocarsi anche l’altro rene e con ciò la vita in un’ultima scommessa del tutto per tutto. E la scommessa è la guerra, e il suo azzardo è che essa resti guerra di logoramento, un po’ ibrida, un po’ per procura, comunque convenzionale. In una guerra convenzionale a basso voltaggio e lunga durata l’UE+UK sperano di contare su maggiori risorse di uomini e denari.
Così, quel quadro che sembra folle, controintuitivo e perciò ancora implausibile a molti, il quadro di una guerra diretta con la Russia, sembra essere oramai l’unica direzione cui le oligarchie UE possono condurci.
L'emendamento governativo approvato l'altroieri al Senato - se non verrà smentito in seguito - mette la parola fine a qualunque possibilità di forze esterne al Parlamento di entrarvi.
Esso definisce il numero di firme necessarie per accedere alla scheda elettorale portandole dalle 1.500-2.000 per collegio plurinominale di oggi a 6.000-7.000 firme.
Come ricorda Pino Cabras, per accedere alle elezioni, in rapporto alla popolazione, l'Italia chiede circa 85 firme ogni diecimila abitanti, la Russia 14, la Spagna 8, la Germania 3, il Regno Unito 1.
Per raccogliere un tale numero esorbitante di firme richieste bisogna, in sostanza:
a) possedere già una struttura nazionale organica con sedi territoriali ovunque;
b) poter pagare dei certificatori su tutti i territori (c'è un ovvio limite a quanto si può chiedere come "volontariato" a un avvocato o un notaio amico - e se non sei già un insider difficilmente puoi ricorrere a consiglieri comunali, regionali o parlamentari per certificare.)
In sostanza, solo un partito modello Forza Italia, che nacque aprendo 300 sedi territoriali in un paio di mesi grazie alla profondità del portafoglio del fondatore, avrebbe oggi qualche possibilità di entrare in Parlamento dall'esterno.
Altrimenti da qui all'eternità chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori.
In sostanza, per chi non l’avesse capito, hanno deciso che dobbiamo andare in guerra e hanno deciso che nessuno deve disturbare il manovratore in questo percorso.
Qui la risposta è, credo, elementare. I “sovranismi neoliberali” si prestano (che lo facciano intenzionalmente o meno è irrilevante) ad essere perfetti “gate-keeper”: raccolgono il dissenso e il disagio reale della gente e lo convertono in agende del tutto innocue sul piano dei rapporti reali di forza. Non toccano una virgola delle distribuzioni di potere, delle diseguaglianze economiche, dei rapporti di subordinazione alle èlite internazionali. Fanno, ogni tanto, la faccia feroce ad uso delle telecamere su qualche ladro di galline, qualche islamista decerebrato, qualche caso di cronaca. Questo posizionamento è graditissimo a chi le leve del potere le detiene davvero, che perciò concede abbondante spazio mediatico (e spesso fondi cospicui) ai “sovranisti neoliberali”. La storia italiana della Lega di Salvini, di FdI della Meloni, e oggi di Vannacci è esattamente questa. Sono tutte forze il cui ruolo fondamentale nella politica italiana è stata ed è quella di instradare le richieste di autodeterminazione e sovranità popolare in direzioni che non disturbassero il manovratore.
I “sovranismi sociali” invece, non prestandosi a questo utilizzo, non possono diventare il “piano B” delle èlite finanziarie (il “piano A” sono partiti liberali classici, dalla CDU al PD). Perciò ottengono un trattamento mediatico (e finanziario) molto diverso, a partire dalla pura e semplice assenza di una copertura mediatica e di fondi per edificare alcunché.
Mi piace concludere con una piccola riflessione di lungo periodo. Chi pensi che questo meccanismo sia una invenzione recente dovrebbe fare attenzione ad alcuni grandi, esemplari modelli storici.
La storia del movimento fascista è notoriamente caratterizzata da una partenza di impianto socialisteggiante, popolare e redistributivo (Manifesto dei Fasci di Combattimento del 1919) per trascolorare in un impianto economico simpatetico con i latifondisti e Confindustria. Questa “conversione sulla via di Damasco”, che fece passare un partitello di 300 persone al governo del paese nell’arco di 3 anni, avvenne grazie ad un patto fondamentale che garantiva gli interessi degli agrari e della grande industria. La storia del movimento nazionalsocialista è parimenti caratterizzato dalla svolta che porta all’appoggio del grande capitale tedesco in cambio della liquidazione dell’ala “sociale” del NASDAP di Ernst Röhm e dei fratelli Strasser (“Notte dei lunghi coltelli”, 1934).
Che poi quei “gate-keeper” del ventennio si siano dimostrati inaffidabili, e in parte controproducenti, per la stessa mano che inizialmente li aveva nutriti non è necessariamente una lezione consolatoria.
Esiste una tradizione di contenimento dello scontento popolare attraverso manovre di “gate-keeping”.
Quando un paese a sovranità limitata, come l’Italia, perde colpi, la gente rumoreggia.
A questo punto saltano fuori, come è naturale che sia, movimenti politici che rivendicano dignità ed autodeterminazione, come mezzi per uscire dall’impasse.
Questi movimenti “sovranisti” possono avere profili molto diversi, che corrispondono in buona sostanza a due forme di rivendicazione di sovranità, afferenti rispettivamente allo stato neoliberale e allo stato sociale.
Il “sovranista neoliberale” ha di solito tratti euroscettici, ostili ad alcuni degli effetti della globalizzazione come le migrazioni e il multiculturalismo, con roboanti rivendicazioni conservatrici e tradizionaliste (alla religione nazionale, ai costumi degli avi). È tuttavia curiosamente evasivo sulle questioni economiche, dove si limita a ribadire un modello liberale idealizzato (i piccoli proprietari) e tace integralmente su come (o se) affrontare il Moloch delle asimmetrie di potere reddituale: si affida alle virtù della concorrenza (ma naturalmente una concorrenza “buona”, “leale”). Anche sul piano dei rapporti con il potentato transatlantico (USA+Israele) il “sovranista” neoliberale è di solito taciturno. Si rivendica uno “stato forte” nello specifico senso neoliberale: forte militarmente, forte nel settore della sicurezza, forte nelle gestualità di orgoglio nazionale, ma assenteista e latitante sul piano sociale.
Il “sovranista sociale” ha anch’esso posizioni euroscettiche, che però si estendono ai rapporti internazionali, alla Nato, agli USA. È critico verso l’intero pacchetto delle “libertà di movimento” (capitali, merci, forza lavoro), ma predilige una lettura sociale dei processi migratori (l’“esercito industriale di riserva”) rispetto a quella etnica. Non utilizza la leva simbolica del conservatorismo e del tradizionalismo, ma preferisce formulazioni che accentuano il comunitarismo. Sulle questioni economiche è fortemente favorevole all’esistenza di un forte stato sociale con rilevante attività redistributiva, e di un ruolo dello stato nell’industria. Rifugge i toni nazionalisti.
Questi due ritratti corrispondono, a grandi linee ai due partiti tedeschi di cui si parla molto in questi giorni, AfD e BSW rispettivamente.
Ciò che è interessante notare è il divario di consensi tra AfD e BSW, ma più in generale tra i “sovranismi neoliberali” e i “sovranismi sociali” in Europa. In Germania il rapporto è quasi di 10 a 1. Questo fa pensare. Com’è possibile che posizioni affini, ma differenziate soprattutto sulle diseguaglianze sociali e sull’attacco agli interessi del grande capitale abbiano un seguito così diverso?
Noto di passaggio che questa dicotomia politica tra “sovranismi neoliberali” e “sovranismi sociali” è presente in tutti i paesi europei, ma praticamente – con rare eccezioni – solo i primi sono arrivati all’attenzione del grande pubblico e a qualche successo elttorale.
Come mai?
Ecco, credo che la ragione sia tanto sgradevole da sentire, quanto facile da capire.
In molti si affaticano a ricercarne le ragioni in questo o quell’errore di comunicazione, questa o quella incongruenza, queso o quel passo falso. Ma se guardiamo, per dire, le rispettive storie di AfD e BSW vediamo che ci sono stati errori di comunicazione, incongruenze e passi falsi da entrambe le parti. Tuttavia i primi ne hanno patito le conseguenze molto meni dei secondi. Di nuovo, come mai?
Le reazioni isteriche di sconforto – ma anche quelle ingenue di soddisfazione – per il trionfo dell’AFD in Sassonia meritano un paio di riflessioni.
1) Chi parla come il solito disco rotto di “minaccia fascista dell’Ultradestra tedesca” dovrebbe aggiornare il software. Categorie come “fascismo” sono inutili per capire la realtà odierna e lo sono da decenni. Parlare di minaccia fascista per un partito che ha affrontato questa campagna elettorale con un manifesto in cui campeggiano le parole Frieden (Pace), Freiheit (Libertà), Demokratie (Democrazia) dovrebbe richiedere qualche riflessione aggiuntiva per non essere ciò che invece sono: cortine fumogene.
2) La AFD da quando nasce nel 2013 ha attraversato molte difficoltà, alcune debacle, fratture interne e mutamenti significativi di linea su punti importanti (es.: posizione su Israele, sull’UE, sul rapporto con gli USA, ecc.) La sua recente ascesa deve essere letta alla luce del tracollo devastante di quello che è stato il partito-stato tedesco cioè i cristiano-democratici (CDU-CSU). Rispetto ad una politica esplicitamente autodistruttiva e guerrafondaia come quella di Merz, l’AFD appare come un’istanza conservatrice nel senso classico di “prudente buon senso”, altro che radicalismo estremista. L’AFD è identificata in prima istanza come il partito che vuole riallacciare i rapporti con la Russia e smettere di alimentare il conflitto con l’Ucraina.
3) Il secondo tema su cui l’AFD si caratterizza e sfonda (non solo nella Germania Est: i sondaggi la danno oggi primo o secondo partito a livello nazionale) è la posizione di allarme rispetto alla questione migratoria. Si tratta di una tendenza generale in tutta Europa, da Farage in UK al Rassemblement National in Francia a VOX in Spagna. Il tema è complicatissimo nei dettagli ma semplice nella sua cornice generale: i mutamenti rapidissimi, vasti e sostanzialmente incontrollati della composizione etnica e culturale europea dovevano suscitare conflitti e reazioni di ripulsa, e lo hanno fatto. Questo per mille motivi, dagli attriti tra costumi incompatibili alla competizione lavorativa. Solo gente deformata dall’ideologia poteva pensare che ciò non accadesse. Sta accadendo da anni. Sta crescendo. E l’imbecillità di chi continua a spiegare che “è solo un problema di percezione” (o addirittura che è mero “razzismo da sradicare”) non fa che peggiorare la situazione e consegnare la popolazione ad interpretazioni grezze, ma chiare.
4) Qual è il vero problema dell’AFD? È l’autoritarismo e il rifiuto della volontà popolare? Sono le adunate con le fiaccole? È il culto della guerra? No, tranquilli, tutte queste cose sono già ampiamente sdoganate in Germania dai partiti di governo. Il problema di movimenti come AFD (e suoi omologhi europei) è che la loro critica al sistema che ci sta portando tutti al tracollo economico e alla guerra è moderaticcia, timida e parziale. Criticano l’UE, ma insomma, senza esagerare (dopo tutto gli fa gioco per tenere a catena corta l’Europa meridionale). Criticano il liberalismo sociale, ma abbracciano quello economico. Vogliono il mercantilismo dei tempi d’oro, di quando bullizzavano la Grecia, ma lo vogliono senza le conseguenze nei movimenti di merci e forza-lavoro. Come tutti questi movimenti in Europa, vogliono che qualcuno gli pulisca i cessi in cambio di pane e cipolla, ma poi vogliono che sparisca dalla vista, che disturba. Il problema di tutti questi movimenti non è che sono troppo radicali, è che non lo sono abbastanza. Sono essenzialmente paraculi, destinati ad essere gate-keeper, cioè a convogliare verso obiettivi deboli e comodi la ragionevole, istintiva, rivolta delle masse, senza cambiare una virgola del sistema (sociale, culturale, economico).
Ieri a Pietralata, periferia di Roma, una famiglia è stata uccisa dallo stato italiano. Quello stato che ha come ragione prima di esistenza la difesa e protezione dei propri cittadini, e che non trova mai soldi per la vita, ma con facilità e abbondanza per la morte.
Quella famiglia, padre, madre, una bambina gravemente disabile, lasciata con supporti pubblici ridicoli, abbandonata di fatto a sé stessa, non ce l’ha fatta più.
Abbiamo prima costruito un mondo in cui i supporti orizzontali delle vecchie famiglie estese sono stati sradicati, perché incompatibili con le moderne esigenze di mobilità, dinamicità, flessibilità.
Poi abbiamo ristretto progressivamente ogni coinvolgimento pubblico nel sostegno alle famiglie stesse, per cui quel che ti capita è solo affar tuo.
Poi abbiamo impoverito chi vive del proprio lavoro, comprimendo salari, erodendoli con l’inflazione, dilatando informalmente gli orari di lavoro.
E infine ogni tanto compare qualche figurina istituzionale a lamentarsi che “in Italia si fanno pochi figli”, fingendo di non sapere che nell’ambiente che hanno creato fare un figlio per una famiglia normale è la scommessa di un gioco d’azzardo.
A coronamento di questo piano di distruzione del paese, da anni spendiamo miliardi con l’unico scopo manifesto di staccarci dal mondo sgradito agli USA e di aumentare con ciò inflazione e miseria interna.
La rabbia e lo schifo verso i servi che ci governano (e per quelli che li spalleggiano dall’opposizione) è semplicemente infinita.
Solo che è ben difficile che possa accadere niente di diverso se i progressisti studiati ti spiegano che il problema è che non c’è abbastanza mercato, che non abbiamo “razionalizzato” il mercato del lavoro, che la colpa è nostra, che non abbiamo fatto abbastanza austerity, che non siamo stati abbastanza aperti verso chi ci raccoglie i pomodori e ci paga la pensione, che non c’è abbastanza Europa, che non ci siamo internazionalizzati abbastanza, e che, in fondo, è comunque tutto un problema di percezione. E dunque, che bisogna insistere con più mercato, più austerity, più Europa, più mobilità di merci, capitali e forza-lavoro. E più ore di educazione civica dedicate a “correggere la percezione”. Che bisogna insomma insistere con la stessa ricetta, con la stessa interpretazione libresca, solo con più intensità, perché se la realtà non corrisponde ai libri che erano in programma tanto peggio per la realtà.
Ieri Stefano Bonaccini (ex presidente del PD) ha esternato come segue: «Il voto al primo e al secondo Trump, il voto per la Brexit - qualche anno fa - il voto in Germania a destra, quello alla Le Pen, quello in Italia, a Meloni e prima a Salvini e oggi forse a Vannacci - è un voto che vede in maniera maggioritaria il voto di chi ha poco studiato, di chi vive nelle aree interne o nelle periferie delle città e, come dice la Meloni, chi sta peggio economicamente».
Tutti a indignarsi perché un parlamentare PD dice cose da PD.
È un errore. Bonaccini ci sta dicendo con schiettezza un paio di cose sostanzialmente corrette.
Lo scandalo è il non-detto, di cui egli non sembra avvedersi.
La prima cosa che dice B. è semplice ed è un’onesta notazione di classe. Le politiche della sinistra parlamentare oggi sono commisurate agli interessi dell'alta borghesia dei centri storici nelle grandi città (quella parte di popolazione che si rivolge all'armocromista, per intenderci). Non c’è alcun dubbio che quella fetta di popolazione, che tradizionalmente era tutelata dalla destra liberale, oggi sia in gran parte conquistata al voto della sinistra di governo. Che oggi gli interessi dei Parioli o di San Babila siano tutelati non solo dalla destra liberale ma ancor meglio dal PD è oggettivamente vero. Se questo meriti una medaglia al valore politico, lo lasciamo valutare a Bonaccini.
La seconda cosa è il riferimento alla “cultura di fondo” di chi “ha poco studiato e vive nelle aree interne o nelle periferie delle città”. Il problema non è quello che dice la Meloni, che dal suo punto di vista si limita a schiacciare la palla che Bonaccini le ha alzato, facendo l’offesa (“come si permette a dire che chi vota a destra è ignorante!”)
Il problema è che questa cosa, pur essendo in buona parte vera, implica qualcosa di molto diverso da quel che la sinistra “studiata” pensa.
È vero che i libri servono (i BUONI libri), e che chi ha un titolo di studio superiore TALVOLTA ha una maggiore frequentazione di buoni libri. Ma la mera frequentazione scolastica e universitaria dei libri, ciò che garantisce un titolo di studio superiore, può essere tanto un fattore di illuminazione che un fattore di ottundimento.
I libri servono se consentono alle intuizioni della quotidianità, ai vissuti dell’esperienza di essere interpretati meglio, in maniera più comprensiva, più articolata, con più distinzioni.
Ma i libri (oggi più spesso le dispensine, gli appuntini in cui devi ripetere ciò che il docente vuole sentirsi ripetere) possono essere anche un modo per OBLITERARE quelle intuizioni e quei vissuti, per RIMUOVERE la propria esperienza sostituendola con una rappresentazione finzionale, con un’immagine compiacente.
Alla miopia dell’ignorante, che generalizza in maniera esagerata la propria esperienza, si può contrapporre la semplice astrazione di chi la propria esperienza la rimpiazza con un immaginario libresco.
Decidere quale dei due approcci faccia più danni è una bella sfida.
Chi non vede più di uno spicchio di mondo e vuole trarne conclusioni universali è miope, limitato, ma comunque qualcosa VEDE. Chi però non ha INTEGRATO l’esperienza con l’astrazione, ma ha SOSTITUITO l’astrazione all’esperienza può rendersi del tutto impermeabile alla realtà.
Ed è così che oggi un idraulico, un agricoltore, un negoziante di periferia possono aver registrato che nell’ultimo quarto di secolo lavorano di più guadagnando di meno, che la pensione si allontana, che intere aree della città sono diventate insicure, che il medico di famiglia è sparito e che se vuoi curarti devi pagarti la visita privata, che fare benzina o scaldarsi d’inverno è diventato un salasso ingestibile, ecc. possono registrare tutto questo e possono anche cadere in interpretazioni semplificatorie promosse dalla destra.
Dal 2020 l’Occidente è entrato in una logica di guerra, con elementi di un’economia di guerra e una gestione di tipo bellico della politica interna, dei media e della politica estera.
Le origini dell’ingresso del paradigma bellico nel mondo occidentale sono abbastanza semplici da capire:
1) L’Occidente a guida americana ha perso la capacità di imporre le proprie “ragioni di scambio” a livello internazionale e questo ne limita la capacità “estrattiva” e i margini di profitto. Un sistema come quello vigente non può reggere una prospettiva di prolungata stagnazione o contrazione. Per uscirne agli USA e ai suoi sodali non resta che utilizzare la migliore carta rimasta: la relativa supremazia dell’apparato industriale-militare.
2) Passare ad una gestione bellica del sistema consente:
a) di esigere che le risorse pubbliche vengano cooptate in direzione di un “grande sforzo comune” di difesa, che fornisce sangue a selezionati grandi gruppi privati, fornitori di ciò che serve.
b) di passare ad una gestione bellica della cosa pubblica, con centralizzazione verticale delle decisioni, sottratte ad ogni vaglio democratico (l’urgenza non consente quel lusso che è la democrazia).
c) di slittare verso un’economia di guerra, dove interi settori possono essere arbitrariamente spazzati via, bloccati e riconvertiti. d) di impoverire la popolazione media, incrementando così il potere contrattuale delle oligarchie finanziarie e rendendo i lavori più rischiosi e deprecabili (come il militare in tempo di guerra) comunque appetibili.
e) di legittimare ogni forma di controllo sull’informazione, di censura, di sanzione e coercizione dei disobbedienti, distruggendo sul nascere ogni possibile opposizione. Va da sé che di fronte all’impellenza della minaccia chiunque non cooperi è nominalmente un alleato del nemico, è parte del problema e va trattato come tale.
Ora, potremmo discutere all’infinito se la strategia pandemica sia stata parte intenzionale di questo cambiamento di paradigma o se sia stata solo un’occasione colta per testare un progetto già predisposto.
Ciò che è davvero importante è capire che quei meccanismi li abbiamo visti già all’opera nel 2020-2022 e che hanno dimostrato la loro straordinaria efficacia. Se si sostituisce “guerra alla Russia (o ai Brics)” con “guerra al virus” si può osservare come la dinamica strutturale sia stata precisamente la stessa.
Drenaggio opaco di denaro dal pubblico al privato; decisionismo verticale con sospensione delle procedure democratiche (decretazione d’urgenza); blocco economico di interi paesi; impoverimento medio della popolazione (ed arricchimento di pochi grandi gruppi); distorsione, manipolazione mediatica, censura, esposizione degli insubordinati come capro espiatorio. In questo momento noi abbiamo il privilegio di aver visto la potenza di fuoco di quella manipolazione, la sua efficacia, la sua capacità di generare da un giorno all’altro comportamenti letteralmente opposti a tutto ciò che fino al giorno prima era considerato giusto e normale.
Per quanto oggi quasi nessuno in Europa e in Italia voglia la guerra, nessuno si illuda. La maggioranza della popolazione è composta o da beoti, o da persone distratte da altre necessità della vita: persuaderla di qualunque cosa, presentando in modo plausibile una minaccia grave e immediata, non è affatto difficile.
E una volta partita la giostra, una volta che anche solo dubitare della direzione presa diverrà sinonimo di cooperazione col nemico, il gioco è fatto.
Concludendo, siamo davvero di fronte alla fine di quel fenomeno culturale e sociale che ha preso il nome di “woke”? Ma figuriamoci! Il fatto stesso che si possa pensare che un piccolo cambiamento di parole d’ordine strumentali, in chiave elettorale, possa decretarne la fine è l’indicazione più chiara che chi lo pensa non ne ha percepito la radicalità e profondità. Fino a ieri l’ordine di scuderia era: “Non esiste alcun woke”, ed oggi si passa senza un fiato a “Ce lo siamo lasciato alle spalle, non c’è niente da discutere.” Solo che due intere generazioni sono nate e cresciute in un’atmosfera culturale in cui le parole d’ordine woke, e il suo tessuto profondo, sono stati dati per scontati. Il retroterra profondo del woke è qualcosa di molto serio, di cui ciò che chiamiamo “woke” è solo una ramificazione. Non è uno scherzo. È letteralmente una rivoluzione culturale, dagli esiti catastrofici. Questo retroterra è quello di un radicale relativismo culturale, degenerato fino a relativismo individuale (dove ogni singolo individuo ha la “propria cultura”). L’idea (idea ben rappresentata, ad esempio, da idee come la nozione di “gender fluid”) è che la sfera organica è un’appendice unilateralmente dipendente dalle persuasioni soggettive, le quali sono sovrane. Molto più profondo di qualunque relativismo storico, qui si è fatto spazio, come fosse la cosa più ovvia, ad una prospettiva dove non esiste alcuna sostanziale base naturale dell’umano e dove anche gli ordinamenti collettivi (storia, costume, tradizione) sono trattati alla stregua di pregiudizi arbitrari. Questa non è una moda, è uno slittamento antropologico che richiederà decenni per essere corretto (se mai lo sarà).
Questa soggettivizzazione del diritto e delle pretese di tutela ha aperto il Vaso di Pandora per cui ogni persuasione soggettiva, che sia solidamente fondata o che sia il frutto di un fragile convincimento divenuto un’idea fissa, comunque poteva e doveva ricevere una tutela normativa. Abbiamo così straziato la lingua italiana con un profluvio di goffaggini prive di senso per andar dietro a rivendicazioni fondate sul nulla (es.: il plurale sovraesteso è sempre stato usato e percepito come neutro: l’uso crea il significato; questo finché qualcuno non si è inventato che si trattava di una discriminazione). Parimenti abbiamo dato spazio a pretese lesive di diritti altrui, come la pretesa che la mia autopercezione come donna debba diventare il diritto a poter gareggiare nelle squadre femminili, o che le mie fantasie maschili di maternità possano legittimare esperimenti sulla pelle di un nascituro, ecc. ecc.
4) LA FRAMMENTAZIONE ORIZZONTALE.
Sul piano sociale questo passaggio dai diritti civili universalisti (come il diritto di voto) a pretesi diritti civili soggettivisti (fondati sull’autopercezione) ha prodotto un macroscopico effetto di frammentazione orizzontale della società, trasformandola nell’agone permanente di lobby battagliere per diritti speciali. Questa tendenza è venuta incontro in maniera mirabile ai desideri concomitanti dei ceti dominanti del periodo neoliberale. Non è affatto un caso che la trasformazione soggettivistica dei diritti civili sia avvenuta esattamente in parallelo con la “rivoluzione neoliberale”. Quella tendenza è riuscita a rimpiazzare nei discorsi pubblici del “progressismo” tutto ciò che prima era rivendicazione di diritti per tutti in una proliferazione di fratture orizzontali. L’effetto storico di lungo periodo è stato che le battaglie davvero difficili, quelle che sfidavano la sinistra a confrontarsi con il vero potere, sono state progressivamente messe in cantina, per comodità ed opportunismo, lasciando in primo piano un florilegio di battaglie folcloristiche, incomprensibili ai più, spesso destinate a porre diverse lobby interne ad un stesso movimento politico in conflitto. E nonostante tutti i proclami sulla possibilità di far convivere diverse battaglie, la semplice verità è che la politica è fatta di priorità, e se pensi che il tuo problema sia il “soffitto di cristallo” delle manager, ti mancherà lo spazio per occuparti del "pavimento di fango" di chi fatica sul serio.
Spesso sul tema “woke”, “politicamente corretto” ecc. viene fuori spesso a sinistra l’argomento “non è mica detto che diritti civili e diritti sociali non possano svilupparsi assieme”. Questo argomento, apparentemente sensato, è in verità un completo marasma. È semplicemente falso equiparare le tematiche woke con i “diritti civili”. Moltissimi diritti civili si sono sviluppati benissimo a fianco dei diritti sociali per lungo tempo. Ma si trattava di una specifica classe di diritti civili, ovvero quelli che chiedevano EGUAGLIANZA formale, EGUAGLIANZA giuridica tra tutti i cittadini. Diritti del lavoro e diritto di voto si sono sviluppati armonicamente gli uni accanto agli altri. L’eguaglianza davanti alla legge indipendentemente da razza, sesso, orientamento sessuale, ecc. è un portato dello sviluppo sociale complessivo degli ultimi due secoli. Ciò che viene costantemente messo sotto il tappeto è che tra gli anni ’70 e gli anni ’80 del XX secolo – gli anni in cui emergono le tematiche confluite nel “woke” – si impone un paradigma di diritti soggettivi che non ha più niente a che fare con il paradigma egalitario precedentemente in vigore. Ciò che emerge è un paradigma “rivendicazionista” in cui si assume che anche se non ci sono più discriminazioni di legge, ora bisogna rivendicare diritti speciali per gruppi specifici. L’idea di fondo è quella di un “diritto compensativo”, tale per cui si assume che un certo gruppo sia in una condizione di particolare bisogno o sofferenza o abuso tacito e si attivano tutele speciali a compensazione di questi “bisogni”. Ma qui naturalmente tutto cambia. Un conto è dire che Mario e Maria devono avere entrambi diritto di voto. Questo è facile da spiegare ed è facile da dimostrare che prima Maria non aveva il diritto di voto e Mario sì. Ma se si assume di dover fornire compensazioni per bisogni, sofferenze, abusi che non sono manifesti, ma presunti, allora si scatena una infinita rincorsa di mille gruppetti e lobby nel dipingersi come “bisognosi di compensazione”. Ed è quel che è avvenuto. È nata così un’intera letteratura sulle “microviolenze”, su presunte prevaricazioni che sarebbero implicite in certe parole, in certi comportamenti, in certi costumi. Alle volte queste “microviolenze” esistevano, più spesso erano pura opera di fantasia, ma il vero problema è il mutamento di paradigma: a questo punto si è scatenata una rincorsa all’ottenimento di diritti speciali (diritti destinati non alla collettività, ma a sottogruppi), e la base per rivendicarli si è soggettivizzata: non più ciò che esteriormente tutti potevano vedere ma ciò per definizione era nascosto e che veniva soltanto percepito soggettivamente come sofferenza privata. C’è tutta la differenza del mondo tra essere tutelati dall’esercizio altrui della violenza (cosa sulla cui giustezza nessuno sano di mente ha dubbi) e l’essere tutelati rispetto al fatto che un modo corrente di usare le parole sia da qualcuno ritenuto una violenza metaforica, un’aggressione alla propria dignità. C’è tutta la differenza del mondo tra chiedere che ci sia tolleranza per come ci sentiamo, e dichiarare che se il mondo non riconosce come noi ci autopercepiamo (e non lo rende realtà) questa sarebbe una violenza.
Si stanno celebrando in questi giorni i funerali del “woke”. Come sempre gli ordini di scuderia sono partiti dagli USA dove l’icona progressista Alexandria Ocasio-Cortez, in vista dei prossimi appuntamenti elettorali, ha fatto uno spostamento tattico per recuperare il voto popolare perduto dai progressisti: “Controordine compagni, ci siamo concentrati sul woke mentre abbiamo perso contatto con il mondo del lavoro.”
1) IL CONFORMISMO MANNARO.
Una prima osservazione. Qualcuno potrebbe dire che il woke è nato come è morto: senza una ragione, senza una spiegazione razionale, semplicemente sull’onda dell’opportunismo e del conformismo di gruppi autorevoli annidati innanzitutto e principalmente nelle università americane. In effetti il dato più eminente della cultura woke – termine vago che copre una trasformazione culturale che parte dagli anni ’70 – è che non ha mai funzionato come un dispositivo razionale. Esso ha sempre funzionato soltanto come un dispositivo stigmatizzante, che minacciava i non conformisti di “sanzioni morali”, e in un secondo tempo anche di sanzioni materiali. La principale caratteristica del “woke” è che il discorso argomentativo non è mai stato accettato, le obiezioni non sono mai state accolte su un possibile piano di pari dignità, le tesi sono state sempre calate dall’alto (promosse da uffici politici di minoranze combattive) e imposte con l’implicito ricatto che chi non vi si conformava era un “odiatore”, un “omofobo”, un “razzista”, insomma un essere umano disgustoso come cui semplicemente si dovevano tagliare i rapporti. Questo “conformismo mannaro”, questo meccanismo di stigmatizzazione e bullizzazione ha sempre funzionato eccellentemente solo nei gruppi sociali apicali, quelli che funzionano essenzialmente per cooptazione, cioè attraverso il consenso interno al gruppo di appartenenza: giornalisti, accademici, magistrati, ecc. Si è così arrivati ad una situazione in cui gran parte degli “insider” di questi gruppi hanno aderito in maniera automatica ed acefala a tutti i diktat woke, che è diventato una sorta di codice interno implicito, mentre i gruppi sociali che ne erano estranei (cioè più o meno tutte quelle che una volta si sarebbero chiamate le “masse lavoratrici”) ne sono rimasti al di fuori, creando quella cesura culturale e di ceto che ora Ocasio-Cortez e i suoi seguaci cercano di colmare.
Proprio questo modo di operare ha favorito, sciaguratamente, il preservarsi di bolle di dogmatismo e ignoranza, bolle pronte a riemergere intoccate. Infatti, se imponi le tue tesi come fossero dogmi della santa inquisizione, è del tutto naturale che chi sfugge all’imposizione si senta rafforzato nel coltivare i propri di dogmi. Se davvero fossimo di fronte al “tramonto del woke” uno dei primi effetti preoccupanti è che a riemergere non saranno soltanto le mille cose ragionevoli che sono state insensatamente represse negli scorsi decenni, ma anche gli autentici omofobi, gli autentici razzisti, gli autentici sessisti (abbiamo visto sprazzi di questa dinamica nella figura di Trump in America). A questi soggetti retrogradi ma minoritari potrebbero oggi unirsi tutti coloro i quali, e sono tanti, hanno covato un motivato risentimento per anni rispetto agli abusi del woke, in un ritorno del pendolo storico.
Comunque la miseria umana di gente che aggredisce una famiglia che ha appena perso una figlia è allucinante, lascia proprio senza fiato.
Il gusto del frustrato di poter dire "Haha, se lo è voluto, ben gli sta!" è tutto lì, squadernato davanti ai nostri occhi.
Incidentalmente, siccome il vaccino per la difterite non mi pare sia obbligatorio né in Germania, né in Spagna, né in Portogallo, né in Austria, né in Svezia, né in Danimarca, né in Irlanda, né in Lussemburgo, né in Islanda, né in Norvegia, né nel Regno Unito, se un piccolo tedesco in vacanza si ammala di difterite, che fate?
Lo perculate?
Intonate il coretto "ben gli sta", visto che appartiene a una comunità retrograda?
La semplice amara verità è che questo paese è pieno di nazistelli, di vigliacchetti, di gente che sta in agguato con il solo segreto desiderio di potersene venire fuori con una delazione, con una rivincita, con un piccolo splendente momento in cui sentirsi nel coro dei migliori, per poi tornare alla propria mediocrità.
Rimbomba su giornali e social media il caso di una bambina di 4 anni morta forse di difterite.
Sul caso specifico c’è poco da dire finché non verranno fatti i dovuti accertamenti da parte delle autorità competenti.
Più interessante è notare il senso dell’operazione di roboante sciacallaggio, avviata da giornali e telegiornali sul corpo ancora caldo di una bambina.
L’oggetto dell’operazione è il fatto che la bambina, a quanto sembra, non fosse vaccinata contro la difterite. Sulla base di questo fatto si è scatenata la torma dei burionidi, nostalgici del bei tempi del Covid.
Ora, premesso che - per quel poco che contano i pareri personali - credo che vaccinarsi per una malattia seria, per cui esiste un vaccino ben testato, come la difterite sia assai raccomandabile, la cosa più interessante da notare mi pare un’altra.
La difterite è una malattia seria, ma si cura. Qui, a quanto pare, non è stata curata.
Ora se cominciamo ad avere un sistema sanitario sovraccarico, medici di famiglia introvabili, sanitari affaticati e con sempre minore esperienza clinica, la possibilità di NON venire curati per problemi CURABILI cresce esponenzialmente.
Questo è il dettaglio che viene sempre trascurato quando si scatenano le tempeste sul tema “vaccini”.
I vaccini sono dispositivi somministrabili da chiunque, che rappresentano un trasferimento diretto dalle casse pubbliche alle multinazionali del farmaco.
Le vaccinazioni sono quel mezzo sanitario che, idealmente, salta la necessità della cura (anche se le cure esistono e anche se, ricordiamo, nessuna vaccinazione copre al 100%).
Pompare i vaccini significa immaginare un sistema in cui non c’è bisogno di cure ospedaliere.
Ora, concedendo tutto quello che si vuole sull’utilità dei vaccini, che non è qui in discussione, nessuno vede uno schema in un sistema che:
a) terrorizza la popolazione amplificando ogni notizia a ciò funzionale;
b) cura i malati in modo sempre più inefficiente, spingendoli verso il privato;
c) promuove come salvifico l’unico dispositivo sanitario che non richiede ospedali pubblici funzionanti e che rappresenta un guadagno netto per le aziende farmaceutiche?
Non cascano troppo bene tutte le tessere del puzzle?
Ieri You Tube ha rimosso il canale del regista serbo Emir Kusturica (30.000 iscritti, 10 milioni di visualizzazioni).
Il canale è stato bloccato senza avvisi, ammonimenti, notifiche o motivazioni manifeste.
Naturalmente tutti sanno che il motivo della rimozione sono le posizioni culturalmente filorusse di Kusturica.
Un click dal nulla di un’azienda di telecomunicazioni privata e un famoso cineasta internazionale può scomparire dalla scena pubblica.
Ecco, quando qualcuno vi racconta che il sistema si cambia dall’esterno, che lo Stato e le istituzioni sono orpelli inutili, ricordategli che in assenza di una tutela istituzionale, giuridica, pubblica – in un mondo di relazioni mediate da telecomunicazioni e tecnologia – ciascuno di noi è solo uno schiavo in temporanea libera uscita.
Quanto più cresce il potere della tecnologia nelle relazioni tra persone e nelle relazioni produttive, tanto maggiore è il potenziale di coercizione privata.
Questa è una tendenza storica fondamentale che bisogna avere ben chiara.
Ogni incremento di potere tecnologico che la storia presenta è un potenziale aumento di potere del singolo (detentore di capitali) sui molti.
Questa tendenza non è arrestabile quanto non è arrestabile il progresso tecnologico.
Dunque esiste una tendenza progressiva alla concentrazione di potere.
L’unico modo noto che abbiamo per compensare questo processo, e limitarne la pervasività, consiste nell’avere a disposizione strutture istituzionali di tipo democratico: Stati efficienti con sovranità popolare.
Che gli stati odierni in Occidente siano ben lontani dall’essere Stati efficienti con sovranità popolare è un argomento non contro il ruolo degli Stati, ma a favore di un impegno per correggerne la rotta.
Ogni struttura istituzionale, per essere sana, deve riposare su basi personali e comunitarie solide: le strutture istituzionali non sono una soluzione automaticamente ottimale. Al contrario, possono essere trappole burocratiche, fucine di astrazione.
E tuttavia, chi pensa di poterne fare a meno, e preferisce fantasticare di mera resistenza individuale, passaggi al bosco, e rivoluzioni prossime venture è meglio che spenga Netflix.
Israele e USA hanno una notoria e capillare capacità di modellare la realtà percepita.
Larry Sanger, cofondatore di Wikipedia, ha rivelato come la CIA abbia operato una sistematica revisione delle pagine di Wikipedia, per anni, nell’interesse del governo USA, di “governi amici” e di alcune corporations.
Sappiamo che Israele sta allocando per le campagne propagandistiche (hasbara) enormi investimenti. Alla luce del sole ci sono 726 milioni stanziati per il 2026, ma molto altro (vedi il condizionamento dell’Eurovision o l’avvelenamento delle fonti delle AI, via società come Clock Tower X) passano per canali indiretti.
Questo dato di fatto spiega la manifesta costante crescita delle campagne antiislamiche sui social media. Solo nella giornata di ieri ho contato tre post virali, con profluvio di like, che una breve indagine ha rivelato essere del tutto falsi (richiesta di adozione della Sharjia in Michigan, presunta persecuzione dei cani in quanto animali impuri, filmati di origine irrintracciabile descritti come spedizioni punitive di gruppi di islamici.)
Questo turbinio di menzogne, mezze verità distorte o schiette diffamazioni è il concime su cui fioriscono le esternazioni dei nostri Vannacci, che drenano parassitariamente sangue dalle paure di molti, non per cercare di risolverle, ma per esacerbarle a fini elettorali.
Il problema però non è l’uso elettorale: il punto di caduta di queste iniziative è ben più grave.
Avendo il mondo visto il vero volto di Israele negli ultimi anni, la hasbara sta promuovendo un’operazione correttiva di soft power, che ripresenti Israele (e gli USA) nelle vesti sbiancate del “baluardo antiislamico”.
Abbiamo visto che per questi attori internazionali il fine giustifica ogni mezzo. Al di là degli utili idioti che si prestano al gioco per qualche voto in più, il problema è che l’odio fomentato è reale: si sta spargendo massivamente benzina in un’area fumatori. E siccome gli esagitati ci sono in ogni gruppo, non ci vuole niente per organizzare un bel Bataclan e una guerra civile, come premessa per uno “scontro di civiltà”.
Chi diffonde questa spazzatura è complice di ciò che seguirà.
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